CONTRATTO LEGA-M5S/ Deficit, turismo, Pmi, green economy: tutto bello, ma le coperture?

La bozza finale dell’accordo è troppo generica anche sugli strumenti. Tra le note positive, segnala LEONARDO BECCHETTI, il passo indietro sul “battipugnismo” nei rapporti con la Ue

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LaPresse

La bozza di accordo tra Lega e M5s per il governo del cambiamento è arrivata alla sua stesura finale e ieri è passata al vaglio degli iscritti Cinque stelle sulla piattaforma Rousseau (domani, poi, toccherà ai leghisti dare il gradimento o meno nei gazebo che saranno allestiti nelle piazze dal partito di Salvini). Che giudizio emerge dalla lettura delle 39 pagine sui principali temi economici? “È un libro dei sogni con molti impegni di spesa e poche indicazioni sulle coperture – risponde Leonardo Becchetti, professore di Economia politica all’Università di Roma Tor Vergata -. Anche sugli strumenti per realizzare questi obiettivi si resta troppo sul generico”. È il caso dei capitoli sulle Pmi e sul turismo. Tra le note positive, “la scelta di puntare sulla green economy e il passo indietro sul ‘battipugnismo’ nei rapporti con la Ue, che rappresenta un passo avanti per il Paese”.

Professore, che giudizio complessivo si sente di dare alla bozza di accordo Lega-M5s?

È una bozza di accordo di governo per il cambiamento che presenta molti impegni di spesa senza indicazioni sufficienti sulle coperture. A fronte di spese per 60-100 miliardi di euro si parla di tagli generici e di “utilizzo appropriato del deficit”. Visto che il tasso di crescita non sarà sufficiente per coprire questi impegni, o si va verso il ridimensionamento di questo libro dei sogni o bisognerà accettare di sforare le regole del deficit. Tutto sta a capire di quanto.

Non le sembra che in diversi punti ci siano molte enunciazioni di principio, ma pochi dettagli sugli strumenti per tradurle in pratica?

In effetti, in alcuni punti, si resta troppo sul generico. E invece qualche indicazione in più sugli strumenti per raggiungere questi obiettivi sarebbe importante, specie nel momento in cui ci si dovrà scontrare con la realtà delle cose, che è fatta anche di interessi contrapposti e di vantaggi o svantaggi per diverse categorie sociali.

Partiamo dal capitolo delicato dei conti pubblici. I toni sembrano meno perentori rispetto alle prime bozze. Si parla di “indurre la Commissione Ue a scorporare gli investimenti produttivi dal deficit” e di “ridiscussione dei Trattati”. Sono strade praticabili?

Questo è un ripensamento opportuno. Anche i più facinorosi con la Ue probabilmente hanno capito che forzare la mano sulla revisione dei Trattati o ipotizzare l’uscita unilaterale dell’Italia dall’euro sono scenari pericolosi, perché c’è il rischio di creare svalutazione e inflazione, portando anche al possibile default del Paese. Per fortuna si è tornati indietro, e un passo indietro sul “battipugnismo” ai tavoli con la Ue è un bel passo avanti per il Paese.

Nel capitolo sull’Unione europea si legge testualmente che “si chiederà ‘di condividere scelte concordate per affermare l’identità europea sulla scena internazionale’ che sia sganciata dall’immagine della supremazia di uno o due Paesi membri”. Si delinea una messa in discussione, se non un’aperta contrapposizione, con l’asse franco-tedesco?

In questo non vedo nulla di male. È giusto ammonire su forzature unilaterali che possono attenuare le potenzialità dell’Europa nel suo complesso. Ed è giusto riportare l’attenzione su maggiori sinergie e maggiore cooperazione all’interno e fra i Paesi dell’Unione europea.

Il capitolo sul Sud raccoglie solo 7 righe. Non è un po’ poco per affrontare quella che molti osservatori considerano un’emergenza e una priorità nazionale?

Questo è un aspetto davvero singolare. Non si può più ragionare sull’Italia come media: abbiamo 4 o 5 regioni che marciano con la piena occupazione e un Sud che versa in situazioni molto difficili. È illusorio pensare di affrontare realtà diverse con la stessa ricetta. Di solito, quando cambia un governo, si tende sempre ad affermare, come principio ideologico, la discontinuità con chi ha governato prima. Ma in questo caso era giusto chiedersi cosa fare di alcune misure specifiche, come le Zone economiche speciali o gli aiuti all’autoimprenditorialità giovanile. Anche il reddito di inclusione merita di essere ampliato, non cancellato.

E il reddito di cittadinanza?

Sul reddito di cittadinanza la bozza fornisce uno dei pochi impegni di spesa quantificati, pari a 17 miliardi. Il vero problema, però, è subordinare la misura all’effettivo reinserimento sociale e lavorativo dei beneficiari.

Come giudica il pacchetto di misure a favore delle Pmi? Si parla della Banca per gli investimenti e si annunciano interventi a tutela del Made in Italy…

Anche qui le formulazioni sono molto generiche, non vengono approfondite. Quanto alla Banca per gli investimenti, si tende a tralasciare l’importanza nell’economia civile delle biodiversità bancarie, con il ruolo importante coperto dal credito cooperativo e dalla finanza etica. C’è, insomma, una tirata verso il pubblico, dimenticandosi del principio di sussidiarietà.

Industria 4.0 sembra essere sparita dai radar. È un errore?

Se dobbiamo citare un esempio virtuoso di spesa pubblica utile, non possiamo non parlare di Industria 4.0, che ha favorito il rilancio degli investimenti produttivi, così come non va dimenticato il bonus per le ristrutturazioni edilizie. Lo ripeto: il problema perverso di chi si appresta ad andare a governare è la smania di voler cancellare tutto quello che è stato fatto prima, per affermare una sorta di principio astratto della discontinuità. È una prassi che accade spesso, accade anche con questo documento, ma tutto ciò è molto pernicioso.

Un capitolo è dedicato alla green economy. Possiamo considerarla una svolta positiva?

Sì. Questo punto è un patrimonio condiviso da Lega e M5s, che si sono dimostrate molto sensibili ai temi dell’economia circolare e della green economy. La sostenibilità è un volàno formidabile per la creazione di nuove opportunità di crescita e di occupazione. Come ha recentemente dimostrato anche la vicenda della Embraco, che ha evitato la delocalizzazione proprio grazie all’adozione di due progetti legati alla sostenibilità.

Nella bozza si parla di rilancio dell’industria turistica, proponendo la riorganizzazione dell’Enit, l’introduzione della Web tax turistica e la cancellazione della tassa di soggiorno. Che ne pensa?

Il turismo è un settore fondamentale dell’economia del Paese, una leva che deve portare risorse. E allora mi chiedo: perché abolire la tassa di soggiorno, che pesa poco sulle persone, dà risorse agli amministratori locali ed è facile da riscuotere? E nemmeno capisco perché si voglia puntare su questa Web tax turistica, la cui gestione mi sembra complessa.

(Marco Biscella)

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