SPREAD SOPRA 200/ Ecco l’unica mossa del Governo Conte per evitare un altro 2011

- Ugo Bertone

Lo spread ha sfondato quota 200. La situazione non è la stessa di sette anni fa, ma l’Italia rischia lo stesso di trovarsi in crisi nel medio termine. UGO BERTONE

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Mal comune, mezzo gaudio. Piazza Affari lascia, almeno per un giorno, la scomoda posizione di maglia nera tra le Borse europee, complice il tonfo di Madrid spinta al ribasso dalla crisi politica che rischia di aprirsi dopo la sentenza per il caso Gurtel, ovvero la rete di scandali e corruzione che coinvolge in prima persona lo stesso premier Mariano Rajoy. Ma la novità non impedisce ai titoli di Stato di Madrid di allungare il distacco rispetto ai Btp italiani: il differenziale tra Bonos spagnoli e decennali di casa nostra ha raggiunto venerdì mattina il livello più alto dal 2012 a 105 punti base. Soffrono ancor di più i titoli a breve, in grande fermento nelle ultime settimane. 

All’origine del fenomeno contribuisce la decisione dei grandi operatori di non usare più la carta italiana come collaterale nelle operazioni di finanziamento all’ingrosso al posto dei titoli tedeschi, come accadeva da un anno con beneficio per il Tesoro. Nelle ultime giornate la situazione si è rapidamente ribaltata, a causa probabilmente del fatto che le forti escursioni di prezzo causate dalle turbolenze politiche hanno richiesto reintegri continui della garanzia. Anche da queste note tecniche emerge la cautela, comprensibile, con cui i mercati guardano all’Italia, dopo che ha preso il via una stagione complessa e, per molti versi, inedita. 

Rispetto alla situazione drammatica del 2011, quando una pioggia di vendite seppellì il governo Berlusconi con uno spread sui titoli a 30 anni di 467 punti, la situazione è senz’altro diversa, così come l’atteggiamento degli addetti ai lavori. Merita segnalare l’atteggiamento critico ma problematico di Goldman Sachs. La banca Usa, consapevole che dietro l’affermazione giallo-verde ci sono i limiti di strategie europee che non sono riuscite ad affrontare, né tanto meno risolvere i guasti delle scelte dell’eurozona concede una seppur timida apertura di credito a una politica di svolta, anche perché non è il caso di farsi impressionare dai picchi dello spread che, si legge nel Global Market Daily di ieri – “rimarrà sopra i livelli ottimali (120-140 punti base), ma non raggiungerà livelli tali da creare problemi sistemici per l’intera eurozona”. 

Inoltre, nonostante il rischio di uno scontro tra il nuovo governo e i partner europei, secondo la banca, “sembra esserci una disponibilità da parte delle forze del mercato a concedere allo stadio attuale il beneficio del dubbio alle nuove autorità. Nonostante l’alto livello del debito pubblico, l’Italia ha probabilmente ancora dello spazio fiscale disponibile. Il Paese genera da tempo un surplus primario stabile, l’inflazione e i tassi reali sono bassi e la banca centrale continuerà a comprare i bond governativi attraverso il reinvestimento del portafoglio costituito con il Qe nel corso dei prossimi anni”.

L’analisi di Unicredit giunge alle stesse conclusioni: il Tesoro non arriva certo impreparato al confronto di questi giorni. Da inizio anno l’Italia ha già emesso 125 miliardi di obbligazioni a medio e lungo termine, quindi ha già completato più del 50% del suo obiettivo di funding 2018. Questo vuol dire che ci sarà meno pressione nell’offrire bond nei prossimi mesi: solo 10 miliardi di emissioni nette (tenuto conto quindi della copertura dei bond in scadenza) per l’Italia nel periodo giugno-dicembre. Questo saldo netto sarà facilmente assorbibile dagli acquisti della Bce nel programma di Quantitative easing (stimati per 15 miliardi di euro). Insomma, la diga del debito può tenere, per ora, senza grossi problemi.

Altro discorso è se si proietta l’analisi nel medio termine. Al di là della politica italiana, occorre mettere in conto l’invecchiamento del ciclo economico, la spinta internazionale al rialzo dei tassi e alla ripresa dell’inflazione, temi che minacciano di complicare gli equilibri finanziari di un Paese fortemente indebitato come l’Italia. Suoni da monito quanto sta accadendo in Argentina e Turchia, due Paesi assai più fragili del nostro, ma che ci avvertono di quanto siano cambiati gli umori della finanza mondiale, sotto stress prima per la Brexit, poi per l’affermazione dei nazionalismi ai tempi di Trump: da qui in avanti chi cade verrà lasciato solo e verrà lasciato indietro senza illudersi di poter far conto sul sostegno degli altri. Nessuno ci aiuterà a rimetterci in piedi in caso di crollo. Se non alle condizioni imposte alla Grecia. O peggio. 

È un quadro che va tenuto ben a mente oggi, quando la maggioranza degli italiani si illude di essere alla vigilia di una stagione di crescita ininterrotta all’insegna di un forte aumento dei consumi finanziato dalla spesa pubblica. Certo, molte ragioni depongono a favore di una svolta, possibile se la sfida verrà raccolta da una percentuale crescente di europei. Ma il metro di paragone della nuova politica, ammonisce Goldman Sachs, dipenderà dalla misura in cui si saprà rianimare la crescita strutturale e alzare gli standard di vita. Una sfida complicata che richiede concentrazione e cultura. Molto di più dell’abilità ad accusare di tutto i poteri forti o l’informazione, il capro espiatorio più comodo. 

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