BORSE & BCE/ L’Europa è vicina al collasso: l’ultimo avvertimento di Draghi

- Paolo Annoni

La Ue non ha gli strumenti per reagire a una nuova crisi globale e le forze centrifughe sono in piena azione. Per questo Draghi predica prudenza. Ma ora serve più Unione. PAOLO ANNONI

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Mario Draghi (Lapresse)

Il -0,07% con cui ha chiuso la Borsa di Milano nasconde una giornata finanziaria in realtà molto movimentata. Le banche italiane hanno chiuso tutte in positivo e qualcuna anche con performance lusinghiere; altri titoli direttamente legati all’economia italiana hanno messo a segno performance positive.

La notizia di giornata, per quanto riguarda i mercati europei, sono state alcune dichiarazioni di Mario Draghi che hanno evidenziato l’estrema prudenza della Banca centrale europea ad alzare i tassi e, in generale, ad abbandonare la politica accomodante degli ultimi anni. Lo spread tra BTp e Bund è sceso, così come il rendimento del decennale italiano. La politica monetaria della Bce si inserisce, a sua volta, in un contesto più ampio in cui stanno emergendo sfide importanti.

La performance di alcuni Paesi emergenti negli ultimi mesi è stata preoccupante: questo vale sia per il Brasile che per la Turchia, ma la malattia si sta diffondendo. Il colpevole di turno sarebbe da ricercare nelle politiche protezionistiche di Trump; è più probabile, invece, che la politica di normalizzazione dei tassi della Fed e il rialzo dei prezzi del petrolio stiano mettendo sotto pressione le economie dei Paesi emergenti in una fase del ciclo di ripresa globale che comincia a mostrare la corda.

Ci si chiede se i “mercati e l’economia globale” possano resistere a un ulteriore stretta monetaria della Fed. Le tensioni tra Cina, Europa e Stati Uniti sono solo una parte del problema e per ora, probabilmente, nemmeno quella principale. La risposta alla crisi del 2008, soprattutto in Occidente, è stata una pioggia di denaro sui mercati che ha curato, forse, banche e istituzioni finanziarie, ma che ha lasciato l’economia reale in condizioni molto meno solide. Il fatto che lo sforzo post-Lehman si sia concentrato sui mercati e sia stato innanzitutto finanziario ha avuto alcune conseguenze precise.

La prima conseguenza è che le politiche adottate hanno aiutato molto più che proporzionalmente chi era esposto ai mercati finanziari e ha potuto beneficiare dell’esplosione delle quotazione degli asset finanziari; chi non era esposto ai mercati, perché povero, disoccupato o senza risparmi, ne ha beneficiato solo indirettamente. L’esplosione delle valutazioni di molti beni, come conseguenza della liquidità immessa nel sistema (per esempio, gli affitti negli Stati Uniti), ha determinato un’inflazione “cattiva” che ha punito tutti quelli che non sono riusciti ad agganciare la ripresa dei mercati. Janet Yellen ha spesso segnalato un aumento senza precedenti delle diseguaglianze negli Stati Uniti; un effetto che non si può non mettere in relazione con la vittoria di Trump.

Oggi le politiche monetarie si normalizzano e si scopre che l’economia reale è molto più fragile di quello che sembra; soprattutto per chi misura la salute dell’economia con le performance di Borsa.

In Europa la situazione è peggiore, perché unica nel globo ha scelto negli ultimi dieci anni una politica di austerity e perché la valuta comune e un’unica banca centrale, nello schema attuale senza alcun meccanismo di redistribuzione interna, è di fatto una rigidità enorme, che impedisce molte delle valvole di sfogo che normalmente si sarebbe potuto aprire. Qualsiasi cosa si pensi del progetto europeo, c’è ormai una tesi consolidata: l’Europa non ha attualmente gli strumenti per rispondere a una fase recessiva globale o a una crisi sistemica o a una fase di alta volatilità dei mercati, per esempio come conseguenza della ritirata delle banche centrali, a partire dalla Fed.

È forse anche per questo che Draghi predica grandissima prudenza. L’interpretazione, secondo noi, è questa: dopo una fase di vittoria dei “populismi”, con le sfide poste dai migranti, e dopo dieci anni di sviluppo squilibrato in Europa, in cui alcuni Paesi stanno benissimo e altri malissimo e, last but not least, l’assenza di strumenti di difesa/reazione, anche anti-ciclica, in Europa, lasciar lavorare il mercato o lasciare che il mercato colpisca dove fa male, e cioè proprio in quei Paesi europei dove più alta è la febbre populista e dove minore è stata la crescita, significa, nei fatti, aprire scenari inesplorati per l’euro e la sua sopravvivenza.

Le forze centrifughe in azione sono evidenti non solo in Italia, ma anche in Germania e in tutta l’Europa. La ragione profonda è che l’attuale Europa, non quella che potrebbe essere ma quella che c’è ora e in questo momento, non è attrezzata per rispondere alle sfide vere, mentre, paradossalmente, gli Stati singoli sono, oggi, molto più attrezzati.

Si apre, quindi, una fase delicatissima per l’Europa, in cui si decide della sua esistenza così come l’abbiamo conosciuta. O si va avanti a passi da gigante verso l’unione o si torna indietro smontandone diversi pezzi. Pensare di farla andare avanti con lo schema degli ultimi vent’anni, secondo noi, è perdente; il processo di costruzione dovrebbe essere più condiviso e più vicino alla gente e non può prescindere dalla vera questione irrisolta, e cioè quali siano gli organi in cui si esercita la democrazia in Europa e se hanno poteri veri o finti. Tutto il resto, l’unione bancaria eccetera, è una conseguenza, non una causa.

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