SPILLO/ I veri errori del sistema pagati dalle banche popolari

- Maurizio Delfino

La Corte Costituzionale ha promosso la riforma delle banche popolari. Le quali hanno probabilmente pagato dei pesanti errori compiuti nel passato. MAURIZIO DELFINO

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Lapresse

La Corte Costituzionale ha respinto l’ultima iniziativa contro la legge di riforma delle popolari del 2015, che diviene così definitiva e consente le ultime due trasformazioni, a Bari e a Sondrio. Dopo le quali, secondo molti, si riapre il (necessario) risiko nell’ambito di un sistema bancario italiano che, se anche sulla carta torna agli utili, migliora gli indici, riduce le sofferenze, comunque ha una lunga strada e molte incognite da affrontare prima di un qualche equilibrio. Anche se non ama ammetterlo. 

La pronuncia ha molti aspetti rilevanti e ci sarà tempo per lavorarci, a proposito dei poteri di Banca d’Italia, dell’utilizzo del Decreto Legge, della limitazione al diritto del socio al rimborso. Si conferma che la Banca è un’azienda del tutto peculiare, parafrasando Pascal potremmo dire che “la banca è un affare troppo serio per lasciarlo in mano ai banchieri”. Ora qualcuno – con sentimento ambivalente, positivo o negativo – dirà che Renzi almeno una l’ha fatta giusta, a tenuta di Costituzione. Qualcun altro, come Giulio Sapelli su questo giornale e non solo, riprenderà l’argomento dell’ennesimo colpo messo a segno dagli “ordoliberisti”. E comunque la si pensi siamo oggi un Paese che decreta il fallimento della possibilità che il metodo e l’esperienza cooperativa possa gestire una banca di dimensione elevata (oltre gli 8 miliardi, questo prevedeva la riforma). Che altrove funziona ancora benissimo. Altri ancora, come Giorgio Vittadini sempre su questo giornale e non solo, si addentrano sulle radici di queste esperienze, quei famosi corpi intermedi senza i quali, o perdendosi i quali, non c’è che crescita della diseguaglianza, del disequilibrio, smarrimento del bene comune. 

Ma i protagonisti che dicono? E che dicevano prima della riforma? Nel 2013 un road show della Uilca (la Uil del settore credito) ospitava spesso Giorgio Benvenuto, che oltre che storico leader della Uil è stato parlamentare e più volte Presidente di Commissione. In questa veste, portandosi dietro a testimoni alcuni senatori della Commissione che presiedeva fra il 2006 e il 2008, raccontava di tentativi un po’ maldestri ma del tutto in buona fede della Banca d’Italia, per far inserire – talvolta in provvedimenti troppo lontani per materia – norme che “liberassero” le popolari dallo scacco una testa un voto, per aprirle in qualche modo all’intervento di capitale fresco, a investimenti legittimamente orientati a influenzare scelte e impostazioni. 

Il senso del racconto talvolta divertente di Benvenuto e dei suoi ex colleghi senatori era: la Banca d’Italia del 2006-2008 aveva sentito le popolari spergiurare e garantire un’autoriforma talmente tante volte negli anni precedenti che ormai ci provava da sola con i fax mandati di sera al Senato per inserire punti di riforma del sistema. Pur di muoversi. Pur di sbloccare. In questi convegni di alto profilo del 2013, voluti dal Segretario Massimo Masi, era invitato il gotha del mondo delle popolari il quale, in clima sereno e divertito, continuava a spergiurare l’urgenza dell’autoriforma. Come 10 anni prima. 

Verrebbe da commentare che il problema non sono gli ordoliberisti nemici di Sapelli, ma gli ordobugiardi nemici di chi? Il trascurato punto di vista industriale è che il sistema è stato cosciente ma incapace e/o impotente. E viene da chiedersi anche come mai fuori dalla famigliona delle popolari non si è innescato un meccanismo di pressing o moral suasion, Abi, grandi banche, nella consapevolezza che le magagne c’erano eccome e che il sistema se le sarebbe dovute accollare. Fondo Atlante – e tutto quello che è venuto dopo – docet. 

Forse a dispetto delle chiacchiere da bar, gli avidi avvoltoi col pelo sullo stomaco, i grandi boiardi e manovratori vivono questi ruoli con bon ton, garbo e reciproca sensibilità. Perciò nessuno se l’è sentita di forzare le popolari a sminuire il loro valore simbolico di grandi imprese democratiche vocate ai territori. A costo di rifonderci soldi e reputazione complessiva. Ma se così non fosse il punto torna alla credibilità, alla lungimiranza e alla capacità di gestione industriale. Di quelli che spergiuravano e di quelli col cuore buono che gli stavano attorno. Più o meno tutti ancora in giro.

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