FINANZA/ Ridurre il debito o rilanciare la crescita: ecco cosa conviene all’Italia

- Ugo Arrigo

Non è il caso di ridurre il disavanzo solo con provvedimenti recessivi. L’importante, suggerisce UGO ARRIGO “è abbandonare la concezione hegeliana della finanza pubblica”

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LaPresse

Cosa è meglio per il Paese? Risanare i conti pubblici e privilegiare la sostenibilità del debito? Oppure chiedere deroghe in Europa sui conti pubblici, al fine di perseguire una maggiore crescita economica? Questo sembra essere il dilemma di politica economica più rilevante che interpella il governo di recente formazione. Ma siamo poi sicuri che la crescita economica e i conti in ordine siano obiettivi divergenti, che vi sia un trade-off tra i due, che sia possibile per la politica economica creare crescita per via pubblica in disavanzo, secondo il vecchio credo keynesiano?

Nel tentativo di rispondere a queste domande conviene partire da un esame dei disavanzi pubblici dell’Italia nell’ultimo decennio, quello della grande recessione economica, rispetto agli altri maggiori Paesi europei.

     Disavanzo pubblico in rapporto al Pil nei maggiori Paesi Ue (%)

Nei primi anni del decennio considerato, quelli in cui si è manifestata la grande recessione internazionale del 2008-2009, l’Italia si è rivelata il Paese più virtuoso dopo la Germania tra i maggiori dell’Unione europea, poiché ha creato meno disavanzo pubblico in rapporto al Pil sia rispetto ai rimanenti sia rispetto all’intera Unione; inoltre, dopo un solo anno di forte disavanzo, ha avviato un percorso di rientro. Non si è trattato di virtù spontanea, ma di un percorso obbligato. Infatti, con un debito pubblico così elevato, semplicemente non avremmo potuto permetterci disavanzi al 7% del Pil come la Francia o addirittura al 10% come Regno Unito e Spagna.

Dunque l’Italia riesce ad affrontare la grande recessione senza effetti particolarmente traumatici sui conti pubblici, ma altrettanto non si rivela in grado di fare negli anni successivi, quelli del difficile recupero dell’economia. L’incidente di percorso è l’esplosione dello spread a metà del 2011, la crisi del nostro debito sovrano e l’adozione di misure di finanza pubblica particolarmente restrittive, che non producono gli effetti sperati sul miglioramento dei conti pubblici, ma si traducono quasi esclusivamente in una seconda ondata recessiva, altrettanto grave della prima, maggiormente protratta nel tempo e questa volta con origine esclusivamente interna al nostro sistema economico.

Le conseguenze del 2011, ove è stato commesso il maggior errore di politica economica da quando esiste l’Italia, si sono protratte sino ad ora sotto forma di una crescita tardiva e contenuta e dell’impossibilità di conseguire il pareggio di bilancio, obiettivo che è stato promesso per la prima volta per il lontano 2013 e in seguito posposto di anno in anno sino al 2019. Nell’ultimo triennio, inoltre, il miglioramento del saldo di bilancio è stato contenuto e assai inferiore a quello dell’insieme dei Paesi Ue.

A questo punto si pone nuovamente il dilemma: rispettare l’impegno di azzerare in un biennio il disavanzo del 2017 oppure posporlo ancora alla ricerca di maggiore crescita?

Si può pensare a una risposta di buon senso: se ridurre il disavanzo è possibile solo con provvedimenti recessivi, allora non è il caso, abbiamo già dato nel 2011-2012; se invece è possibile con provvedimenti non recessivi, allora non si vede perché non dovremmo farlo.

Bisogna, poi, considerare gli effetti di queste decisioni, di un segno o dell’altro, sullo spread e sulla spesa relativa agli interessi sul debito: qual è il premio dello spread se miglioriamo la finanza pubblica? Se aumentiamo l’avanzo primario, dunque il saldo ante interessi sul debito, di 10 euro, quanti euro ulteriori ci vengono “regalati” dai mercati in relazione alla spesa per interessi? Difficile dirlo, ma essi non sono sicuramente pari a zero, potrebbero essere 5 o forse anche 10. Il fatto certo è che, se noi facciamo uno sforzo, accresciamo la nostra credibilità sui mercati internazionali e otteniamo risultati superiori allo sforzo.

In maniera simmetrica, se scegliamo invece di peggiorare il saldo primario, ad esempio di 10 euro, pensando che serva ad avere maggior crescita, dobbiamo considerare l’aggravio di spesa per interessi sul debito derivante dalla nostra diminuita credibilità sul fronte dei conti pubblici. Anzi, non è neppure necessario decidere di peggiorare il saldo per far crescere la spesa per interessi, basta l’annuncio o anche solo il sospetto che si stia prendendo in considerazione l’ipotesi. È quanto avvenuto nelle scorse settimane e l’effetto sulle aste dei titoli pubblici di questo mese è stato rilevante. Infatti nell’arco della durata dei titoli emessi in questo mese la maggior spesa pubblica per interessi sui medesimi sarà decisamente superiore al mezzo miliardo di euro, e anzi più prossima al miliardo intero, rispetto ai tassi emersi nelle aste del mese precedente.

Per trovare la strada corretta da percorrere per risanare i conti pubblici bisogna prima escludere tutte quelle errate: non si possono riequilibrare i conti con un’overdose di tasse, le quali hanno l’effetto di disarcionare la crescita economica, né si possono tagliare servizi pubblici essenziali o ridurre le prestazioni di welfare a chi sta peggio. Ma sul razionalizzare la spesa pubblica, accrescere l’efficienza, tagliare oneri improduttivi non vi è proprio alcuna restrizione.

Questa era, tuttavia, la mission che il primo ministro Enrico Letta aveva affidato a Carlo Cottarelli nell’autunno del 2013, quella di rivedere la “lista della spesa” pubblica, una mission prontamente ritirata dal successore di Letta, Matteo Renzi, sulla base della considerazione che il giudizio sulla spesa è interamente politico, non tecnico. Dunque, non esistono sprechi pubblici se i politici che li ordinano o li permettono non li ritengono tali. È una concezione hegeliana della finanza pubblica: tutta la spesa pubblica reale è razionale e tutta la spesa razionale è reale… Ed è per questo che abbiamo accumulato oltre 2.300 miliardi di debito pubblico, quasi 40mila euro per ogni italiano, dal neonato all’ultracentenario.

Un esempio emblematico è quello della spesa per l’illuminazione pubblica, riguardo alla quale Cottarelli aveva scoperto che costa un multiplo rispetto, ad esempio, alla Germania. Ma naturalmente in Germania costa meno non perché lasciano le città al buio la notte, ma molto probabilmente perché hanno impianti più efficienti, i quali consumano di meno a parità di illuminazione, e l’energia la pagano di meno alle imprese elettriche produttrici per unità di consumo. Ma in un noto salotto televisivo Renzi aveva sostenuto che le proposte di Cottarelli erano inaccettabili, usando proprio l’esempio dell’illuminazione: Cottarelli voleva lasciare le città al buio la notte, sottintendendo che in tal modo si sarebbero accresciuti i pericoli per i poveri passanti. Per un hegeliano come Renzi non è concepibile che si possa razionalizzare la spesa spendendo di meno per avere le stesse cose oppure per averne persino di più.

A questo punto, però, la strada per risanare i conti pubblici diventa ben chiara: abbandonare l’approccio hegeliano, che sopravvive da tre repubbliche, secondo cui la spesa pubblica reale è razionale e il settore pubblico reale è razionale, per adottare l’approccio opposto, secondo cui tutto ciò che è dentro il settore pubblico – organizzazioni, spesa, prestazioni, servizi, imposte – non necessariamente debba anche essere. Ognuna di queste cose andrebbe ripensata da zero, pezzo dopo pezzo, settore dopo settore, secondo un approccio ricostruttivo. E dopo un po’ ci accorgeremmo che il bilancio pubblico è andato in pareggio, i servizi sono migliorati e la crescita economica non ne ha assolutamente risentito.

Potremmo dire che questo sia un approccio à la Hume: l’essere (pubblico) non ha alcuna implicazione sul dover essere. Il dover essere è tutt’altra cosa e va ridisegnato da zero.

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