SPREAD E BORSA/ I grafici che provano la pressione a comando su Di Maio e Salvini

C’è una forte pressione sul future Btp, avverte ALESSANDRO MAGAGNOLI, mentre “l’indice Ftse Mib ha perso slancio, ma non è ancora il momento di fasciarsi la testa”

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Lapresse

“La Borsa non ha violato supporti importanti, mentre bond e spread sì: quindi starei attento all’evoluzione più dei titoli di Stato che delle azioni italiane. Anche se campanelli d’allarme potrebbero presto suonare sul settore bancario”. Dopo due giorni sull’ottovolante – con Piazza Affari l’altro ieri colpita e affondata (-2,35%), poi tornata su una linea di galleggiamento, e con due strappi violenti dello spread fino a quota 160, per poi arretrare ieri a 150 circa – Alessandro Magagnoli, co-fondatore di Financial Trend Analysis, abituato a compulsare ogni giorno i grafici dell’analisi tecnica – guarda con un po’ di preoccupazione e pessimismo alla possibile evoluzione dei mercati, anche se “non è ancora il momento di fasciarsi la testa”.

Sta per finire il benevolo disinteresse dei mercati verso l’Italia?

Se si guarda la cronaca è così, ma l’osservazione dei grafici, che sono lo strumento principale dell’analisi tecnica, ci lascia ancora qualche speranza. Dopo le elezioni la Borsa è salita e il Ftse Mib è tornato sui massimi del 2015, rimanendo poi aggrappato a queste resistenze, con una pazienza forse inattesa. Una dimostrazione di forza, che lascia trasparire la voglia di salire. Si può dire, quindi, che l’indice Ftse Mib è rimasto forte fino a un paio di settimane fa, si è avvicinato a una resistenza importante, ma gli è mancato il colpo di reni necessario per andare oltre. Il mercato, insomma, ha mostrato pazienza, quando molti osservatori si sarebbero forse aspettati un ribasso figlio dell’incertezza politica, e solo nelle ultime giornate, siccome le Borse difficilmente stanno ferme per più di una manciata di sedute, non riuscendo a sfondare verso l’alto, si è sfogato al ribasso.

Com’è la situazione del Ftse Mib?

Il Ftse Mib resta comunque sopra la media mobile a 100 giorni, un indicatore che misura la condizione della tendenza di medio-lungo termine, che attualmente passa a 23.000. Oggi siamo in area 23.700, quindi c’è ancora un cuscinetto di 700 punti che separa l’indice da questo livello di allarme. Ma c’è una cosa importante da sottolineare.

Quale?

I massimi di inizio maggio non solo sono allineati con quelli dell’estate del 2015 e dell’ottobre del 2009, ma coincidono anche con un importante livello di ritracciamento di Fibonacci (il 38,2%) del ribasso dal top di maggio 2007. Gli studiosi dei grafici affidano grande importanza a questo livello, perché lo ritengono in grado di discriminare (come i due gradini successivi della scala dei ritracciamenti, il 50% e il 61,8%) tra un movimento di correzione e una vera e propria inversione di tendenza. Guardando al quadro di insieme, è quindi possibile dire che per il momento, a meno di una prossima rottura dei 24.500/24.600 punti da parte del Ftse Mib, il rialzo di Borsa dell’ultimo anno circa non ha fatto nulla per alterare un quadro di fondo ancora orientato al ribasso. In altre parole, le origini dell’incertezza sul destino del nostro mercato azionario sono ben antecedenti al risultato elettorale del 4 marzo.

Lo spread con il Bund, invece, ha messo a segno in due giorni due forti strappi, fino a 160, anche se ieri ha chiuso intorno a 150. Che cosa significa?

Lo strappo graficamente più rilevante è stato quello di mercoledì, che ha interrotto la tendenza ribassista che durava dall’ottobre 2017. Il rialzo, però, non ha ancora varcato soglie da allarme rosso. Per lo spread, infatti, l’area critica è attorno a 180-185; dovesse superare questo livello, sarebbe la conferma di un trend che può arrivare a vedere quota 210, cioè i massimi di aprile 2017. E un 2% di spread, considerando il livello bassissimo dei tassi attuali di mercato, è un’enormità, darebbe voce al coro dei catastrofisti.

C’è più tensione sui bond italiani che su Piazza Affari?

Il grafico del future Btp a 10 anni, a differenza di quello del Ftse Mib, è finito sotto la media mobile a 100 giorni e anche al di sotto della base di quel canale crescente che ne aveva contenuto l’andamento dei minimi del marzo 2017 (un canale altro non è che una porzione di grafico compresa tra due linee parallele che delimita il percorso di evoluzione di un trend per un certo periodo di tempo). La violazione della base di un canale di lunga durata come quello citato può essere letta come un primo segnale di inversione della tendenza in atto fino a quel momento.

Però l’ombrello della Bce resta aperto…

E’ vero che c’è Draghi, che se volesse potrebbe forse evitare o almeno moderare movimenti al ribasso, ma questi segnali grafici sul future Btp possono voler dire, azzardando una lettura “dietrologica”, che si è manifestata una tensione creata ad arte per spingere a fare il governo in fretta e tenendo ben presenti certi vincoli. Del resto, nella bozza circolata lunedì si parlava di molti temi anti-euro, ma dopo il calo del Btp e la salita dello spread il punto della possibile uscita dall’euro è passato in secondo piano, così come un’eventuale riduzione del debito di 250 miliardi.

Ha ragione, dunque, Salvini quando parla dei soliti giochetti dei mercati finanziari?

Ripeto: la cronaca politica è una cosa, i grafici sono un’altra. Sta di fatto che il future Btp in sette giorni è sceso da 140 a 135, il che significa che c’è una forte pressione contro i Btp. Movimenti di questa ampiezza, in verità, li avevamo registrati già anche a dicembre e a luglio dello scorso anno, per il momento quindi siamo nell’ambito del già visto. La tensione, tuttavia, potrebbe aumentare e raggiungere livelli di guardia e la violazione di area 133 sul grafico del future decennale sarebbe un segnale in questa direzione.

Ieri intanto a pagare dazio a Piazza Affari sono state le banche. Come si presenta la situazione grafica del settore?

Le ultime sedute del settoriale banche di Piazza Affari destano preoccupazione. Si sta infatti configurando un doppio massimo, originato a partire dal picco di gennaio di area 12.500 e non ancora completato, che a vederlo mette un po’ di paura. Il doppio massimo è infatti una delle figure di “inversione”, ovvero di quelle che possono, se completate, invertire la tendenza rialzista precedente, più affidabili. Il fatto, poi, che il lato alto della figura sia a stretto contatto con una resistenza chiave, il 50% di ritracciamento del ribasso dal picco del luglio 2015, aggiunge ancora maggiore significatività a questa fase di mercato. Senza lo sfondamento dei 12.500 punti il rialzo degli ultimi mesi rischia di dimostrarsi solo un intermezzo all’interno di una struttura ribassista complessa, alla quale mancherebbe ancora una fase prolungata per esaurirsi.

Perché?

Qualora dovesse essere completata questa figura, verrebbe messa in discussione tutta la fase rialzista iniziata nel 2016, che ha portato il Ftse Mib a salire da 16.000 a 24.000 punti, sulla spinta proprio delle banche, che hanno un peso preponderante all’interno del listino: nello stesso arco di tempo il settoriale ha infatti messo a segno una crescita da 6.440 a 12.600 punti, praticamente raddoppiando di valore.

E ora cosa potrebbe succedere?

Se il doppio massimo venisse completato, con la discesa al di sotto dei minimi di inizio marzo a 11.440 punti, potrebbero accendersi dei campanelli d’allarme. In caso il settore banche scivolasse sotto 11.400, c’è il rischio di avvio di una fase calante prolungata, che potrebbe riportare l’indice del comparto anche al di sotto dei 10.000 punti.

Qual è lo scenario per il Ftse Mib?

Ora si trova intorno a 23.600, è importante che non sia violata quota 23.000, in tal caso vorrebbe dire che queste ultime sedute sono state solo scaramucce. Sotto 23.000, invece, si corre il rischio di assistere a un calo prolungato, sulla falsariga di quello ipotizzato per il settore bancario, non solo a una correzione come quella già vista tra gennaio e marzo.

Un quadro pessimista, dunque?

Con i massimi di inizio maggio l’indice ha avvicinato una resistenza molto forte, un punto focale, coincidente con i massimi di ottobre 2009, allineati al top dell’estate 2015, che non è stata superata. Segno che il mercato ha perso slancio. Questo non vuol dire che non lo possa ritrovare, servirebbe tuttavia la giusta motivazione sul fronte delle notizie economiche o politiche. Se, ad esempio, Di Maio e Salvini tirassero fuori dal cappello il nome di un premier gradito ai mercati o di ministri economici altrettanto “tranquillizzanti”, la spallata alle resistenze potrebbe anche esserci. E in quel caso i grafici dicono che si potrebbe aprire una nuova stagione di rialzi, estesi e duraturi.

Ma quanto è credibile questa possibilità?

Al momento attuale è difficile da credere, ma il bello dei grafici è che spesso anticipano la realizzazione di movimenti che sembrano improbabili quando si verificano e per i quali si trovano giustificazioni plausibili solo a posteriori. Aspettiamo, quindi, a fasciarci la testa, perché l’idea di poter dipingere un quadro rialzista non è ancora tramontata.

Ci sono titoli da tenere particolarmente sotto osservazione per cercare di capire la possibile evoluzione della Borsa italiana?

Unicredit è molto interessante, perché è il secondo-terzo titolo più scambiato sul listino e rispetto a Banca Intesa, che è un po’ più capitalizzato, presenta una volatilità maggiore: quella a tre mesi di Unicredit è pari al 25%, per Intesa siamo invece attorno al 15%. Questo significa che il titolo Unicredit è più rischioso, cioè può salire o scendere più repentinamente, ma anche più reattivo alle notizie economiche o politiche e quindi è in grado di anticipare meglio i movimenti del mercato nel suo complesso.

E che cosa ci dice il grafico di Unicredit?

Graficamente il titolo ha disegnato a partire dallo scorso agosto in area 18,40 euro un potenziale doppio massimo, figura appunto di buone qualità previsionali. Il doppio massimo verrebbe completato sotto il minimo del 2 gennaio a 15,47 euro. In quel caso verrebbe messo in discussione il rialzo originato dai minimi di luglio 2016, con il rischio di un test a 13,99 euro, base del gap rialzista lasciato dai prezzi il 24 aprile 2017. Anche in questo caso, come per l’indice Ftse Mib e il settoriale banche, segnaliamo che i livelli massimi raggiunti di recente si collocano su di una resistenza chiave. A 18 euro circa troviamo infatti il 38,2% di ritracciamento del ribasso dal picco di giugno 2015, percentuale ricavata dalla successione di Fibonacci molto cara, per la sua efficacia, agli analisti. L’esperienza infatti insegna che un ritracciamento di questa portata è da considerare solo correttivo, ovvero intermedio rispetto ad una struttura ribassista di ordine superiore. Al superamento di area 18,00/18,50 Unicredit dimostrerebbe una forza inaspettata, puntando con decisione verso i due livelli successivi di Fibonacci, posti a 21 e 23,80 euro. Sia Unicredit che il Ftse Mib si trovano, quindi, in prossimità di soglie critiche, che finora non sono state travolte ma che al tempo stesso restano relativamente vicine alle quotazioni per essere raggiungibili con un piccolo sforzo. I ribassi al momento non sono nulla di grave, solo qualche linea di febbre di una malattia che però sembra destinata ad avere delle complicanze.

In conclusione?

Essenziale in questa fase è non farsi prendere dal pessimismo e non farsi condizionare troppo dal flusso delle notizie, rimanendo ancorati alla realtà dei grafici senza anticipare, sulla scia dell’emotività, indicazioni concrete di forza o di debolezza. Le soglie critiche sono, per fortuna, di facile individuazione e solo il loro superamento potrà fornire nuove indicazioni sul prossimo futuro.

(Marco Biscella)

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