MPS/ L’ipotesi sul crollo in Borsa “impossibile” per una banca dello Stato

- Sergio Luciano

Il crollo in Borsa di Mps è davvero difficile da spiegare visto che è una banca controllata dallo Stato. Forse un’idea può averla il dimissionario direttore finanziario. SERGIO LUCIANO

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Squadra che vince, non si cambia. E squadra che perde? Ogni partita? Da due anni? Che il disastro gestionale in corso al Monte dei Paschi di Siena sia responsabilità sostanziale dell’amministratore delegato Marco Morelli è tutt’altro che dimostrato. Che sia responsabilità oggettiva, invece, è pacifico. Ed è altrettanto pacifico che se Morelli fosse il Commissario tecnico della nazionale di calcio a quest’ora sarebbe già stato sostituito. Ieri Mps ha chiuso in perdita secca la dodicesima seduta consecutiva. Il 6 marzo la sua quotazione era di 3,18 euro, da allora ha perso il 17%, il valore della quota posseduta nella banca dal Tesoro dello Stato si è deprezzato di oltre 3 miliardi di euro. 

Giustamente la banca ha smentito le “illazioni” circolate sui media, circa l’eventualità di nuovi aumenti di capitale – e grazie: è ormai l’unica banca di proprietà dello Stato, quindi la sua solidità è illimitata, ovvero agganciata indissolubilmente alla solidità della Repubblica italiana! – e ha anche ribadito che il piano di ristrutturazione al 2021 stabilito e condiviso dalle autorità europee “procede secondo le tempistiche”, anche nella “riduzione dei crediti deteriorati e iniziative di contenimento dei costi”.

E allora, cos’è che non va? Non va il fatto che oltre a ristrutturare l’attivo e a tagliare i costi le aziende che vogliono uscire dalla crisi devono anche rimettersi a fatturare. Riuscirci nell’attuale fase storica del mercato bancario europeo in specie (colpa dei tedeschi) e mondiale in genere è maledettamente difficile. Ma l’impressione diffusa sul mercato è che a Siena i tentativi di farcela – che certamente saranno stati e saranno i più generosi e determinati – tuttavia non si vedano nei risultati e anzi non si vedano proprio, dall’esterno. Il che non vuol dire che non esistano, anzi: ma non si vedono.

Tra le tante interpretazioni possibili di questa impasse che il tempo, galantuomo, s’incaricherà di asseverare, non è giusto escluderne una, molto semplice: che cioè Morelli – persona perbene e tecnico rispettato da tutti – non sia però un uomo di sviluppo. Ha una storia da ottimo direttore finanziario, più che da manager “imprenditorialmente dinamico”. E del resto quando venne scelto da Matteo Renzi in persona – chissà poi in base a quale delle tante competenze di cui il rignanese si fregiava immotivatamente – la destinazione che gli venne data era quella di una banca in crisi nera, che aveva innanzitutto bisogno di un radicale riordino e che sarebbe poi stata salvata da qualche terza parte, ancora da trovare, cui la patata bollente sarebbe passata, con gli onori e gli oneri del caso. Sembrava che l’advisor Jp Morgan – altra cervellotica scelta di palazzo Chigi – avrebbe potuto e dovuto trovare il petrolio a piazza del Campo, pareva che un mitico fondo d’investimento internazionale fosse lì pronto con i miliardi in bocca a rispondere all’appello del capo di Jp Morgan Jamie Dimon e dello stesso Morelli, ma non è stato così: o non c’era nessun fondo pronto alla bisogna o se c’era si sfilò. 

Servivano due miliardi, e tra i tentennamenti del governo – ministro dell’Economia il prudentissimo Pier Carlo Padoan – si fece avanti Corrado Passera, con una proposta industriale di prim’ordine e la concreta possibilità di trovarli, subito, sulla sua personale credibilità: ma non venne nemmeno preso in considerazione. Fatto sta che però quella deludentissima prestazione dei guru americani e del loro pupillo italiano condusse il Monte al migliore dei porti, cioè il perimetro comunque rassicurante delle proprietà pubbliche.

Ne consegue che oggi il Monte dei Paschi di Siena sia la banca più sicura e affidabile d’Italia: appartiene allo Stato! Meglio di così! Come mai, con questa caratteristica più unica che rara, non riesce ad attrarre frotte di clienti, non riesce a ripartire e delude i mercati? Un’idea al riguardo deve avercela Francesco Mele, l’ex direttore finanziario del Monte che si è appena dimesso, lasciando il suo ruolo a un manager interno, Andrea Rovellini. Ma giustamente non la dice. 

Si sa dai conti ufficiali che le richieste di risarcimento danni degli azionisti al Monte superano i 2 miliardi di euro e che la banca ha perso 200 mila clienti. A favore di quale concorrente, vien da chiedersi, visto che sono tutti prudentissimi nell’erogare credito? Altro non si sa, ma si saprà: anche leggendo il bilancio dello Stato alla voce “partecipazioni di controllo”. Una riga rossa in più, una riga rossa in meno…

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