EQUITALIA, CHIUDERE CARTELLE SOTTO 100 MILA EURO/ Salvini, è pace fiscale o resa agli evasori?

- Sergio Luciano

Salvini farà il condono e, come sempre, sarà un insuccesso. Perché i condoni sono la rappresentazione plastica di quanto il sistema fiscale sia decotto. SERGIO LUCIANO

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Matteo Salvini (LaPresse)

“Bisogna che tutto cambi perché tutto resti tale e quale”. E dunque il governo Renzi aveva avviato una ricognizione sulla consistenza nelle presenze Rom nelle città italiane, ma non era una schedature e nessuno si offese, mentre ora che Salvini la ripropone tutti gli danno del fascista, ma tutto resterà tale e quale, perché Renzi disse che avrebbe fatto la ricognizione e non la fece, e Salvini disse addirittura che avrebbe usato le ruspe, ma non le userà.

Invece ieri Salvini ha detto un cosa che farà, cioè il condono fiscale, ma l’ha chiamata in un altro modo, forse sperando che così nessuno s’indigni, ma tanti s’indigneranno e lui questa cosa la farà lo stesso, e non avrà successo, come non l’ha mai avuta: appunto, il condono. L’ultimo dei quali fatto, con modestissimo successo, con la “voluntary disclosure”, cioè il rientro dei capitali illegamente detenuti all’estero, è stato fallimentare. Anzi, quello fu il penultimo, perché poi ha fatto la rottamazione delle cartelle, che non ha funzionato granchè, anche perché è ancora in corso. Quando queste cose le fece Berlusconi chiamandole “condono” o “condono valutario” tutti i non-berlusconiani s’indignarono… come sono ora pronti a indignarsi con Salvini.

Insomma, è chiaro? Stiamo purtroppo su un perenne “scherzi a parte”. Intendiamoci: quando ieri il ministro dell’Interno si è pronunciato sull’opportunità di “chiudere subito” (cioè, si deve intendere, risolvere, definire bonariamente) tutti i contenziosi fiscali, ha commesso un piccolo sgarro istituzionale, perché lui – in quanto ministro degli Interni – non dovrebbe parlare di fisco, e dovrebbe lasciare la materia al collega Tria: l’ha scelto lui! E perché sempre in quanto ministro degli Interni è responsabile della Polizia di Stato, non della Guardia di Finanza, che fa capo invece al ministro dell’Economia.

Nel merito, il ministro ha ragione. Il governo giallo-verde non ha né si troverà – per almeno un anno – in tasca neanche lontanamente le risorse finanziarie che servirebbero per mantenere anche solo la metà delle promesse fatte, e quando si sente parlare Tria si fa fatica a distinguerlo dal predecessore piddino Padoan. Una sola cosa può fare: sburocratizzare. Però la soglia dei 100mila euro è bella alta, rischiosa, per l’erario. Perché gli evasori bravi dribblano i controlli in modo molto fantasioso, e lasciar correre una cartella da 100mila euro, una volta che è stata formulata e notificata, è una bella responsabilità.

Del resto, perché in Italia i condoni hanno sempre – sempre! – reso meno del previsto? Perché il condono rappresenta la resa incondizionata, la bandiera bianca, dello Stato accertatore contro il contribuente evasore. E quindi è la rappresentazione plastica di quanto il sistema sia decotto e non funzioni, al punto da non riuscire più nemmeno a esprimere quel coefficiente di deterrenza anti-evasione che tanta pressione normativa e istituzionale dovrebbe determinare.

Niente: gli evasori se ne fregano, come se ne fregano gli spacciatori di cocaina a Milano in piazza Duca D’Aosta o a Roma vicino Termini. E se ne fregano nonostate le telecamere di sorveglianza, perché le loro facce potranno anche rimanere impresse, ma poi è difficile riconoscerle nel tempo ed è pressochè escluso che qualcuno si prenda la briga di arrestare quelle persone. Quindi è bello sburocratizzare e lo si può fare sul serio senza spendersi. Sapendo, però, che è maledettamente difficile e, soprattutto, che le risorse di partenza sono pochissime.

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