CONSIGLI NON RICHIESTI/ “Con la flat tax ci si fa male, l’idea buona di Tria è un’altra”

L’idea piace al neoministro dell’Economia, Giovanni Tria. Ma, secondo LUIGI CAMPIGLIO, è di difficile implementazione e rischia di penalizzare pesantemente chi ha i redditi più bassi

02.06.2018 - int. Luigi Campiglio
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Giovanni Tria, ministro dell'Economia (Foto dal web)

Il governo Conte, con la sua squadra di 18 ministri, ha giurato davanti al presidente Mattarella e, dopo la cerimonia della campanella, con il passaggio di consegne dal governo Gentiloni, il neopremier ha riunito il primo Consiglio dei ministri. Settimana prossima, poi, l’esecutivo legastellato è atteso alla Camera per la presentazione del programma e tra le priorità da affrontare ci sarà la stesura del quadro programmatico del Def. A proposito del Documento di economia e finanza, propedeutico al successivo varo della legge di Bilancio, meritano attenzione due posizioni, espresse in vari articoli pubblicati su diverse testate, del neoministro dell’Economia, Giovanni Tria. La prima, ed è una voce fuori dal coro, propone di finanziare la flat tax con gli aumenti dell’Iva, cioè senza sterilizzare le clausole di salvaguardia. La seconda sottolinea la necessità di ricorrere alla spesa in deficit per finanziare investimenti pubblici attraverso la cosiddetta “golden rule”, stralciando le spese per investimenti dal computo del disavanzo. “La prima idea – osserva Luigi Campiglio, professore di Politica economica all’Università Cattolica di Milano – è di complicata realizzazione e può essere rischiosa perché al momento non abbiamo ancora sufficienti informazioni tali da poter fare una manovra che non sia distorsiva, specie per i redditi più bassi. Sul secondo punto, invece, abbiamo una prateria di occasioni da sfruttare senza tentennamenti: ne va del futuro della nostra competitività”.

Professore, partiamo dall’idea di voler finanziare la flat tax facendo scattare le clausole di salvaguardia di aumento dell’Iva. Che ne pensa?

Diciamo, innanzitutto, che in Italia abbiamo le aliquote marginali più alte e siamo un Paese con una forte evasione fiscale. Capisco che l’operazione della flat tax possa portare a una diminuzione dei costi amministrativi della raccolta fiscale diretta. Ma ridurre l’onere fiscale non è un’operazione facile.

Perché?

La tassa ottimale è l’aliquota unica con una soglia di esenzione per i redditi più bassi. Anziché un’aliquota lineare, però, il contratto di governo stipulato tra M5s e Lega prevede due aliquote, quindi è una cosa diversa. L’intento nobile della flat tax è quello di far pagare di meno per far emergere l’evasione. Ma c’è anche quella che potremmo chiamare la “versione texana” della flat tax.

Sta forse parlando delle riduzioni fiscali volute a suo tempo da Ronald Reagan in America?

L’idea di flat tax pensata da Reagan negli anni 80 consisteva nella famosa formula del “dover affamare la bestia”, dove per “bestia” si intende lo Stato e per “affamare” la riduzione della spesa pubblica. In sintesi, io taglio le tasse a favore dei cittadini, ma questo mi porta a creare del disavanzo e per tenerlo sotto controllo devo tagliare la spesa pubblica. Insomma, un modo indiretto per ridurre le spese dello Stato.

In Italia l’idea della flat tax è però più orientata a stanare l’evasione per far crescere il Pil e la base imponibile da tassare…

Questo, appunto, è l’intento nobile. Ma tale obiettivo pone un problema di implementazione molto forte, cioè di possibilità concreta di realizzarlo.

In che senso?

Il nostro sistema fiscale è assai distorto, è un colabrodo, e non vorrei che la pezza sia peggiore del buco. Con le due aliquote ci sarà ovviamente chi pagherà di più e chi pagherà di meno. Sarebbe, dunque, opportuno introdurre una clausola di salvaguardia per i redditi bassi, in base alla quale se un soggetto dichiara lo stesso reddito dell’anno scorso non andrà a pagare di più. Perché senza questo meccanismo le fasce deboli saranno più a rischio. Ma non c’è solo questo da tenere presente.

Quale altra insidia si nasconde?

In Italia sono tre le grandi voci delle entrate: le imposte dirette e quelle indirette, che hanno più o meno lo stesso valore, attorno ai 300 miliardi l’anno, e poi ci sono i contributi sociali. Sommando queste tre voci, arriviamo a circa l’80% delle entrate pubbliche. Le imposte indirette, per loro natura, non sono differenziate e già oggi sono fortemente regressive. Sono imposte pagate all’atto stesso del consumo e incidono più pesantemente sui redditi più bassi. Non vorrei che l’operazione della flat tax finanziata con gli aumenti dell’Iva portasse a togliere con una mano ciò che si è dato con l’altra.

Insomma, finanziare la flat tax con le clausole di salvaguardia, secondo lei, rischia di peggiorare una regressività che già oggi esiste e che è molto pesante?

Le imposte indirette sono regressive perché chi percepisce redditi bassi oggi li spende praticamente in consumi, non riuscendo a mettere nulla, se non pochissimo, da parte. Le vere diseguaglianze in Italia si registrano proprio nella ricchezza finanziaria. A tal proposito la Banca d’Italia ha recentemente pubblicato un indice molto interessante, quello della povertà finanziaria, che misura la capacità di tirare avanti di una famiglia solo grazie ai risparmi nel caso in cui non potesse più contare sulla percezione di un reddito. Ebbene, le persone maggiormente in difficoltà non arrivano a tre mesi. Quindi, se dovesse scattare l’Iva e di conseguenza i prezzi sono destinati a crescere, ricordiamoci che già oggi – ecco un altro indicatore da non sottovalutare – i beni cosiddetti “a consumo ripetuto” stanno crescendo in maniera molto consistente. Cioè non aumentano i prezzi di beni voluttuari, ma il carrello della spesa. E gli italiani che si trovano nel primo decile possono sostenere i consumi solo indebitandosi con i prestiti. Ripeto, bisogna stare molto attenti.

Passiamo alla proposta della “golden rule” per gli investimenti pubblici. È una misura auspicabile?

Di più, è un principio sacrosanto, un vero punto da cavalcare con convinzione e decisione. La mancanza di investimenti è un problema cruciale per l’Italia. Basti pensare che dal 2013, per la prima volta, gli investimenti netti, cioè al netto degli ammortamenti, sono negativi. È una situazione storicamente nuova ma pericolosa, perché così stiamo riducendo il nostro potenziale produttivo. E ciò non deve accadere.

In effetti il crollo degli investimenti pubblici in questi anni di crisi è stato impressionante…

Gli investimenti pubblici sono troppo importanti, sono un moltiplicatore straordinario, soprattutto se pensiamo al grave deterioramento del nostro patrimonio pubblico e delle nostre infrastrutture. Di investimenti abbiamo bisogno: se sono stabili nel tempo creano occupazione, che poi crea redditi, che a loro volta spingono la domanda interna e offrono alle imprese ulteriori incentivi per nuovi investimenti utili a migliorare la competitività e la produttività.

(Marco Biscella)

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