SKY-MEDIASET/ Quei media-gattopardo in conflitto con la crisi politica italiana

- Nicola Berti

L’accordo tra Mediaset e Sky, annunciato alla vigilia di Pasqua, è un’occasione per riflettere sulla situazione di tutto il sistema media e tlc italiano. NICOLA BERTI

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Lapresse

L’accordo Mediaset-Sky — annunciato il venerdì sera del weekend pasquale — è stato registrato dai grandi media come evento industriale e finanziario, apparentemente estraneo agli sviluppi politici. Il Corriere della Sera, ad esempio, si è preoccupato di spiegare “cosa cambia per gli abbonati” di calcio e serial in tv: nulla riguardo a cosa può cambiare per i cittadini-elettori che dopo quattro settimane non hanno ancora idea minima di chi governerà in Italia. E se il quotidiano di via Solferino ha chiamato in campo l’Antitrust è stato per le incognite in vista sull’asta dei diritti tv del calcio: ciò che immediatamente interessa all’editore Urbano Cairo, non troppo dissimile da Silvio Berlusconi o dallo stesso Rupert Murdoch.

Neppure Repubblica — che per un quarto di secolo ha fatto della lotta al conflitto d’interesse del Cavaliere il cardine etico-politico della propria strategia editoriale — è andata molto oltre. Se ha abbozzato una cauta valutazione, è stato per arguire che l’intesa su Premium può facilitare uno sblocco del muro contro muro fra Mediaset e la sua scalatrice Vivendi; e per rammentare che la vicenda è contigua alla nuova — e assai opaca — escalation per il controllo di Tim, fra il finanziere francese Vincent Bolloré e il fondo americano Elliott. Un blitz, quest’ultimo, maturato dopo l’evaporazione di uno schema di riassetto delle tlc in Italia garantito dal ministro uscente dello Sviluppo, Carlo Calenda: temporaneo difensore — nei governi Renzi e Gentiloni — dell’italianità di Mediaset sotto attacco francese. 

Tranchant, dal canto suo, Il Sole 24 Ore: per il quale il comunicato di venerdì annuncia “una pace di sistema”, porta “stabilità” nel sistema televisivo italiano. Ed è forse l’affermazione più paradossale, soprattutto da parte da un quotidiano economico controllato da industriali privati: se c’è nel sistema-Paese un’industria “instabile” e bisognosa di cambiamenti urgenti e radicali questa è quella media-Ict. Un mondo in crisi profonda (a cominciare dai grandi quotidiani tradizionali) perché ingabbiato da una normativa antiquata e non-digitale, nemica dell’innovazione e della concorrenza, già alle origini lontana dagli standard mediatici di una democrazia evoluta.

Resta il fatto che tutti gli osservatori o quasi hanno preferito ignorare o quasi che il principale protagonista dell’accordo Mediaset-Sky è lo stesso signore che mercoledì salirà al Quirinale per le consultazioni post-elettorali più delicate e incerte della storia italiana recente. È il leader che dal 5 marzo — dopo aver incassato con Fi una frenata epocale a vantaggio della Lega — si è mostrato pochissimo in pubblico, mostrando un sostanziale disinteresse per l’impasse di governo e il destino stesso della sua forza politica. Par di capire che abbia avuto altro a cui pensare rispetto all’ascesa di Matteo Salvini.

In questo il Cavaliere è apparso singolarmente vicino a Matteo Renzi: l’altro grande sconfitto del voto politico, il quale ha trincerato se stesso e il Pd in una silenziosa opposizione para-aventiniana, attenta peraltro di prorogare il più possibile l’occupazione della Rai e la presa governativa sull’editoria attraverso il ministro Luca Lotti. Anzi: Roberto Fico — neopresidente grillino della Camera, privo di vicepresidenti Pd — ha liberato la poltrona di presidente della Commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai, che Renzi avocherebbe da subito per Maria Elena Boschi, in nome di un’opposizione “a prescindere” dall’ascesa o meno di Luigi Di Maio a Palazzo Chigi.

Se Berlusconi e Renzi incarnano nel 2018 il duopolio tv cementato nella tarda Prima Repubblica, Cairo rappresenta il tentativo di mantenerne la logica con una graduale evoluzione verso un oligopolio: in cui scompaiano le vecchie barriere carta/tv e vengano rimescolati canali e testate esistenti, ma in cui restino protezioni nazionali all’industria-media (scenario cui non è certamente sfavorevole il polo Gedi) . 

Attorno, nomi e dossier sono quelli di sempre: Sky come “monopolista” della tv satellitare (da sempre sinonimo di calcio in tv) è storico convitato di pietra nella cornice Mammì-Gasparri-Gentiloni-ecc. Rupert Murdoch — fraterno rivale di Berlusconi come Bolloré — sorvolava già nel 2007 il tavolo del riassetto di Telecom Italia, basato su un piano non sgradito a Romano Prodi, con lo scorporo della rete presso la Cassa depositi e prestiti e la possibile trasformazione di Tim in media company. Allora Mediobanca si muoveva ancora con una certa autorevolezza sullo scacchiere politico-finanziario: oggi sta emergendo da anni di castigo imposto dal giglio magico renziano, gran tifoso di Intesa Sanpaolo. Quest’ultima è emersa nel frattempo come padrona del Corriere grazie a Cairo, prestanome di indiscusso calibro imprenditoriale. John Elkann Agnelli IV, intanto, starebbe ritrovando passione per le vicende di Gedi, da cui invece pare essersi definitivamente staccato Carlo De Benedetti.

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