GUERRA DEI DAZI/ C’è un made in Italy che resiste (comunque)

- Fabio Accinelli

L’export italiano crescerà quest’anno del 5,8%. Grazie al riposizionamento verso i comparti a maggiore valore aggiunto. Ma ora servono più infrastrutture. FABIO ACCINELLI

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Il porto di Genova (LaPresse)

“Follow the light: “made in Italy”. Può sembrare una forzatura, ma il made in Italy, anche in questo momento in cui l’Italia paga dazio a causa degli effetti della guerra commerciale tra Usa e Ue, permette al nostro Paese una relativa esposizione al rischio di un forte danno economico.

Acciaio e alluminio valgono solo il 3,8% dell’export con gli Usa. Nel merito, dopo una performance brillante nel 2017 con una crescita di 31 miliardi di euro dell’export dei beni, nonostante le incertezze, oggi si rilevano un mondo di opportunità per l’export italiano: le nostre esportazioni, infatti, continueranno ad avanzare quest’anno fino al +5,8%, stimando nel +4,5% il valore medio previsionale per il triennio 2019-20121.

Di fatto, sappiamo che gli investimenti sono ripartiti e che gli accordi commerciali della Ue permetteranno di avere uno sguardo a 360 gradi sia verso ovest, dove si prediligeranno Canada, Messico e Mercosur; sia a est verso Giappone, India e Asean.

Il made in Italy continua a orientarsi verso comparti a più alto valore aggiunto, con una diminuzione più che proporzionale relativa alla concorrenza sul prezzo: ecco, quindi, per gli imprenditori italiani del made in Italy il “Follow the Light”. Una luce che vede proiettate le imprese italiane al top delle richieste internazionali.

Vorrei porre l’attenzione sul fatto che, negli ultimi sette anni, la voce export ha fornito l’unico apporto positivo alla crescita del nostro Paese: senza il contributo monetario dell’export il Pil italiano sarebbe inferiore di almeno 6 punti percentuali!

Senza dubbio, una fonte d’incertezza è data dagli effetti reali del protezionismo, che va a influenzare il cambio euro/dollaro e di conseguenza l’evoluzione finanziaria delle catene globali del valore. Si deduce, quindi, quale incognita sia l’andamento del cambio euro/dollaro; ciò anche se al momento non sembra preoccupare, fintantoché non si raggiunga la soglia del “point break” pari a quota 1,30. Superato tale valore, la competitività di prezzo peserebbe più che proporzionalmente sui nostri beni.

Accennavo prima all’evoluzione delle catene globali del valore, che a mio parere appare molto incerta, ciò soprattutto per il ritorno alla ribalta delle politiche di “import substitution”, che attraverso i programmi “make in” posti in essere dalla Cina, dall’India e dagli Stati Uniti, porteranno siffatti mercati a domandare più macchinari specifici, confermandosi quindi come Paesi prioritari per l’export in generale.

Nel dettaglio, i continenti trainanti dell’export italiano nel 2017 sono stati l’Europa emergente, le Americhe e l’Asia. Tali location continueranno a primeggiare anche nel 2018 con un atteso recupero anche per Brasile e Russia.

Le vie dell’export dipendono molto dal gap da colmare sulle infrastrutture, soprattutto quelle dedicate al trasporto marittimo (come avuto modo di scrivere nell’articolo “Trieste e Genova snodi della ‘via della seta’ tra Cina e Europa”), che di fatto rappresenta il secondo vettore delle esportazioni italiane dopo quello su terra, soprattutto verso i mercati extra-Ue. Bisogna focalizzarsi sul fatto che per un’economia come quella italiana, che basa più del 30 % del proprio Pil sull’export, il fatto di investire su infrastrutture di trasporto è condizione indispensabile per alzare il grado di competitività.

In ultimo, è giusto segnalare che solamente un terzo delle aziende italiane esporta usando il marchio “made in Italy”: tra queste, le imprese del tessile, della moda e dell’alimentare.

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