IL CASO/ Gli ostacoli della giustizia alla ripartenza del Pil

- Maurizio Delfino

76 anni fa vedeva la luce un ordinamento di portata storica. Oggi invece sono proprio tempi lunghi dei processi e troppi contenziosi a spaventare gli investitori esteri. MAURIZIO DELFINO

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LaPresse

Marzo 1942. L’anno è quello del primo scudetto della Roma, del primo esperimento di Enrico Fermi sulla reazione nucleare (avvenuto in America), della costituzione del Partito d’Azione mentre il nazismo sfregia la storia e i grandi Roosevelt e Churchill organizzano la rimonta. Il giorno 16 con Decreto Regio nasceva  il Codice Civile. Nelle aule di giurisprudenza fino a qualche anno fa i vecchi professori ci tenevano a raccontare che aveva una portata storica, epocale e un grande valore simbolico. Perché primi in Europa facevamo entrare nel corpo della più importante impalcatura dell’ordinamento, il diritto commerciale. Questa era la rivoluzione. Fino a quel momento la legge civile ruotava ancora attorno alla proprietà, aveva ancora i tempi e la fisionomia della società agricola e agraria. Con il Codice civile del ’42 l’industria, il commercio, persino il lavoro (uno dei 6 nuovi libri, contro i 3 del precedente) diventano i protagonisti, diventano la mentalità dell’ambiente giuridico. Quando si dice del livello delle classi dirigenti. Quando si dice che non bisogna paragonarsi al passato con l’illusione che “una volta” era tutto meglio.

È vero in molti casi, ma resta il fatto che in una condizione economica e sociale drammatica, in una situazione internazionale tragica, un Parlamento, delle università, degli intellettuali che pure tutti venivano da vent’anni particolari, duri, dubbi, condizionati dal fascismo, hanno saputo partorire un grande prodotto. Sapevano fare il loro mestiere. Anche allora c’erano ampie fasce di corruttela, il fascismo non era puro per nulla, era solo molto autoprotetto, ma il Paese aveva la capacità di sentire a pelle chi aveva il diritto e lo spessore per essere un parlamentare, un professore universitario, un intellettuale.

Questo è il tremendo peccato contro natura in cui è precipitato il Paese oggi, con spiegazioni che probabilmente andrebbero sottratte dalle categorie politiche e consegnate a quelle psichiatriche, perché se si esaminano con cuore sereno gli ultimi 25-30 anni, il problema non sta nelle ruberie, né nei privilegi, né negli sprechi. Sta nell’assoluta inadeguatezza umana, morale e culturale. Questa gente, poverina, non serve a nulla, gli abbiamo consegnato il destino del Paese. E il compleanno del Codice civile ce ne offre un esempio.

Chi ha sentito parlare di emergenza giustizia, in campagna elettorale? Mario Draghi, un paio d’anni fa, ricordava alcuni studi che evidenziano che anche solo un dimezzamento dei tempi della giustizia potrebbe determinare una crescita dimensionale delle imprese dall’8% al 12%. Povero Marco Pannella, lo predicava da anni, il rapporto fra la giustizia e il Pil…

In giro per il mondo si sono bloccati tante e tante volte dossier per investimenti miliardari verso l’Italia. Non expedit. In Italia non ci potete andare, dicono i grandi consulenti agli investitori. Nemmeno tanto per la tassazione, se non fosse che nessuno sa davvero quanto sia e quanti soggetti la rivendicano. Piuttosto, dicono i consulenti, sappiate che troverete circa 750 diversi contratti collettivi, vi serviranno molte persone dentro l’azienda per pagare le tasse, molte fuori e, se le pagate ma lo scrivete sul rigo sbagliato (che le avete pagate), è peggio che se non le pagate.

Poi c’è una cosa che si chiama Giustizia amministrativa, ma non abbiamo capito che cos’è, dicono i consulenti. Sappiamo solo che un Tar, forse la sigla di una malattia, può farvi aprire e chiudere all’improvviso o invalidare l’ordine più importante o smontare tutto quello che avete fatto, poco prima di finire o dopo che avete finito. Ma poi potrebbe dire che lo dovete rimontare. E poi in generale – questo sanno dire i consulenti – qualunque cosa accada in cui diventa rilevante il momento giudiziario siete finiti.

“Oralità, concentrazione, immediatezza”. Era la sintesi di cosa debba essere un processo civile secondo uno dei padri della scienza processual-civilistica italiana ed europea, il novarese Giuseppe Chiovenda. È commovente. Perché basterebbe riprendere le glosse, le note, i commenti, il senso dato da chi tutto questo ha prodotto quasi ottant’anni fa, per catapultarci in un futuro normale senza nemmeno stravolgere nulla o troppo.

Una gara fra le università italiane, per esempio, 8-10 mesi per elaborare un piano emergenziale con cui abbattere tutto il contenzioso esistente in 18 mesi e concepire un modello processuale che faccia durare il primo grado massimo un anno. Ci dovremmo difendere dai miliardi che vogliono tornare in Italia. Farebbero a pugni.

Invece nulla di nulla. Rosatellum, Fornero… Buon compleanno, Codice civile!

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