SPY FINANZA/ Così elezioni Usa e petrolio possono portare a un altro 2008

- Mauro Bottarelli

Draghi ha giocato fino all’ultimo la carta del Qe. Ma i mercati temono un evento traumatico. A meno che dalla Cina non arrivi un inaspettato diluvio di liquidità. MAURO BOTTARELLI

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Donald Trump (LaPresse)

E’ ufficiale. Non solo Mario Draghi è disperato, ma ormai una crisi sistemica che possa mettere a rischio la tenuta stessa dell’eurozona è una realtà con cui occorre scendere a patti: tanto che hanno cominciato a farlo anche all’Eurotower. Bisogna, infatti, essere miopi o in malafede per non capire che la conferenza stampa di ieri è stato il classico canto del cigno, la deposizione delle armi di una Banca centrale che finora ha tenuto assieme il mosaico della zona euro con la colla della politica monetaria espansiva, ma che ora sa che occorre uno shock da distruzione creativa schumpeteriana per operare un reset tale da poter ricominciare una ricostruzione.

Troppe le bugie raccontate negli anni, troppa l’immondizia accumulata sotto il tappeto del Qe, incautamente creduto sufficientemente grande da garantire mesi e mesi di falsi rialzi azionari e dati macro artificialmente gonfiati, quasi il mercato – o il residuo che di esso rimane – fosse un bambino stupido che non capisce e necessita soltanto di rassicurazioni per stare buono.

Per quanto a tutti abbia fatto comodo il cosiddetto ombrello della Bce, chiunque ha operato sui mercati in questi ultimi trimestri sa che si trattava di una pantomima: non esiste un singolo asset che possa essere prezzato in maniera accurata e reale in base al fair value, tutto è distorto da acquisti onnivori e aprioristici. Aziende, interi Stati hanno goduto di spread palesemente falsi, Italia in testa. E ora è giunto il redde rationem.

Come vi avevo anticipato, Draghi ha voluto giocare fino in fondo la carta della cortina fumogena, allungando i tempi degli acquisti fino al gennaio 2019, riducendoli però da 30 a 15 miliardi al mese di controvalore a partire da ottobre. Certo, i tassi resteranno bassi a lungo, ben oltre la fine del Qe, e la Bce continuerà a reinvestire il capitale dei bond acquistati e che giungono a scadenza, in modo da garantire formalmente una liquidità sufficiente ai mercati anche dopo gli acquisti, ma sono tutte balle: la Bce sarà costretta a intervenire in maniera emergenziale per salvare il salvabile. Qui non è in discussione nemmeno più la prosecuzione del Qe attraverso un’emergenza più o meno da stimolare, qui siamo veramente alla cernita a freddo di chi sopravviverà al tonfo nelle condizioni attuali e chi subirà un tracollo sistemico tale da veder messo in discussione il suo stesso status di solvibilità finanziaria.

Guardate questo grafico.

E’ la sintesi contemporanea del grado di disperazione della Bce e del suo aver raccontato l’ennesima bugia a fin di bene, quasi si avesse a che fare con un malato terminale che è inutile illudere, ma anche tormentare troppo con cure che sono ormai solo palliativi: al netto del taglio del tasso di crescita dell’eurozona per quest’anno dal 2,4% al 2,1% e al mantenimento di quota rispettivamente 1,9% e 1,7% per 2019 e 2020, la Bce ha portato il tasso di inflazione all’1,7% per i prossimi tre anni, uniformando perfettamente il dato da qui al 2020. E attenzione all’upgrade che ha subìto il dato per l’anno in corso, salito dall’1,4% delle previsioni di marzo all’1,7% attuale: a cosa è dovuto? Quasi interamente al mini-rally del prezzo del petrolio. E cosa significa questo? Che entro due settimane, quando l’Opec si sarà riunita e su mandato Usa avrà spedito pesantemente al ribasso il prezzo del greggio attraverso magheggi geopolitici sulle compensazioni delle quote iraniane formalmente destinate a uscire dal novero per le sanzioni, le prospettive inflazionistiche della Bce – nella realtà e in base a valutazioni macro di domanda/offerta – sono destinate a crollare.

Questo lo so io come lo sanno, ancor meglio, a Francoforte: cosa giustifica, quindi, l’uscita dal Qe secondo i termini, salvo un paio di mesi ballerini, se l’inflazione precipiterà ben presto lontana dal dato obiettivo del 2% e la crescita è già stata vista al ribasso per quest’anno e confermata per i prossimi due, sintomo che si bluffa, ma almeno si ha il buongusto di smetterla con le revisioni al rialzo, ormai farsesche, basti vedere il crollo della produzione industriale tedesca a maggio, in calo del 2,5% su base mensile?

E poi, francamente, sentite le determinazioni principali non ho nemmeno dovuto ascoltare con troppa attenzione la conferenza stampa di Draghi per capire che i margini di intervento della Bce ormai si sono ristretti in maniera pericolosa: basta guardare questo grafico.

Come mai, se il problema per la tenuta dell’eurozona è il governo Lega-5Stelle, anche le stabili e democratiche Spagna e Francia hanno visto fughe di capitali verso nord a maggio, principalmente verso Germania e Olanda? I conti e gli squilibri di Target2 parlano chiaro: ormai siamo a un livello tale per il quale la Bundesbank dispera di poter essere rimborsata in pieno in caso di uscita di uno dei Paesi creditori dall’euro, si arriverà a una situazione di compromesso in stile ristrutturatorio e in sede di negoziazione degli assetti della nuova eurozona, la famosa doppia velocità per Ue core del Nord e Ue dei cosiddetti Piigs a Sud.

In quel dato di maggio c’è qualcosa di strutturale, ovvero l’imminenza di un evento traumatico capace di scuotere alle fondamenta la Ue o la volontà di arrivare a quell’epilogo – per incapacità strutturale di proseguire lungo questa strada –, forzandone i termini e amplificando la capacità di detonare delle liabilities sistemiche che fino a oggi proprio il Qe aveva nascosto prima e artificialmente compresso e messo in sicurezza poi. Ora, però, il tempo dei giochi di prestigio è finito e le condizioni a livello globale sono propizie per una bella demolizione controllata, stante la mossa della Bce, la Fed che ha alzato ancora i tassi inviando un chiaro segnale rispetto alle dinamiche a breve e medio termine del dollaro e il quadro geopolitico che attende soltanto che si scelga quale focolaio di tensione far detonare per ottenere un rapido aggravamento della situazione: a mio avviso, il prezzo del petrolio resta l’accelerante più rapido ed efficace, se si vorrà porre fine all’agonia.

L’evento spartiacque? Quasi certamente, le elezioni di medio termine negli Usa a novembre: se sarà botto, lo sarà prima o dopo quel momento. Dipende, di fatto, cosa il Deep State e il complesso bellico-industriale deciderà di fare di Donald Trump, una volta terminato il suo ruolo di incendiario e utile idiota a Pennsylvania Avenue.

C’è un’unica alternativa per guadagnare tempo e minimizzare i danni, un vero e proprio diluvio di liquidità da parte della Cina, un qualcosa di senza precedenti, ma le dinamiche interne del Dragone, come spiegavo nel mio articolo di ieri, sono tremendamente complesse e in una fase delicatissima di risoluzione. Certo, una crisi stile 2008 garantirebbe un deleverage brutale e forzato senza bisogno di intervenire contro la volontà popolare, poiché di fronte a un evento sistemico si tende a non chiedersi di chi sia la colpa, ma solo come sopravvivere: e temo sia questo ciò su cui contano le élites finanziarie e politiche che ci hanno portato al punto in cui siamo, un 2008 all’ennesima potenza.

La reazione di ieri di mercati? Troppo presto per giudicare, siamo ancora in piena fase “cane di Pavlov”. Una cosa è certa: la Bce ha deciso di operare come se la crisi fosse alle spalle, la crescita solida e sostenuta, l’inflazione “sana” e gestibile e la liquidità nel sistema in grado di non far grippare né il mercato interbancario, né il meccanismo di trasmissione del credito. Non è così, ce lo dice la realtà quotidiana. Occorrerà tenere d’occhio le cartine di tornasole più nascoste: il Libor come gli aggregati di massa monetaria e i cross fra valute. Occorrerà seguire al microscopio le mosse cinesi e quelle Usa, lasciando accuratamente perdere pagliacciate come le presunte baruffe sul commercio e i dazi. E’ la creazione di nuovo credito che ci dirà cosa intende fare Pechino, ovvero se avrà forza e volontà di diventare la swap-line globale del sistema oppure no. In un caso o nell’altro, poi sarà contrapposizione frontale con gli Usa, perché come superpotenza – e come valute benchmark globali – non ci sarà abbastanza spazio per tutti.

L’Europa? Il suo destino, contrariamente da quanto detto dalla Merkel riferendosi alla politica estera, purtroppo non è più nelle sue mani. Dipende da altri. Per questo ieri la Bce si è potuta permettere per l’ennesima – e credo ultima – volta il lusso di mentire con il sorriso dell’ottimismo sulle labbra.

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