ALITALIA/ Ecco quanto costa all’Italia perdere la compagnia di bandiera

- Paolo Annoni

Pensando al futuro di Alitalia si parla sempre del costo per il contribuente e degli sprechi da eliminare. Questa prospettiva è nella migliore delle ipotesi miope, dice PAOLO ANNONI

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Lapresse

Lufthansa inizierà una trattativa in esclusiva per l’acquisto di Alitalia anche se la chiusura della procedura verrà rinviata di almeno sei mesi. Nel dibattito decennale sulle vicende della compagnia di bandiera italiana si sono dette moltissime cose; il filo rosso è da sempre il costo per il contribuente e gli sprechi da eliminare. Questa prospettiva è nella migliore delle ipotesi miope. La questione Alitalia, al di là dei numeri e da un punto di vista strategico, si riassume nell’aver rinunciato ai collegamenti internazionali con il nord America, conseguenza di pessimi accordi con i partner di Sky team; si è rinunciato in questo modo a quello che è di gran lunga il mercato più ricco del trasporto aereo e cioè i collegamenti tra nord America ed Europa. Se aggiungiamo una quota di voli low cost sul mercato interno che non ha paragoni né con la situazione francese, né con quella tedesca si delinea uno scenario in cui Alitalia si è messa in una situazione in cui è praticamente impossibile competere con profitto anche tagliando aggressivamente i costi.

Questa questione è solo metà del problema. Concentrarsi solamente sui costi e sugli sprechi di Alitalia è un errore di prospettiva. L’Italia oggi è tagliata fuori dalle maggiori rotte internazionali e non è raggiungibile se non con uno scalo addizionale. L’handicap dal punto di vista dei flussi più remunerativi, i turisti internazionali e la clientela business, è devastante per il sistema Paese italiano e in particolare per il turismo. Per capire di cosa si stia parlando basta fare un paragone con l’aeroporto di Parigi, in un Paese con ambizioni turistiche assimilabili a quelle italiane. Da Parigi partono voli per 32 destinazioni verso il nord America contro i 14 di Roma Fiumicino. Anche l’aeroporto di Madrid fa meglio con almeno una destinazione in più. Il confronto con il nord Italia e in particolare Milano è ancora più imbarazzante. Da Barcellona partono voli per 13 città in nord America contro le 8 di Milano.

Lo svantaggio competitivo dell’Italia nei confronti dei propri competitor europei è chiaro. Un turista americano, ma il discorso si applica sia all’Asia che al sud America, tendenzialmente ricco, per venire in Italia deve fare uno scalo in più. Significa mettere in conto, in media, almeno una giornata persa, tra andata e ritorno, e un’infinità di fastidi in più. Sui classici 7/10 giorni di permanenza turistica il danno è notevole, sulla durata più breve di quella business il danno è devastante. A garantire le destinazioni internazionali è la compagnia di bandiera, Iberia o Air France, perché sul corto raggio ci sono le compagnie low cost.

Sulla vicenda Alitalia, qualsiasi sia la soluzione finale, deve entrare questa prospettiva e cioè ci si deve chiedere quanti soldi il sistema perda, in termini di camere di hotel o conti al ristorante, per essere ai margini delle grandi rotte internazionali. È nell’interesse dell’Italia essere collegata bene con il resto del mondo; l’evidenza, per ora, suggerisce che questo compito negli altri Paesi è assolto da una compagnia di bandiera anche in Paesi più piccoli del nostro e con prospettive turistiche inferiori (come la Spagna). Non deve essere necessariamente così, ma come minimo si può dire che sia difficile immaginare un’altra soluzione con cui raggiungere lo stesso fine.

Serve una compagnia efficiente e soprattutto serve una compagnia che abbia la possibilità di sviluppare le destinazioni più remunerative; se per fare questo si devono rompere le alleanze pazienza. Per l’Italia e per il suo turismo essere collegata bene è troppo importante ed essere collegata male è un danno troppo grande.

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