FINANZA/ L’allarme per l’Italia viene da Argentina e Turchia

- Ugo Bertone

Le difficoltà di Argentina e Turchia degli ultimi giorni rappresentano un monito importante per l’Italia, che non deve illudersi di essere al sicuro. UGO BERTONE

Coronavirus disperato imprenditore
(LaPresse)

Meno di un anno fa, nello scorso giugno, i grandi operatori finanziari risposero con entusiasmo all’emissione di un bond di durata centenaria da parte dell’Argentina, convertita all’ortodossia finanziaria dal neo presidente liberista Mauricio Macri dopo che il fondo Elliott (regista proprio del ribaltone in Telecom Italia) aveva costretto il Paese a onorare il debito verso i creditori esteri. Sembrava l’inizio di una nuova era, grazie all’arrivo di robusti capitali esteri. Ahimè, la trama è stata ben diversa. Ieri la banca centrale argentina ha dovuto alzare, per la seconda volta in una settimana, il livello del costo del denaro al 33,25%, nel tentativo di limitare la frana del peso. Finora invano, perché la carta a brevissima scadenza (i T-Bill in valuta locale) rende ora quasi il 40% mentre il titolo a 100 anni è scivolato a quota 86,52 contro 92.20 a fine marzo e 103.55 a inizio anno, sopra il livello di emissione.

All’origine del disastro c’è la difficoltà del presidente a dar corso alla riforma dell’economia: il Paese stenta a liberarsi dell’eredità della gestione populista di Christina Kirchner, caratterizzata dall’esplosione della spesa pubblica. La stretta stenta a dare fronti concreti nel breve. Il rialzo del rendimento delle obbligazioni decennali Usa, che hanno fatto una rapida puntata oltre il 3% in attesa del rialzo dei tassi da parte della Fed nel prossimo giugno, ha intanto spinto all’insù il dollaro, a danno degli equilibri dell’Argentina, fortemente esposta sui crediti nella valuta Usa.

Potrebbe essere questa la spiegazione per il tonfo della lira turca, scivolata del 4% da inizio settimana. Anche l’economia turca, drogata dagli stimoli monetari voluti da Erdogan per sostenere la popolarità interna, rischia di pagare a caro prezzo la dipendenza dal dollaro. Il Presidente ha indetto poco più di un paio di settimane fa nuove elezioni anticipate per il 24 giugno. I mercati non l’hanno presa bene, come dimostra l’inatteso downgrade di S&P (da BB a BB-) motivato da timori fiscali per un robusto allargamento dei cordoni della borsa in vista del ricorso alle urne. Poi alcuni dati economici (indice PMI e inflazione) sono risultati impietosi nel descrivere un quadro macro che, da sicura e costante ancora di salvezza del regime, comincia a mostrare rischi non insignificanti di una spirale negativa di stagflazione. Il mercato si sta rendendo conto che il calcolo politico del Sultano potrebbe proprio essere quello di congelare la sua leadership prima della fine naturale del mandato (2019) prima che la congiuntura economica possa prendere una piega davvero spiacevole.

La cronaca economica ci offre così l’occasione per ricordare che, all’interno di un pianeta sempre più connesso sul piano economico, le deviazioni politiche prima o poi si pagano. Considerazione lapalissiana, ma che siamo portati a dimenticare vista la tenuta dei mercati finanziari di fronte alla Babele della politica italiana. La performance di Piazza Affari, infatti, è eccellente: il principale indice azionario è ai massimi dall’ottobre 2009, con un rilevante margine nel 2018 rispetto alla Germania, nell’ordine dei sette punti percentuali. Non mancano le spiegazioni al proposito. L’offerta di Francoforte dominata dai titoli ciclici, quelli che più soffrono per le tensioni sui commerci e la previsione di un rallentamento dell’economia. Piazza Affari dipende assai di più dai titoli petroliferi (Eni e Tenaris in grande spolvero) e dalle banche, in ripresa per la prospettiva di un rialzo della forbice dei rendimenti e le minori tensioni sulle sofferenze. Tengono, un po’ a sorpresa, anche i titoli di Stato e lo spread con i Bund. La ragione ovviamente sta nell’ombrello di Mario Draghi, ma anche nel rallentamento dell’inflazione, frutto della frenata dell’economia di Eurolandia, che allontana l’aumento dei tassi.

Si può stare tranquilli, è l’opinione di molti operatori autorevoli, perché i mercati hanno ormai imparato a non badare alla politica. Ma la lezione di Buenos Aires e Ankara ci ricorda che, prima o poi, i mercati presentano il conto.

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