BORSA ITALIANA/ Ecco perché Piazza Affari “ignora” il risultato delle elezioni

La Borsa italiana non ha sostanzialmente reagito male a un risultato elettorale così inatteso e dagli incerti sviluppi come quello di ieri. PAOLO ANNONI spiega perché

06.03.2018 - Paolo Annoni
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Piazza Affari (LaPresse)

Tra le poche certezze dopo la tornata elettorale c’è la non reazione dei mercati finanziari. La borsa di Milano ha chiuso con un calo contenutissimo, -0,4%, e anche alla voce spread e Btp non si sono visti movimenti particolari. Questa reazione è a prima vista inspiegabile; la grande coalizione che il mercato dava per scontato alla vigilia non ci sarà e in teoria avrebbero vinto i populisti. La reazione dei mercati non si spiega con questi criteri. Ai mercati interessava e interessa solo una cosa e cioè se l’esito elettorale italiano potesse minacciare in qualche modo l’appartenenza dell’Italia all’euro o modificare l’attuale costruzione europea. Da questo punto di vista non c’è nessuna novità. Per questo Blackrock non vedeva l’esito elettorale come “particolarmente negativo” per l’euro e l’Europa e per questo innumerevoli trader e investitori riducevano all’osso la questione politica italiana a queste domande: Movimento 5 Stelle, in particolare, e Lega vogliono o possono uscire dall’euro? Possono opporsi efficacemente alla Germania?

Anche il movimento più “estremista”, la Lega, ieri per bocca del suo segretario escludeva un referendum sull’euro. Ai mercati non interessa se gli italiani useranno i ridottissimi margini che l’Europa lascia per assumere dipendenti pubblici o per fare metropolitane, se si rientrerà nei parametri del deficit risparmiando sulla spesa pubblica improduttiva o vendendo le ultime partecipazioni statali rimaste, tutte strategiche economicamente e politicamente, a prezzi di saldo. Al mercato non interessa nemmeno quali siano gli effetti di lungo periodo che si avranno rimanendo nel solco della politica europea o italiana degli ultimi anni. Importano gli effetti nei prossimi sei mesi, forse. Quello che importa è se le elezioni italiane di ieri possono aprire una fase di rottura. La risposta è negativa.

Prendiamo l’articolo di commento alle elezioni italiane pubblicato ieri dal Washington Post in cui si fa parlare il direttore dell’European Policy Center, Emmanouilidis. L’Europa, e gli investitori aggiungiamo noi, ha imparato che i movimenti “anti-establishment” fanno molta meno paura quando salgono al potere. L’esperienza di Syriza in Grecia che prometteva battaglia ai creditori per poi eseguire le politiche europee è il metro di paragone anche per le elezioni italiane e per il Movimento 5 Stelle; “questi movimenti sono diventati parte dell’establishment”. Sulla stessa linea anche Jean-Paul Fitoussi per cui solo la Lega sarebbe “populista”. Il Movimento 5 Stelle è percepito come parte dell’establishment europeo nella misura in cui non ha coscienza dell’origine dei problemi, la questione è la “corruzione”, e nella misura in cui esprime il disagio raccolto con una lamentela nei confronti dell’Europa. Esattamente come un partito di opposizione che non è al governo e che, soprattutto, non potrà mai essere al governo dell’Europa. In questo senso è parte dell’establishment e lo aiuta a riprodursi.

L’esito elettorale italiano, sempre secondo Fitoussi, è il prodotto della politica economica europea, l’austerity, che lascia sole le fasce più deboli della popolazione. Questo spiega la differenza abissale tra il voto al nord e il voto al sud. Il nord più dinamico, con più imprese e più appetibile come mercato può, in qualche modo, attutire gli impatti dell’austerity, ma il sud no, esattamente come la Grecia o il Portogallo. Non è rimasto più nessuno che possa investire, produttivamente, facendo ripartire un’economia che si sta avvitando. Lo Stato italiano apriva fabbriche e impianti statali e parastatali dando un’alternativa all’assistenzialismo peggiore. Oggi non c’è nessuna alternativa tra l’emigrazione e l’assistenzialismo e l’Europa non ha sostituito lo Stato italiano. Rimane solo una grandissima rabbia senza interlocutore, è a Bruxelles, non si vota e parla tedesco, e, per qualcuno, il sogno di poter in qualche modo ripararsi scambiando vitalizi con posti pubblici.

Questa analisi però interessa a noi. Rimane il fatto che il grande vincente delle elezioni di ieri, il Movimento 5 Stelle, non cambia l’equazione economica italiana e tanto meno quella europea. Il cambiamento in Europa può avvenire o per un cambiamento della Germania, che non decidiamo noi e che nel breve ha tutto da guadagnare dal mantenimento dello status quo, o dalla rottura dell’euro concordata e negoziata o meno. Il resto non conta per i mercati. Anche movimenti che si presentavano con toni decisamente più bellicosi come Syriza hanno alla fine dovuto eseguire politiche imposte da altri. Dal punto di vista dell’establishment europeo avere a che fare con un partito che ha incanalato la protesta non è necessariamente una notizia negativa. Anzi. Alimenta anche il pregiudizio sull’irresponsabilità degli italiani e giustifica la mancanza di cambiamento. Perfetto.

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