I NUMERI/ Gli indici pericolosi per la nostra economia

- Gianfranco Fabi

Nella campagna elettorale si è parlato poco di come ridurre il debito pubblico, che insieme alla demografia rappresenta un freno per l’economia. GIANFRANCO FABI

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In tutta la campagna elettorale c’è stato un malcelato fastidio a parlare di uno dei più gravi problemi della realtà italiana, il problema del debito. L’impegno a promettere piani di nuove spese ha fatto scivolare nel sottoscala la necessità di continuare a garantire quella sostenibilità del debito pubblico che è uno dei requisiti essenziali per sostenere la crescita. Una crescita che può basarsi soprattutto su due presupposti: da una parte una riduzione delle tasse per dare maggiori possibilità di spesa alle famiglie, dall’altra un aumento degli investimenti pubblici nell’efficienza dei servizi e nelle infrastrutture per rendere più competitivo il sistema produttivo.

Il debito continua quindi a essere una spada di Damocle. Negli ultimi anni un grande sostegno è venuto dalla politica monetaria fortemente accomodante della Banca centrale europea che ha acquistato a piene mani i titoli di Stato e ha contribuito a mantenere al livello più basso i tassi di interesse. Ma questa politica si andrà progressivamente esaurendo anche perché il prossimo anno al vertice della Bce l’italiano Mario Draghi sarà molto probabilmente sostituito da Jens Weidmann, attuale presidente della Bundesbank, la banca centrale tedesca. Ed è molto probabile che la rigorosa visione teutonica prenderà il sopravvento e questo porterà a un più difficile collocamento dei titoli pubblici sui mercati.

Il nodo del debito quindi rischia di diventare sempre più stretto. Le strategie del Tesoro italiano diventeranno particolarmente importanti per sostenere la fiducia dei mercati finanziari verso l’Italia e quindi anche per riuscire a dirottare verso il nostro Paese il flusso di investimenti esteri.

Rispetto al debito un’attenzione solo un po’ più particolare è stata dedicata al tema della demografia, un tema che è fortemente intrecciato con quello della crescita e che ha in comune con il debito il fatto di essere di difficile e complessa soluzione. Lo mettono in rilievo con precisione Maurizio Mazziero e Andrew Lawford, analisti e operatori finanziari, che hanno scritto il libro “La crisi economica e il macigno del debito” (Ed. Hoepli, pagg. 260, € 24,90), un libro in cui fin dalle prime pagine si sottolinea come “l’andamento demografico è uno dei più importanti fattori strutturali che ha creato le condizioni per una crescita economica anemica”. Inoltre, proseguono Mazziero e Lawford, l’andamento demografico “è più insidioso di tante altre influenze sull’andamento economico perché la sua direzione è quasi certa e per questo è così difficile da correggere”.

Possono bastare alcuni numeri per mettere in luce la realtà italiana. Nel periodo 2005-2016 la classe di età tra i 25 e i 49 anni è diminuita del 9,60%, mentre il numero delle persone con più di 80 anni è aumentato del 36,73%. La speranza di vita ha superato in Italia gli 83 anni, un record condiviso solo con il Giappone. Un livello ancora più significativo se si pensa che negli Stati Uniti la speranza di vita non raggiunge i 78 anni. Segno di una buona qualità della vita, di un sistema sanitario sostanzialmente efficace, di un modello di welfare capace di rispondere alle esigenze delle persone. Tutte cose buone, ma che richiedono di essere finanziate attraverso adeguate e crescenti risorse finanziarie, risorse che la flessione del numero delle persone in età di lavoro rischia seriamente di mettere in crisi.

Il libro di Mazziero e Lawford analizza con efficacia tutti i temi legati alla stabilità e agli equilibri finanziari con una larga parte dedicata anche ai ruoli e ai rischi del sistema bancario. Non si offrono ricette risolutrici, ma già c’è la speranza che un’analisi corretta dei problemi vuol dire sicuramente fare un passo avanti per la loro soluzione.

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