SPY FINANZA/ I 4 motivi che fanno tremare la Merkel (e gioire Macron)

Inizia la settimana cruciale per il futuro dell’Ue. I migranti, la fine del Qe, l’aggressività della Francia mettono in crisi la Merkel e Berlino. MAURO BOTTARELLI

18.06.2018 - Mauro Bottarelli
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Angela Merkel (Lapresse)

Quella che comincia oggi sarà l’ultima settimana alla guida della Germania per Angela Merkel? La domanda, posta così, può sembrare azzardata. Ma non lo è. Perché la situazione a Berlino è veramente di quelle senza precedenti. Non solo non si registrava un scontro così duro e frontale fra le due anime dei cristiano-sociali — Cdu e Csu bavarese — da decenni ma, addirittura, il prossimo appuntamento con le elezioni proprio in Baviera del prossimo ottobre potrebbe giocoforza imprimere un’accelerata senza precedenti alla situazione, precipitata dopo che il ministro dell’Interno e leader della Csu, Horst Seehofer, ha frontalmente attaccato e messo in discussione la politica migratoria del governo di coalizione, sposando la linea dura di Italia e Austria, tanto da far parlare di nuovo asse fra le tre nazioni, situazione prontamente e strumentalmente sfruttata da Emmanuel Macron durante l’incontro con Giuseppe Conte per un parallelo fuori luogo con l’alleanza che si saldò nella seconda guerra mondiale. 

I toni, però, sono duri. Durissimi. E, occorre ammetterlo, il governo Cdu-Spd non è affatto nato sotto i migliori auspici, dopo sei mesi di trattative e coalizioni alternative abortite all’ultimo minuto: troppi compromessi, non ultimi quelli in sede di nomine ministeriali, troppo differente l’impostazione politica sui temi dirimenti, troppo ormai logora la leadership di Angela Merkel per reggere una pressione che, proprio con l’arrivo all’Eliseo di Emmanuel Macron, in sede europea è divenuta una sfida perenne per la Germania. Unite a questo la situazione economica tutt’altro che rosea, la fine del Qe, i timori per una nuova estate da tregenda sul fronte immigrazione e il quadro per la Mutti diviene davvero alle soglie della gestibilità. 

Ed ecco quindi che, come un fulmine a ciel sereno, ieri il deputato della Cdu, Kai Whittaker, si poneva pubblicamente la domanda che ho posto in attacco di articolo. Ecco le sue parole: “Siamo in una situazione molto seria, perché la questione dei migranti è evoluta e si è tramutata in una questione di potere. Ovvero, chi sta guidando il governo? La Merkel o Seehofer? Al momento, nessuno dei due intende fare un passo indietro e questo è il problema… Certamente questo ha a che fare con le elezioni autunnali in Baviera, un test fondamentale dove i cristiano-sociali devono ottenere una maggioranza assoluta, paradossalmente quasi più per mantenere un ruolo importante a livello nazionale. Quanto sta accadendo, però, ha il potenziale di diminuire la credibilità sia della Merkel che di Seehofer e potrebbe tranquillamente evolvere nel senso di portarci ad avere una situazione completamente nuova già entro la fine della prossima settimana. Probabilmente, un nuovo Cancelliere”. 

Ora, la sparata può tranquillamente essere registrata come tale, una sorta di siluro lanciato a freddo per generare una reazione che porti allo sblocco del pericoloso impasse in atto ma appare quantomeno irrituale in un contesto politico, quello tedesco, da sempre alieno a certi colpi di teatro e a certe pratiche di destabilizzazione. Ma, ripeto, in questione c’è la tenuta stessa del governo e la sua stessa traballante natura, un compromesso al ribasso cui si è giunti, temo, più per necessità di chiudere una partita durata troppo tempo e che rischiava di minare la leadership tedesca dell’Ue che per reale convergenza di interessi e agende politiche. Il risultato è sotto i nostri occhi: sfruttando i mesi di colloqui infruttuosi e, di conseguenza, di inattività politica, Emmanuel Macron si è guadagnato spazi sempre più ampi all’interno delle istituzioni europee, bellamente bypassate come nel caso dei due vertici sul futuro della Libia tenuti all’Eliseo e riguardo i quali dubito Federica Mogherini e il suo parere siano stati tenuti nel debito riguardo istituzionale che meritavano. 

Adesso, i frutti di quella stagione di entropia politica sono sotto gli occhi: la Francia cerca alleanza in chiave anti-tedesca per la leadership, non ultima quella che pare aver stipulato con l’Italia durante il vertice bilaterale di venerdì, la Germania appare completamente assente dal quadro politico Ue poiché troppo impegnata nella risoluzione dei propri problemi interni e gli altri Paesi, di fatto da sempre satelliti dell’asse renano, in ordine sparso per cercare di ottenere il massimo da alleanza spurie ed estemporanee. E chi beneficia di questo caos? 

Ovviamente, i nostri competitor. Cina e Usa in testa. I quali continuano a giocare alla guerra commerciale ma, in realtà, stanno spartendosi gli spazi economici e politici globali, ben attenti a non pestarsi troppo i piedi, poiché in quel caso si arriverebbe giocoforza a una prospettiva da guantoni che volano via, non fosse altro che per rispondere a esigenze di politica interna, Stati Uniti in testa con le elezioni di medio termine previste per novembre. 

Non so come andrà a finire ma una cosa è certa: nel bene dell’Europa, la Germania deve cercare di risolvere il più in fretta possibile i suoi dissidi politici. A qualsiasi prezzo, fosse anche l’inaspettato e inizialmente traumatico addio di Angela Merkel al palcoscenico politico. Berlino, con le sue distorsioni e il suo ruolo egemone spesso mal esercitato, vedi la questione greca, rimane comunque il punto di equilibrio sostanziale fra un Sud Europa oberato di debito ed economie disfunzionali e un Nord, quello dei falchi finlandesi o olandesi, ad esempio, completamente e ottusamente sordo a ogni tipo di gradualità e compromesso. Nel suo essere un guardiano del rigore, per anni e anni Wolfgang Schäuble ha garantito più mediazione di quanto non sembri all’interno di un’Ue spaccata ontologicamente in due. E non solo per lungimiranza politica, ben inteso. Anche per interesse. Forse, a voler pensare andreottianamente male, soprattutto per interesse. Perché al netto del crollo della produzione industriale, calata addirittura del 2,5% a maggio sul dato di aprile, frutto del combinato di medio e breve termine di sanzioni alla Russia e dazi commerciali Usa su acciaio e alluminio, a spiegare molta della tensione che alberga in Germania, al netto della pur dirimente questione dei migranti (non fosse altro per gli ultimi, spaventosi casi di cronaca nera ad essa legati), ci pensano i grafici seguenti, plastici e chiarissimi nel loro spietatezza: la Germania, anzi le sue aziende, sono la principali beneficiarie insieme a quelle francesi del programma di acquisti di bond corporate da parte della Bce, esattamente lo stesso che la Bundesbank ha ferocemente criticato. 

Insomma, le ditte — specialmente esportatrici — che garantiscono a Berlino il suo surplus commerciale, fonte di squilibrio all’interno dell’Ue, sono dipese in questi ultimi trimestri dalla fonte di finanziamento a costo zero garantita dall’Eurotower, una sorta di swap-line di credito che ha garantito denaro per sistemare bilanci, operare sul CapEx, pagare dividendi e che, soprattutto, ha permesso di bypassare il sistema bancario tradizionale e le sue richieste di garanzie (in assenza delle quali o non si ottiene il finanziamento o lo si paga con un sonoro spread sul premio di rischio richiesto), a partire ad esempio dal rating di credito.

Ora, però, la pacchia sta finendo, citando una frase molto in voga in questo periodo. Dal 30 settembre gli acquisti mensili della Bce caleranno ancora di valore e, con esso, la possibilità di finanziarsi a condizioni agevolate per le aziende, le quali hanno già fatto registrare negli ultimi due mesi un netto calo delle emissioni di debito. Certo, quanto immagazzinato finora garantisce un cuscinetto di sicurezza, lo stesso che ha permesso alle nostre ditte più grandi di non patire i recenti scossoni sullo spread, ma quel tesoretto non può durare in eterno e, soprattutto, l’imminente crisi globale che sempre più indicatori mostrano come inesorabile (ultimo, l’inversione completa della curva dei rendimenti sull’indice globale dei bond, registrata nel weekend da JP Morgan, come ci mostra il grafico) rischia di farlo evaporare in un baleno, creando i presupposti di una catena di default in stile cinese ma senza una Banca centrale come la Pboc in grado di intervenire in un attimo e con manovre di magnitudo enorme.

Insomma, quella che inizia oggi potrebbe essere potenzialmente la settimana cruciale per il futuro dell’Ue. La Germania deve decidere, costi quel che costi. Perché la sua forzata assenza dal tavolo sta garantendo egemonia a un Eliseo che, storicamente, tende a non fare prigionieri, quando in discussione c’è la primazia della Francia. Quindi, certi atteggiamenti di anti-germanesimo pregiudiziale e provinciale non appaiono solo stupidi ma, sul lungo termine, addirittura autolesionistici. 

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