IL CASO/ L’Fmi si inventa un fondo anti-crisi europeo che ci costa 6 miliardi l’anno

- Marco Biscella

La proposta della direttrice del Fmi di creare un fondo di stabilità fiscale centrale è rivolta all’Eurozona. Un partita che l’Italia non può lasciare solo a Parigi e Berlino. MARCO BISCELLA

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Christine Lagarde (Lapresse)

Intervenendo ieri a Berlino presso l’istituto Diw, la direttrice del Fondo monetario internazionale, Christine Lagarde, ha avanzato all’Eurozona la proposta di creare un fondo di “stabilità fiscale” centrale (CFC, Central fiscal capacity). In pratica, si tratta di un nuovo strumento finanziario, di respiro comune e a gestione centralizzata, alimentato da contributi dei singoli Paesi della Zona euro pari allo 0,35% del Pil nazionale (per l’Italia significa un impegno annuo di 5,5-6 miliardi di euro). Un contributo da mettere da parte quando le cose vanno bene, in modo da poter utilizzare il tesoretto quando arrivano tempi di vacche magre (un “rainy-day fund”, lo ha definito la Lagarde, cioè “un fondo per i giorni di tempesta”).

L’obiettivo del CFC, che fa perno sulla condivisione a livello fiscale nella Ue, è infatti quello di concedere aiuti, non in via permanente (il prestito va restituito), agli Stati che si trovano ad attraversare una recessione. Ovviamente, il trasferimento di risorse sarà concesso solo ai Paesi che rispettano le regole di bilancio e che hanno i conti in ordine. Una sorta di “risk sharing” condizionato e uno stimolo in più a non deviare dalle riforme intraprese.

“La ripresa sostenuta dell’economia globale – ha ricordato Lagarde – è una preziosa opportunità da cogliere per “completare l’architettura dell’Eurozona”. Anche perché all’orizzonte si profilano “altri ostacoli potenti e minacciosi”.

L’avviso ai naviganti è chiaro: la flotta Europa oggi naviga in acque tranquille, gli alisei della crescita soffiano forte come non mai negli anni post-crisi (le stime 2018 indicano un +2,2%), ma i marinai non devono assolutamente cullarsi sugli allori. È nelle giornate di sole e bonaccia che ci si prepara meglio alle tempeste in arrivo. Le previsioni meteo potrebbero peggiorare. Per le imbarcazioni più ammaccate, questo è il momento di intervenire, di mettere scafi e stive in sicurezza. Sulla rotta da seguire, poi, c’è una sola stella polare, l’integrazione: l’ago della bussola deve puntare lì, senza lasciare spazio a troppe divisioni, perché le onde della congiuntura economica potrebbero, più presto che tardi, tornare a ingrossarsi. Sul cruscotto dell’Europa, guardando per esempio al mercato del lavoro, il Vecchio continente continua ad avere tassi di disoccupazione molto più alti rispetto a Stati Uniti e Giappone. E anche sul versante delle diseguaglianze, i gap si stanno ampliando, come dimostra la continua e al momento inarrestabile erosione dei ceti medi. Nel mare della globalizzazione i venti cambiano direzione velocemente, e già spirano correnti fredde che arrivano da populismo e protezionismo. Bisogna dare un segnale: “I principali leader europei – ha avvertito Lagarde – si diano un punto di arrivo, concordino un’agenda comune e prendano delle decisioni, in modo da trasmettere un po’ di ottimismo, che è assolutamente indispensabile in un momento in cui l’affermazione del populismo e le sirene del protezionismo suonano come delle minacce globali”.

La proposta della (francese) Lagarde arriva con perfetto tempismo nel giorno in cui la Francia, dopo dieci anni, comunica che per la prima volta è tornata sotto alla soglia del 3%. Secondo l’Insee, l’Istituto nazionale di statistica, il rapporto tra deficit e Pil nel 2017 è stato infatti del 2,6%, un dato addirittura inferiore a quanto previsto inizialmente. Solo una coincidenza temporale? Probabile, ma significativa: rientrando nei parametri dei Paesi virtuosi, Parigi vuol tornare a far sentire il suo peso senza macchie o punti deboli.

Ben più rilevante è il fatto che l’idea del CFC sia stata rilanciata, in terra tedesca, a pochi giorni dalla conclusione dell’ultimo Eurosummit. È risaputo che la cancelliera Angela Merkel e il primo ministro francese Emmanuel Macron stiano lavorando a stretto contatto, pur con alcune diversità di vedute, per rilanciare, a giugno, il progetto dell’Unione europea. E non è un mistero che proprio all’ultimo Eurosummit Macron era pronto a discutere con gli altri partner di un tema che campeggia tra le priorità della sua agenda europea: come dotare l’Eurozona di una capacità fiscale autonoma. La fiscal capacity, per l’Eurozona, sarebbe una sorta di secondo “bazooka” (affiancabile, ma non sovrapponibile, a quello monetario messo in azione con il Quantitative easing di Mario Draghi) per garantire risorse alle politiche anti-cicliche. In base alle simulazioni presentate dalla stessa Lagarde, in caso di congiuntura pesantemente negativa, il CFC “può ridurre gli effetti negativi della recessione per oltre il 50% e può ridurre del 50% il gap tra i Paesi più forti e quelli più deboli e anche il 50% di una recessione in un solo Paese”.

Peccato che all’Eurosummit il tema della capacità fiscale comune non abbia trovato ascolto. L’Europa su questo è divisa: i “falchi” del Nord e i “nazionalisti” dell’Est Europa non vedono di buon’occhio questo salto di qualità “politico” dei 19 Paesi dell’Eurozona. Ma è evidente, come conferma l’uscita della Lagarde a sostegno della visione di Macron, che la Francia non si arrende, vuol giocare un ruolo attivo e propulsivo sul fronte della capacità fiscale comune.

Per il nuovo governo italiano, se e quando nascerà, questa è una partita da giocare (al pari di quella sull’unione bancaria), non lasciando il pallino solo a Berlino, Parigi e magari Madrid. Disoccupazione, immigrazione, disagio sociale, che hanno pesantemente influenzato l’esito del voto, sono emergenze che necessitano di una risposta. Non solo: le ultime previsioni macroeconomiche mostrano che la crescita da noi sta iniziando a perdere forza. 

Ecco, mai come in questo caso “più Europa”, cioè più condivisione comune, può essere non uno slogan vuoto, ma una possibile (e praticabile) soluzione. Il sentiero è stretto, non si possono sbagliare mosse (riforme e Def, tanto per citare i due scogli più vicini) né toni con gli altri partner Ue.

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