FINANZA/ Flat tax subito e contante libero: cosa c’è dietro le promesse di Salvini?

Miracoli non se ne possono fare. Salvini deve stare attento: pur nella confidenza che ha sulla sua capacità politica, non gli conviene tirare troppo la corda degli impegni. SERGIO LUCIANO

14.06.2018 - Sergio Luciano
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Ultime Notizie, Matteo Salvini - La Presse

Bravo politico sì, Mago Zurlì no. E allora come può Matteo Salvini promettere davanti alla platea della Confesercenti “la flat tax sin dal 2018”? E “quota 100” subito? Il ministro dell’Economia, Giovanni Tria – scelto anche da lui –, ha appena ripetuto urbi et orbi che i saldi di bilancio non si discutono e Salvini ribadisce che lui non vende “promesse, bensì parla di quanto contenuto nel programma di governo: ridurremo le tasse, non aumenteremo Iva e le accise, avvieremo già nel 2018 la rivoluzione fiscale impostata sulla flat tax, partendo dai redditi degli imprenditori per poi giungere ai redditi delle famiglie. Senza dimenticare la lotta all’abusivismo commerciale”.

Come si conciliano questi impegni e quelli ribaditi da Tria? La spiegazione più concreta ha due risposte. Da una parte c’è l’infinita rete di demenze burocratiche che avviluppa l’Italia. Demenze burocratiche stratificate dai governi nei decenni alla ricerca vana di un’imitazione dei modelli stranieri che mal si attaglia al nostro Paese e non produce frutti. Su questa stratificazione i gialloverdi potrebbero intervenire col lanciafiamme semplificando la vita ai cittadini senza spendere.  

Per esempio ieri Salvini ha promesso di abolire i limiti all’uso del contante: e i benpensanti si sono stracciati le vesti. Ma questi limiti, che sarebbero l’arma totale contro l’evasione se fossero davvero stretti, per ipocrisia sono stati tenuti alti – 3000 euro sono ancora molti – ed esclusi per alcune aree classiche del “nero” come gli affitti privati, per cui l’onere burocratico c’è (qua e là) e il suo effetto no. Tanto vale abolirlo. Ha anche promesso di eliminare l’Imu sui negozi sfitti: un’altra assurdità vomitevole, per dirla con Macron, che rende poco e indigna tutti.

C’è poi un nugolo di norme fiscali di vantaggio che non vengono più percepite come un fattore positivo dai contribuenti per quanto è faticoso e complesso fruirne ma costano. Insomma hanno zero redditività politica. E’ verosimile che il governo tenterà di disboscarle, per recuperare parte del gettito cui rinuncerà con la flat-tax senza smentire i vantaggi che ha promesso di arrecare alla popolazione con gli sgravi. E dunque? Dunque ancora non basta questa spiegazione a rendere possibile l’attuazione di tutte quelle promesse.

Ce n’è un’altra: il nominalismo. Se io dico di aver introdotto “quota 100” ma ne restringo l’applicabilità per esempio ai soli contribuenti che abbiano all’attivo 41 anni di contributi la platea si limiterà molto perché i 65enni con 35 anni di contributi non potranno pensionarsi. Se poi dico che questi 41 anni devono corrispondere a contributi effettivamente versati e non includere anche, come accade invece adesso, i contributivi figurativi come quelli legati all’aver fatto il servizio militare o al riscatto della laurea, idem.

Quando Renzi introdusse l’inutile “beneficiata” degli 80 euro, il cittadino comune fu portato a moltiplicare 80 per 10 milioni, perché tale si diceva fosse la platea degli italiani ai quali quei soldi dovevano essere destinati, non soffermandosi sulla sottigliezza che però nei fatti quel numero andava fortemente ridimensionato per le regole che condizionavano l’effettiva distribuzione dei soldi.

Quanto alla flat tax: la cedolare secca sugli affitti è già una flat tax, perché circoscrive appunto la tassa al pagamento del 21% dell’affitto percepito. Ieri Salvini ha promesso di applicarla anche agli affitti commerciali. Sarebbe un bel modo per dire, senza neanche mentire troppo, di aver “avviato già nel 2018 la rivoluzione fiscale impostata sulla flat tax”, come ha promesso ieri, senza sbilanciare i conti. E’ un po’ come se qualcuno dicesse, incamminandosi da piazza del Duomo a Milano verso corso Venezia: “Sono partito per Venezia a piedi, avevo detto che sarei andato a piedi a Venezia, e ho avviato l’impresa!”: nessuno potrà smentirmi fin quando non mi fermerò. Un nominalismo, certo, un gioco di parole: però che io mi sia avviato è vero, e nel frattempo il consenso può crescere anche e soprattutto grazie ad altre scelte, di quelle che costano poco e impressionano tanto, come sull’ordine pubblico e la sicurezza, due praterie di disattenzione e passività che negli anni i governi della sinistra e “tecnici” hanno colpevolmente trascurato abbandonandole, come si vede oggi, al marketing del centrodestra.

D’obbligo una nota a margine. Anzi due. Innanzitutto: miracoli non se ne fanno, e stia attento anche Salvini – pur nella confidenza che ha sulla sua capacità politica – di non tirare troppo la corda degli impegni. Due, ha parlato a una platea di operatori economici da ministro dell’economia senza esserlo, si è beccato gli applausi e non ha avuto il contraltare di Di Maio che all’ultimo momento ha dovuto dare forfait.

Diceva Napoleone che preferiva avere generali fortunati, oltre e piuttosto che bravi. Innegabile che per ora a Salvini arrida la fortuna e che la sua leadership stia crescendo. E’ anche oggettivo che finora ha dimostrato di aver saputo tenere i piedi per terra, anche dopo aver dimostrato che la defunta Lega Nord ereditata da Bossi poteva essere rianimata. E’ importante che non si ubriachi di successo proprio adesso. L’euforia è cattiva consigliera.

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