FINANZA/ L’investimento dimenticato da Lega e M5s per la ripresa

- Giuseppe Pennisi

Lega e M5s vogliono creare il Governo del cambiamento. Ma nel loro programma sembra mancare una leva importante per lo sviluppo dell’economia. GIUSEPPE PENNISI

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Una parte del “contratto di governo” stipulato tra Lega e Movimento Cinque Stelle che appare carente è quella relativa all’istruzione e in particolare alla scuola. Non mancano critiche all’azione del Governo Renzi che va sotto il nome di La Buona Scuola quali l’immissione in massa di “precari storici”, spesso in materie letterarie, senza tenere conto che le esigenze principali sono di insegnanti preparati e motivati in materie scientifiche e senza considerare che gran parte del fabbisogno (di insegnanti) è nel Centro-Nord, mentre gran parte delle eccedenze (di precari) è nel Sud. Non mancano neanche critiche alla disorganizzazione (speriamo iniziale e causata dall’improvvisazione) nell’alternanza scuola-lavoro. Mancano però i lineamenti di un programma coesivo che renda l’istruzione sia una determinante di crescita (tramite l’aumento della produttività), sia un elemento di inclusione sociale.

Occorre ricordare che due economisti, che non si conoscevano e che non si leggevano – l’americano Charles Kindleberger e l’ungherese Ferenc Janossy -, in libri pubblicati all’inizio degli anni Settanta, individuarono nell’istruzione e nella formazione la determinante principale del “miracolo economico” italiano. Sarebbe difficile affermare oggi che l’istruzione e la formazione possono essere la leva per una ripresa inclusiva se non si pone rimedio a situazioni che si leggono sulle prime pagine dei giornali: edifici fatiscenti, insegnanti anziani e demotivati, bullismo nelle aule.

Eppure l’istruzione è un investimento che conviene. Agli individui e alla collettività. I dati Ocse dimostrano che nonostante la forte riduzione del “premio salariale” (ossia quanto con una laurea si guadagna in più), in Italia l’istruzione universitaria ha un tasso di rendimento interno finanziario superiore al 10% per coloro che arrivano alla laurea e non si fermano a un diploma di scuola secondaria. È un dato aggregato che tiene conto anche dei “fuori corso” e assume una durata media di sette anni per studi che, incluso il ciclo magistrale, dovrebbero concludersi in cinque anni. Quindi, chi si laurea “in corso”, ha un rendimento ancora maggiore.

Non è un guadagno solo per l’individuo ma per la collettività. Un’analisi della Fondazione Agnelli, sulla base di dati Ocse-Pisa (l’analisi condotta periodicamente sull’apprendimento e le competenze dei quindicenni in matematica e materie scientifiche, le uniche che si prestano a comparazioni internazionali) conclude che un aumento di apprendimento e competenze di 25 punti Pisa comporta cinque decimi di Pil all’anno in più, consentendo di abbattere in debito pubblico in meno di una generazione, aumentando la produttività e facilitando ricerca e innovazione. Sempre la Fondazione Agnelli, sulla base di dati Itanes (l’associazione che promuove ricerche e studi in campo elettorale), documenta come l’istruzione comporti un maggiore impegno politico e sociale.

Tutto ciò può sembrare ovvio. Sappiamo dalle analisi Ocse-Pisa che in Italia ci sono differenze marcate tra Nord (in certe regioni i quindicenni hanno un livello d’apprendimento in matematiche e scienze non inferiori ai loro pari nell’Europa centrale e settentrionale) e Sud (dove i livelli d’apprendimento sono i più bassi dell’Unione europea e sfiorano quelli del Nord Africa). Il nodo è cosa fare? A una scuola elementare a livelli qualitativi simili a quelli del resto d’Europa segue scuola media di livello insoddisfacente e una tripartizione (licei, istituti tecnici, formazione professione) in cui solo i licei nel Centro-Nord hanno livelli di qualità pari alla media dell’Ue.

Nella funzione di produzione dell’istruzione, l’elemento centrale è l’insegnante. In Italia, si seguono metodi tradizionali, con una didattica spesso stantia, e senza incentivi a migliorare. Un programma per il cambiamento dovrebbe includere un vasto schema d’aggiornamento degli insegnanti in moderne tecniche didattiche interattive e nell’uso delle tecnologie oggi disponibili, nonché un allungamento degli orari per ridurre dispersioni e abbandoni. Unitamente a un sistema di carriere. Lo schema dovrebbe essere articolato su diversi anni, anche per distribuirne i costi. Potrebbe essere il miglior investimento per la crescita e l’inclusione sociale.

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