SPILLO/ Bankitalia, un’altra prova della nostra perdita di sovranità

- Sergio Luciano

La Banca d’Italia non è più l’istituzione importante di un tempo. Lo si è visto ieri in occasione delle Considerazioni finali del Governatore Visco. SERGIO LUCIANO

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Ignazio Visco (LaPresse)

Di Maio e Salvini hanno torto, ma il partito del Presidente non ha ragione. Promettere la luna nella campagna elettorale con la riserva mentale di uscire dall’euro per poter mantenere la promessa è stata una vigliaccata, ma oggi dover accettare i diktat dei mercati internazionali per non subire guai peggiori è la prova della dipendenza politica del nostro Paese da poteri estranei alla democrazia.

Siamo già nella fase greca. E la rappresentazione plastica di tutto ciò risiede anche nella totale marginalizzazione della Banca d’Italia in questo scenario. Basta uno sguardo alle prime pagine dei quotidiani di oggi per rendersene conto: la frase-clou delle “Considerazioni finali” presentate ieri dal governatore Ignazio Visco, “Il destino dell’Italia e` quello dell’Europa”, è confinata a elemento di contorno: da punto di riferimento dell’intera giornata di cronaca che è stata per decenni.

Perché? Ma perché oggettivamente – e senza nulla implicare sulla qualità professionale di chi la guida – quel che la Banca d’Italia (come tutte le altre banche centrali nazionali, salvo la tedesca Bundesbank) oggi dice o pensa non conta più assolutamente nulla. O al massimo vale come un voto su diciannove, il numero dei Paesi che hanno adottato l’euro. Non a caso, nel fascicolo a stampa che racchiude le solenni “Considerazioni”, sotto il nome “Banca d’Italia” compare una specificazione, “Eurosistema”. E qualcuno ieri, sui social, chiosava: “Con 2.300 miliardi di debito pubblico non possiamo pensare di essere veramente un Paese libero”. Come non è libera una famiglia che dipenda, per vivere, da qualcun altro che gli presta dei soldi.

Naturalmente, il fatto che l’Italia viva già una sovranità limitata non basta a legittimare qualunque cosa dicano o tentino di fare i cosiddetti “partiti populisti”, tanto più se le loro iniziative incoscienti dovessero comportare, nel promettere miracoli impossibili, disastri concreti. Ma dovrebbe anche suonare come una campana a morto sulle velleità di governo della classe dirigente che ha prodotto tutto questo, dal nucleo storico dei benpensanti europeisti anti-italiani che progettarono l’ingresso della lira nell’euro alle condizioni, politico-monetarie, che accettammo nel ‘98; fino alla leggerezza con cui Berlusconi ha trattato il problema nel corso dei suoi governi, aggravandolo; e fino al velleitarismo con cui Renzi ha preteso di riposizionare il Paese in Europa.

Chi dall’accordo Andreatta-Van Miert in poi ha pensato che l’unica medicina per i vizi endemici dell’Italia fosse lo sciroppo amaro del rigorismo tedesco, è correo con quegli stessi italiani “viziati” di aver ridotto oggi il Paese a una colonia politica senza autonomia democratica e per di più indebitata fino al collo. Non sono i migliori, non sono i patrioti: sono dei traditori morali, anche se chi oggi li segna a dito non capisce niente e minaccia di aggravare il decorso di questa malattia cronica che ci ha colpiti.

La parabola della Banca d’Italia in questo senso è davvero emblematica. Un gruppo dirigente che per anni ha costituito la crema della scienza economica e della responsabilità istituzionale del Paese, ridimensionato al ruolo di ufficio studi. Un vigilante distratto, visti i risultati, che opera su delega europea e nei limiti strettissimi imposti dall’Europa, che dovrebbe presidiare la buona gestione del sistema bancario e invece oggettivamente dimostra di non esserci riuscito: non meglio della media degli altri, per lo meno, come invece sarebbe stato necessario per risalire la china.

Insomma, abbiamo voluto dare le chiavi della nostra sovranità a un consesso collettivo nel quale ritenevamo di poter essere ascoltati e in cui contiamo invece come il due di picche. E appena, in modo scomposto e inconsulto, tentiamo di dire la nostra, con due colpi di spread ci rimettono nel nostro angolo.

Fa ridere adesso lo scandalo di chi s’indigna per la battuta con cui – a prescindere dalle parole testuali – il commissario europeo tedesco Oettinger, commissario al Bilancio dell’Unione, mica un usciere!, ha fotografato il senso del momento storico: agli elettori italiani che hanno votato partiti che gli promettevano il bengodi (tasse basse, sussidi al reddito, in pensione presto) i mercati si sono incaricati di ricordare chi comanda. “Volete star meglio? Starete assai peggio!” e giù botte da spread. Un centesimo di punto in più sull’euribor a tre mesi significa che tutti noi che abbiamo un mutuo a tasso variabile, da luglio – se la situazione non si calma, e non si calmerà – pagheremo di più. Altro che Bengodi.

Sotto il magistero della Banca d’Italia tutto questo è potuto accadere: che la cattiva politica sfasciasse i conti pubblici, nonostante i “moniti” evidentemente imbelli dell’Istituto di via Nazionale; che le banche italiane venissero malgestite da gruppetti di incapaci approfittatori, non meno di quanto accadeva in altri Paesi europei; che le condizioni dell’ingresso della lira dell’euro fossero condizioni-capestro. Èavvenuto, e adesso paghiamo il conto. Ma la Banca d’Italia, nella quale tutti confidavamo, non è riuscita a migliorare la situazione e a nulla vale l’argomento opposto, del “chissà cosa sarebbe accaduto se non ci fosse stata”, perché semplicemente peggio non poteva accadere. Dunque è chiaro che non c’entrano la statura professionale o il profilo intellettuale di Ignazio Visco, persona eccellente, e della sua squadra. Oggettivamente, Bankitalia è oggi l’ombra di quello che fu.

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