SPY FINANZA/ L’attacco suicida dell’Italia alla Germania

- Mauro Bottarelli

In Italia cresce il sentimento anti-tedesco. Lo scontro tra Roma e Berlino, più che a nostri interessi sembra far comodo ad altri paesi, spiega MAURO BOTTARELLI

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Angela Merkel (Lapresse)

Quante notizie di cui parlare avrei avuto ieri, quando mi sono seduto per scrivere questo articolo. Il Consiglio Ue sui migranti, il monito della Bce sulla riforma delle pensioni e la stabilità dei conti, le riforme del ministro Di Maio che incontrano un ostacolo al giorno, mentre quelle a costo zero e alto impatto emotivo del ministro Salvini (ultima della coda, la legittima difesa) vanno a gonfie vele e capitalizzano consensi con il badile. E poi i 5 milioni di poveri certificati dall’Istat. Quante cose. Ma, mi scuserete, se oggi parlo (anzi, scrivo) poco e faccio parlare le cifre, i maledetti e freddi numeri. I quali, a volte, sanno descrivere le situazioni più di mille discorsi. Anche situazioni tragiche, come quelle che stiamo vivendo come Paese in queste ore: situazioni che ci mostrano gli istanti immediatamente precedenti a un suicidio. 

Mercoledì pomeriggio, terminata la partita Germania-Corea del Sud, ho fatto un giro sui social: la stragrande maggioranza dei commenti era di scherno verso i tedeschi. E non rispetto alla spocchia dimostrata dai vari Neuer e Muller dopo la vittoria dell’ultimo Mondiale o al gioco decisamente povero e scarso espresso: no, la gran parte dei commenti era incentrato su epiteti come “crucchi”, “mangiapatate” e “servi della Merkel”, quest’ultima definita in altro modo, molto berlusconiano, che evito di ripetere. Insomma, sciovinismo allo stato puro, corredato da fotografie di sandali con i calzini bianchi e via di stereotipi, fra wurstel e boccali di birra. Ora, si sa che il calcio tira fuori il peggio di noi, quindi è assurdo dare troppa rilevanza a questo fenomeno, ma è un indicatore di sentiment, come si direbbe sui mercati: in Italia, il sentiment anti-tedesco non è mai stato così forte. Inutile negarlo. Come è inutile negare che certi comportamenti e atteggiamenti di personaggi come Jens Weidmann abbiano giocato la loro parte nel non consentire a Berlino di vincere il premio simpatia. 

C’è però qualcosa di strumentale, in tutto questo. Vi faccio qualche esempio, partendo dal mio articolo di ieri e dalla questione Deutsche Bank. Sempre in Rete, ma purtroppo anche su quotidiani nazionali come QN, ieri a firma di Giancarlo Mazzucca, ex direttore del Resto del Carlino e del Giorno e poi deputato del Popolo della Libertà (quindi, formalmente, non uno sprovveduto), dilagano grafici e post puntuti riguardo l’esposizione da triliardi, roba da vasca delle monete d’oro di Zio Paperone, di DB sul suo portafoglio derivati. Ne ho parlato anch’io, molte volte e non ho mai lesinato – nemmeno ieri – critiche all’atteggiamento da hedge fund di quella che è, nei fatti, una banca commerciale (ancorché privata, in un contesto – quello tedesco – dominato all’80% dalle landesbanken pubbliche), ma occorre dire la verità, altrimenti si distorcono i fatti. Quella che vedete nella fotografia, scattata con il mio smartphone, è la credit overview di Deutsche Bank, documento pubblico e nella fattispecie la pagina dedicata alla questione derivati. I quali, essendo per loro natura contratti binari, si basano su un concetto non difficilissimo da capire e intrinseco allo scopo difensivo che ha appunto un derivato (grazie al quale, ad esempio, non pagate 300 euro in più un biglietto aereo, se il prezzo del petrolio schizza all’insù, visto che le linee aree li usano appunto per fare hedging su quei rischi): ovvero, il valore nozionale. 

 

Il bilancio parla chiara, basta leggerlo e magicamente scoprirete che l’esposizione reale e potenziale a perdite da derivati di Deutsche Bank è di 22 miliardi di euro. A fronte di sola liquidità per 279 miliardi. Un po’ differente da come vendono la realtà là fuori, non vi pare? Questo, senza nulla togliere agli errori – a raffica – compiuti negli anni dal management di Deutsche Bank, per i quali infatti l’istituto tedesco ha pagato qualcosa come una ventina di miliardi in multe: eppure, è ancora in piedi. Quindi, forse, il problema è altro. Forse il problema, al netto delle innegabili criticità, è che Deutsche Bank è solo un proxy della Germania intesa come sistema, come economia. Come competitor. E qui, casca l’asino. Perché non è dell’Italia il temibile competitor, ma di qualcuno a cui stiamo dando un po’ troppo retta negli ultimi tempi, in maniera drammaticamente e palesemente bilaterale: Francia e Usa. 

La prima, di fatto, basa la sua campagna d’Italia su due capisaldi. Il primo è storico, ovvero la capacità di “reclutare” classe dirigente italiana al suo servizio, basti vedere la natura da Telegatto o poco più che ha assunto negli anni la Legion d’Onore, principale onorificenza della Republique: la danno a chiunque, a vagonate. Ma tutte in determinati ambiti, strategici: in primis, media e comunicazione. Poi politica. Solo in subordine, industria ed economia. Sembra una facezia, ma non lo è, basti poi vedere negli anni il livello di shopping a prezzo di saldo fatto dai transalpini nel nostro Paese, dalla grande distribuzione agli alimentari alle filiali bancarie: ed ecco il secondo caposaldo, l’atteggiamento da predone, garantito appunto dai molti cavalli di Troia di cui si gode nei comparti sensibili della società, chiamiamolo il Deep State nostrano. Comparate il livello di aggressività e ostilità francese con quello dei tedeschi e vedrete subito chi punta a colonizzare e chi no. 

L’altro partner a cui ci stiamo legando, ammantando il tutto con patetiche scuse cultural-politiche-ideologiche sovraniste e di presunta lotta alle élites, sono gli Stati Uniti di Donald Trump. I quali, i loro interessi sanno farli da sempre, ma, ora come ora, te lo dicono anche in faccia, essendo America First il motto con cui il tycoon newyorchese è sbarcato alla Casa Bianca. Questo tweet ci dice tutto: la ex azienda simbolo dell’Italia, ovvero la Fiat tramutatasi in Fca, è totalmente e incondizionatamente nelle grazie del presidente statunitense, il quale stravede per Sergio Marchionne. 

 

Il motivo? Semplice, Fca investe e produce in America. Quindi, crea occupazione e crescita in America. E ha sede amministrativa ancora altrove e fiscale ancora altrove: di italiano non c’è più nulla. O, almeno, nulla che porti beneficio all’Italia. Tanto più che lo stesso Donald Trump, non più tardi dell’altro giorno, ha reso noto che il suo staff sta ultimando il lavoro sui nuovi dazi che colpiranno le automobili europee sul mercato statunitense, di fatto un colpo mortale all’industria automobilistica tedesca, soprattutto nel comparto alto del lusso. Vi siete mai chiesti, alla luce di tutto questo, chi permetta al vecchio indotto Fiat del torinese e non solo, di continuare a dare lavoro e quindi pane a centinaia di famiglie italiane? La componentistica, fiore all’occhiello dell’industria e dell’eccellenza italiana, ovvero freni a mano, parti di portiera, volanti e quant’altro, chi le compra? Non rispondo io, perché potrei sembrare di parte, lo fanno queste due fotografie (scusate, so di non essere Helmut Newton), tratte dal report stampa presentato lo scorso 19 marzo a Milano dalla Camera di Commercio Italo-Germanica (Deutsch-Italienische Handelskammer), associazione attiva dl 1921 che conta circa 700 soci, 10 rappresentanze territoriali e lo status di Camera bilaterale più grande d’Italia. 

 

Proprio sicuri che la Germania sia nostra nemica e competitor sul piano economico, oltretutto scorretto perché facilitato da un euro che altro non sarebbe se non un marco mascherato (nel caso, la colpa sarebbe degli italiani che hanno accettato quel cambio, facendo oltretutto i debiti per entrare nella moneta unica, non certo dei tedeschi)? Sono cifre, chiare. E parlano di una partnership commerciale da record, capace da sola di sopravanzare quella con cinque, sei Paesi di non certo piccole dimensioni o entità economico-industriale-commerciale. Sicuri, quindi, che chi- di fatto -– ci sta spingendo contro Berlino, non lo stia facendo per mero interesse di parte, economico prima che politico? Sicuri che non valga la pena sedersi a un tavolo bilaterale con il governo tedesco e, paritariamente e in tutta franchezza, far notare ciò che non va – ad esempio, un certo uso spericolato della Vigilanza Bce contro le nostre banche sugli Npl, un affarone di cui stanno però godendo ala grande proprio operatori francesi e Usa, ben felici di comprare a 2 ciò che rivenderanno almeno a 20 -, ma senza arrivare a una rottura con chi è, di fatto, il partner più affidabile e principale? Perché sui giornali finiscono le panzane sui derivati di Deutsche Bank (e mai una discussione seria sui modelli bancari, quelli che permettono la formazione stessa degli Npl, visto che rientri eccessivamente frettolosi sui prestiti si trasformano, paradossalmente, in perdite per le banche che li erogano) e mai queste cifre? 

Come mai, poi, di colpo questo anti-germanesimo parossistico e pericoloso, pompato ovunque, a destra come a sinistra, in economia come in politica? Davvero vi fidate di più della Francia, magari in ambito petrolifero e nel contesto libico (chiedere a Eni per referenze al riguardo), visto che tutto ciò che c’era da spolpare di fruttuoso sul nostro mercato, ormai lo hanno acquisito o quasi? Davvero vi fidate di Donald Trump, uno che ti dice in faccia che a lui interessano solo gli operai del Mid-West (e può anche avere ragione in linea di principio, peccato che le sue ricette gli si stiano ritorcendo contro, vedasi l’impennata dei prezzi alla produzione per la manifattura Usa dopo l’imposizione di dazi sull’import di metalli esteri)? Vi assicuro e la mia storia parla per me: non ho mai lesinato critiche alla Germania o alla Bundesbank, né tantomeno alla spericolatezza dell’investment banking di Deutsche Bank, ma qui parliamo di sistema, di esistenza stessa dell’economia italiana come soggetto primario su quello che, piaccia o meno (e a Cina e Usa non piace), rimane il mercato più ricco al mondo, l’eurozona. 

Usate la testa, per favore. E lasciate gli slogan al governo. È triste, ma è così. 

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