SPY FINANZA/ Flop G-7 e Aquarius: perché i mercati se ne fregano e festeggiano?

Il ministro dell’Economia ha rilasciato un’intervista europeista. Se questa sarà la ricetta del governo, l’Italia avrà un po’ di tranquillità. Altrimenti tornerà lo tsunami. MAURO BOTTARELLI

12.06.2018 - Mauro Bottarelli
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Lapresse

Questo weekend ha portato con sé una vittima eccellente. E non parlo del tragicomico epilogo del G-7 in Canada, né dell’esito del voto amministrativo, né della vicenda Aquarius con la chiusura dei porti italiani alle navi dei migranti. No, è morta la politica, intesa come patto di fiducia fra cittadini e loro rappresentanti. E a ucciderla è stata proprio la svolta populista, che la gente sembra invece tradurre e interpretare come aumento del grado di rappresentanza, in maggiore democrazia diretta (tanto che hanno istituito anche un orwelliano ministero ad hoc): ovvero, l’eliminazione del principio di intermediazione e la neo-imposta dittatura del messaggio social.

In quale Paese del mondo, infatti, un ministro dell’Interno, in piena crisi diplomatica con la Ue sulla questione migranti e in piena emergenza operativa (capisco che su quella nave non ci fossero dei gattini, altrimenti ci sarebbero le catene attive su Facebook per salvarli, senza se e senza ma), ha il tempo di inondare Twitter di post? Trasparenza? No, millanteria mista a dissimulazione.

Nessuno di noi, infatti, può fare nulla, né tantomeno è certo che le informazioni che ci arrivano senza mediazione siano reali, ma in quanto tali, ovvero dirette, ci fanno sentire parte in causa: quindi, sono vere di default. Può capitare, quindi, che fra un tweet e l’altro in cui si rivendica che l’Italia è stufa di essere il campo profughi d’Europa – rivendicazione in sé sacrosanta ma da porre, magari, in altri termini e in altri consessi, ecco che compare la foto del ministro in atteggiamento da James Bond, quasi un’immaginetta, quasi come l’istantanea che i calciatori utilizzavano negli anni Ottanta per autografarle e donarle ai fans che seguivano il ritiro della squadra. E Salvini non è certo il solo a utilizzare in maniera massiccia questa deriva comunicativa. Anzi. Resta però il fatto che è titolare del ministero più delicato in assoluto, quindi la riservatezza sarebbe d’obbligo.

Ma si sa, domenica si votava, quindi ci si può permettere, tra un cinguettio e l’altro, anche di ricordare agli elettori l’appuntamento con i seggi, non senza sottolineare quale partito votare. Un Paese che, lentamente ma quotidianamente e senza soluzione di continuità, accetta sempre più in silenzio una deriva simile, non è destinato a finire bene.

Eppure, i mercati ieri festeggiavano. Eccome festeggiavano. Milano è partita come un treno ad alta velocità, trainata oltretutto dal comparto bancario. E lo spread? In calo. Tutto sta tornando alla normalità. Ma come, il G-7 è fallito in maniera che definire deprimente e senza precedenti pare un eufemismo, oggi l’incontro storico fra Donald Trump e Kim Jong-un nasce già sotto auspici ultimativi, visto che il capo del Dipartimento di Stato, Mike Pompeo, ha detto ieri chiaro e tondo che “solo la denuclearizzazione totale della Corea del Nord rappresenta un risultato accettabile per gli Stati Uniti”, eppure le Borse festeggiano? E poi, in rapida successione, le riunioni dei comitati monetari e dei board di Fed, Bce e bank of Japan. Insomma, una settimana geo-politicamente ed economicamente da inferno: eppure, i mercati non hanno fatto un plissé. Soprattutto Milano, il cui governo era appunto al centro di una disputa da ferri corti con Malta e la Ue sulla questione migranti.

“Di cosa ti stupisci, cosa pensavi, che il mercato si interessasse al G-7 o all’Aquarius in mezzo al mare? Al mercato interessavano due cose, ieri. Primo, l’interesse di BlackRock per una partecipazione di minoranza in Eurizon, il salvadanaio degli italiani facente capo a Intesa SanPaolo, come annunciato dal Financial Times. Secondo, l’intervista del ministro dell’Economia di domenica al Corriere. Ma l’hai letta? Si poteva cambiare nome e fotografia e quelle due pagine di programma economico potevano essere tranquillamente attribuite a Pier Carlo Padoan. Alla faccia del governo del cambiamento, se quella è la linea del Mef, a Bruxelles brinderanno. E, come hanno fatto sapere dal G-7, saranno pronti a un altro po’ di flessibilità sui conti. E con l’appuntamento con le clausole di salvaguardia per scongiurare l’aumento dell’Iva che si avvicina, questa è una prospettiva che fa piacere per il rischio-Paese. Non a caso, è calato anche lo spread”.

Ciò che avete appena letto è il pensiero di un primario operatore del mercato che ho sentito ieri mattina al telefono, per uno scambio di vedute. E se così fosse, cosa su cui nutro pochissime perplessità, sorgerebbe un dubbio, quantomeno nel timing: questo improvviso innalzamento dei toni di Matteo Salvini sulla questione immigrazione è davvero solo riconducibile alla perdita finale di pazienza da parte del titolare del Viminale oppure c’è da mettere in conto una buona parte di effetto cortina fumogena relativamente a quell’intervista? Perché, in effetti, vi invito a leggerla, se non lo avete già fatto: dei proclami sovranisti e del ricorso baldanzoso al deficit, non c’è traccia. Anzi, l’esatto contrario. E’ un programma di rigore verso il risanamento dei conti e profondamente europeista come impostazione.

Di più, pone l’accento anche su un’altra faccenda, molto delicata e nodale: il ministro Tria ha detto chiaro e tondo che Cassa depositi e prestiti non uscirà dal suo perimetro di mandato e governance. Quindi, la famosa banca statale per gli investimenti sul modello di quella tedesca (stranamente, quando fa comodo la Germania torna a essere un riferimento anche per i sovranisti) e della mai nata Banca del Mezzogiorno auspicata da Giulio Tremonti, rimarrà un auspicio e nulla più. O, se la si vorrà fare, non nascerà certo dalla costola di Cdp: almeno, non con Tria al Mef. Il quale, poi, nella medesima intervista si è premurato di fugare i dubbi di chi lo vede come una controfigura di Paolo Savona, di fatto ministro dell’Economia ad interim, nonostante il veto del Quirinale: non esiste alcun piano o suggestione di un’uscita dell’Italia dall’euro. Punto.

Insomma, i mercati hanno festeggiato la sconfessione della politica economica della coalizione di governo. Dal loro punto di vista, reazione normale. E ineccepibile, visto il grado di irresponsabilità di un impianto che prevedeva, sulla carta, interventi – fra flat tax, reddito di cittadinanza e varie ed eventuali – per un centinaio di miliardi, tutti pressoché senza una copertura finanziaria. Di fatto, incostituzionali. E se la storia ci insegna che sono stati pochi i provvedimenti respinti per questa ragione dal Quirinale, visto che l’ingegneria dei conti pubblici consente di applicare qualche bella clausola di salvaguardia per superare l’ostacolo e calciare in avanti il barattolo, la realtà economico-finanziaria che sta per dispiegarsi a livello globale non induce a essere troppo avventuristi. Anzi, cautela come norma assoluta.

Quell’intervista di Tria è stata concordata con Conte, Salvini e Di Maio proprio per tranquillizzare l’Europa ed evitare scossoni speculativi in agosto, salvo poi ritrovarci a settembre con i medesimi, irrealizzabili (almeno a livello di finanziamento) progetti economici sul tavolo? Non si può escludere, ma a quel punto, la reazione dei mercati sarebbe opposta a quella vissuta ieri: sia in Borsa, sia sullo spread. E con un’aggravante non da poco: per allora, infatti, Mario Draghi avrà parlato e si saprà qualcosa in più, almeno formalmente, sul futuro del Qe. E quindi, del nostro debito, il quale – giova ricordare – da mesi ormai vede proprio la Bce come unico compratore netto. E poi, chi ci finanzierà, al netto di 400 miliardi l’anno circa di necessità per mandare avanti la baracca Italia?

Se la ricetta del governo sarà quella tratteggiata da Tria nella sua intervista al Corriere, forse potremo godere di un po’ di magnanimità, quantomeno fino a fine anno. Se invece, passata l’estate e la paura di attacchi quando la guardia del Tesoro (e della Bce, soprattutto) è abbassata e i volumi talmente minimi da permettere anche a vendite minime di creare tsunami, si tornerà a vivere nel mondo dell’irrealizzabile e della propaganda, allora la questione sarà differente. E, potenzialmente, molto pericolosa. Perché per quanto la dittatura della comunicazione non mediata ci offra, quotidianamente (anzi, più volte al giorno) nuove priorità prêt-a-porter per reazioni di pancia, quella iniziata ieri è la settimana più importante dell’anno, la chiave di volta potenziale per il futuro economico a livello globale: le tre Banche centrali operanti (Bce e Bank of Japan in modalità espansiva, la Fed di contrazione monetaria) vedono i loro board riuniti per decidere il da farsi. Ovvero, per decidere chi pagherà il conto iniziale alla follia che ha tenuto in piedi mercati e debiti pubblici finora, un’indigestione di denaro a costo zero che per non diventare mortale come un blocco intestinale, ha bisogno di una purga. E nemmeno troppo blanda.

Certo, i mercati emergenti e la loro mega-esposizione debitoria a un dollaro ancora troppo forte sono i primi sospettati per prendere la pallottola, ma proprio quando una trama pare troppo scontata, occorre attendersi il colpo di scena. Attenzione a non essere noi i protagonisti di quel fuori programma, perché la fiducia che quell’intervista di Tria ha generato può svenire in un secondo. E sbatterci di nuovo nella tempesta, come due settimane fa. Ma, questa volta, senza paracadute, bensì solo un ombrellone da spiaggia.

Datemi retta, lasciate perdere tweet e post su Facebook: la realtà, per essere letta per ciò che davvero è, occorre guardarla in controluce. E interpretarla fra le righe.

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