TAGLIO DELLE TASSE/ I fallimenti di Berlusconi, Prodi, Monti: la (vera) risposta non è la Flat tax

Cambiare l’architettura fiscale del Paese, molto complessa, comporta un lavoro certosino di anni. Altrimenti si rischia di creare indesiderati effetti collaterali. GIAN LUCA BARBERO

24.06.2018 - Gian Luca Barbero
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LaPresse

Passati i bollenti spiriti elettorali, inclusi i tre mesi di trattative per formare il governo giallo-verde, è giunto il tempo di concedersi qualche riflessione sui punti cardine del programma da realizzare e il tempo non gioca a nostro favore, come ormai accade quasi sempre.

La riforma del sistema fiscale con la semplificazione delle aliquote in vigore non è certo un’operazione nuova. Assomiglia molto al cavallo di battaglia del governo Berlusconi del 2001: in un primo momento (nel 2003) si trasformò il sistema di detrazioni in deduzioni per assicurare la progressività del reddito, che prevedeva una deduzione fissa di 3.000 euro (con esenzione Irpef fino a 7.500 euro, la cosiddetta “no tax area”) e una aggiuntiva, variabile in funzione della tipologia di reddito (ad esempio, 4.500 euro per il reddito di lavoro dipendente) e dell’incremento reddituale. Il secondo step, che poi non si realizzò, prevedeva la riduzione del numero di aliquote dalle cinque originarie, attualmente ancora in vigore.

Il successivo governo Prodi cancellò la riforma, perché troppo costosa da completare, ritornando al precedente regime delle detrazioni fiscali.

Ci provò ancora Monti a proporre nel 2012 la riduzione dell’aliquota del primo scaglione di reddito (fino a 15.000 euro) dal 23% al 20%; per sostenere la spesa, il governo intendeva intervenire sulle numerose agevolazioni fiscali, da ridursi in modo lineare. Tale scelta sollevò la reazione del Parlamento, al quale il governo dei tecnici lasciò decidere, fermo restando il vincolo dell’invarianza dei saldi e così il progetto venne affossato.

Guardare a questa storia recente insegna una cosa molto semplice: cambiare l’architettura fiscale del Paese, molto articolata e complessa, comporterebbe un lavoro certosino di anni, altrimenti rischia di creare effetti collaterali, solo parzialmente sanabili con la “clausola di salvaguardia”, in base alla quale nessuno deve pagare più di prima, che si tradurrebbe comunque in un forte scontento elettorale di chi non si vede aumentare, ma nemmeno ridurre, le tasse e in maggiori oneri a carico dell’erario per scongiurare disequilibri tra fasce di contribuenti.

Il lavoro certosino passa certamente attraverso il riordino delle numerosissime agevolazioni fiscali introdotte nel corso degli anni, le cosiddette tax expenditures: più di 700 tipologie di sgravi, tra detrazioni, crediti di imposta, aliquote ridotte, imposte sostitutive eccetera, per un valore complessivo di oltre 250 miliardi di euro.

A mio parere, si tratta di un problema che può essere affrontato sostanzialmente in due modi: da una parte, quando il tempo stringe, introducendo meccanismi di taglio lineare che riducono automaticamente l’importo dello sgravio; ma così facendo si rischia di togliere con una mano ciò che si dà con l’altra, al limite peggiorando la situazione di varie classi di contribuenti. L’altro modo è quello di intervenire analiticamente su ogni singola agevolazione e verificarne gli impatti sulla platea dei destinatari; ma non è opera che si possa compiere nel giro di pochi mesi, anche perché richiederebbe un intenso e condiviso lavoro parlamentare.

Secondo notizie circolate sugli organi di stampa (vedi, per esempio, Il Sole 24 Ore dell’8 giugno 2018), l’ipotesi di riforma fiscale del nuovo governo prevederebbe due aliquote: 15% fino a 80.000 euro di reddito e 20% oltre tale soglia, applicata sull’intero reddito, con una deduzione di 3.000 euro in funzione dei componenti del nucleo familiare e dei familiari a carico, che man mano diminuisce fino a scomparire per redditi oltre 50.000 euro. Considerando il caso più semplice, un lavoratore/contribuente single pagherebbe 12.000 euro di tasse con un reddito di 79.999 euro, mentre con un reddito di 80.000 euro pagherebbe 16.000 euro, cioè 4.000 euro in più, non essendo prevista la progressività per scaglione di reddito.

D’altra parte, si può obiettare che lo stesso soggetto paga oggi 27.570 euro e otterrebbe, a conti fatti, un bel risparmio; tuttavia, per essere precisi, bisognerebbe considerare l’effetto delle agevolazioni fiscali cui accennavamo sopra (detrazioni di imposta legate alla tipologia del reddito e alle spese sostenute nel corso dell’anno, eventuali oneri deducibili eccetera), che nel progetto di riforma dovrebbero pressoché scomparire, restringendosi a poche voci, tra cui le spese per i mutui prima casa e i bonus per lavori edilizi: cosa ne sarà, ad esempio, delle spese sanitarie, destinate a gravare sempre di più sul patrimonio di una popolazione che invecchia come quella italiana e che ricorre sempre più spesso a risorse proprie per far fronte a interminabili periodi di attesa di visite e cure?

Alle difficoltà del problema, vanno naturalmente aggiunte le doverose considerazioni sui costi, che si stimano superiori ai 50 miliardi: dove reperirli quando si fatica a trovarne 15 per sterilizzare le insidiose clausole di salvaguardia legate all’aumento dell’Iva? Lotta all’evasione fiscale e taglio alla spesa pubblica, si dirà. Ma la prima ha esito incerto e richiederebbe il ricorso a nuove clausole di salvaguardia (tipo l’aumento dell’Iva) in caso di entrate effettive minori di quelle attese; la seconda ha forse un esito ancora più incerto, visti i diversi tentativi falliti negli ultimi anni.

Ci vorrebbe un respiro più ampio di quello che si vede in giro. Ci vorrebbe di nuovo la politica.

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