IL CASO ILVA/ Da Alcoa a Fca, come (non) si sostengono produzione e consumi

- Mauro Artibani

La filiera dell’automotive non se la passa bene, a causa di problemi di sovraccapacità. Ma occorre che la ricchezza generata dalla ripresa economica aiuti anche la spesa. MAURO ARTIBANI

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Operaio dell'Ilva (LaPresse)

Tante vertenze aziendali aperte mostrano come la crisi economica, dopo 11 anni, stia pesantemente lasciando segni sul tessuto produttivo nazionale. Se s’ha da ragionare sui fatti, ragioniamo d’uno che fa più rumore e genera più dolore degli altri: l’Ilva. Fa acciaio, materia prima, impiegata per fare moltissime merci che poi vanno in giro a cercar domanda.

Prendiamo una filiera produttiva che ne utilizza molto, che su su porta all’automotive. Personaggi e interpreti: l’Ilva, poi tutti quelli che stanno in mezzo a una filiera smisurata, infine l’auto, poniamo… Fca. I fatti: per bocca di Marchionne, l’ad, nell’automotive c’e un 30% di sovraccapacità. Fiuuuuu! Ogni anno, nel mondo, potrebbero restare invendute 30 milioni di autovetture a fronte di 90 milioni di unità producibili; 840 milioni di tonnellate l’anno, il surplus di acciaio prodotto nel mondo. Il tasso di utilizzo degli impianti siderurgici a gennaio scorso si aggirava attorno al 70%. Da ultimo, tiro a indovinare: pure tutti quelli in mezzo alla filiera non se la passano proprio bene. Ci siamo?

No, manca ancora la chicca: il reddito disponibile delle famiglie italiane nel 2013 torna ai livelli di 25 anni fa. l’Ufficio studi di Confcommercio evidenzia che, in quello stesso anno, il reddito disponibile risultava pari a 1.032 miliardi di euro, rispetto ai 1.033 del 1988. Eppure…

Sì, eppure l’ambiente, nel quale accade tutto questo, risulta saturo di politiche e tecniche di reflazione messe in campo per dar sostegno alla domanda, alterando in meccanismo di formazione dei prezzi per non farli scendere: le politiche monetarie espansive, il marketing per generare domanda, la pubblicità per vendere l’offerta, la riduzione del ciclo di vita dei prodotti, il credito al consumo.

Orbene, tutto questo visto e tutto quanto fatto, quelli di Unimpresa gridano: “Meno disoccupazione, compensata da una ‘fabbrica’ di lavoratori precari. Ora sono oltre 9,3 milioni gli italiani che non ce la fanno e sono a rischio povertà. Sempre più estesa l’area di disagio sociale che non accenna a restringersi. Dal 2016 al 2017 altre 128mila persone sono entrate nel bacino dei deboli in Italia. Si tratta di 9 milioni e 293 mila soggetti in difficoltà”.

Cavoli! Tocca rammentare a chi si ostina a non sentire come la ricchezza, generata con la crescita economica, si faccia con la spesa, non con la produzione né con il lavoro! Rammentare giust’appunto a lorsignori dell’Impresa che trasferiscono quella ricchezza remunerando il capitale e un lavoro sempre più precario che, se così si possono compensare parte dei costi generati dalla capacità produttiva inutilizzata, si scompensa ancor di più quel reddito necessario per fare quella benedetta spesa. Eh sì, perché, se il reddito remunera il lavoro nella produzione, tocca averne adeguatamente guadagnato per poter svolgere l’altro lavoro, quello di consumazione che, oltre a generare la ricchezza, sottrae proprio quelle maledette sovraccapacità alle imprese chiudendo il cerchio e tenendo attivo il ciclo della produzione.

Eh sì, signori miei, per smaltire le vostre sovraccapacità, conviene tenere attivo il ciclo ma, dal momento che ogni convenienza ha un costo di opportunità, toccherà mettersi le mani in tasca, come face a suo tempo Henry Ford, per prelevarne risorse, non dagli utili, ma dal profitto. Già proprio da quel remunero del “rischio di ciclo”, intascato da tutte quelle imprese presenti nella filiera produttiva. Prelievo che verrebbe a esser privo di ragione strumentale, da trasferire per rendere adeguato il potere d’acquisto alla bisogna.

Ci sono nel mondo aziende leader che lo fanno, rende! Ehi voi, della filiera, questa opzione non è un azzardo; altre, sono difficili da scorgere per salvare capra e cavoli.

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