GOVERNO CONTE/ Le dritte per andare avanti 5 anni, aiutando la ripresa

- Giuseppe Pennisi

Il Governo Conte è pronto a ottenere la fiducia delle Camere. Dovrà cercare di non sbagliare le mosse di politica economica, già dall’autunno. GIUSEPPE PENNISI

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La sede del Mef (Lapresse)

Un vecchio proverbio dice: “Hai voluto la bicicletta, ora pedala!”. Si addice perfettamente al Governo che ha prestato giuramento il pomeriggio del primo giugno. Un Governo Lega-M5S a cui sono stati “aggregati” alcuni tecnici , non necessariamente di “area”, ma tra coloro che si considerano “buoni per tutte le stagioni”. Sono lieto che coloro che hanno raggiunto maggiori successi alle elezioni del 4 marzo, pur avendo weltanshaugen (visioni del mondo) e radicamenti sociali e geografici molto differenti (e per vari aspetti divergenti), siano riusciti a formare un Esecutivo. Si poteva farlo prima: su questa testata lo indichiamo sin dal 12 marzo in articoli in cui abbiamo sottolineato i punti di convergenza tra Lega e M5S. E soprattutto a minor costo. Le vicende convulse del 28-31 maggio hanno bruciato almeno 30 miliardi di risparmi degli italiani, un prezzo elevato per assistere a quelle che sono sembrate “bizze” fanciullesche e senili.

Ora, però, occorre augurarsi che il Governa pedali bene ed a lungo. È una pedalata tutta in salita; la compagine è mediamente giovane. Speriamo che tutti pedalino come Bartali in salita e scalino il Cold’Izoard, portando pace, calma e tranquillità all’Italia e agli italiani. Molti punti del “contratto di Governo” che Ministri politici e tecnici si sono impegnati a realizzare comporta costi addizionali tra i 75 e i 100 miliardi di euro al bilancio delle pubbliche amministrazioni. Sarebbe giudizioso programmare di spalmarli su cinque anni e cercare nel frattempo di individuare le coperture senza aumentare il disavanzo netto delle pubbliche amministrazioni e rapporto tra stock di debito e Pil. Non perché così prevedono Trattati e accordi intergovernativi che abbiamo firmato, ma perché ce lo impongono, a suon di spread, di aumento dei tassi d’interesse e di maggiori difficoltà nel collocamento dei 400 miliardi annui che ci occorrono per rifinanziare il debito pubblico. Lo ha dimostrato, a tutto tondo, la settimana nera appena trascorsa.

Su questa testata, si è più volte messo in evidenza l’opportunità e, in certi casi, l’urgenza di rinegoziare Trattati e accordi intergovernativi relativi all’unione monetaria. Per negoziare da un punto di forza (relativa soprattutto dopo la presa di posizione degli otto Stati nordici guidati dall’Olanda), occorre mostrare che stiamo mettendo i nostri conti in ordine, non che siamo in una bufera finanziaria con crolli in borsa, aumenti dei tassi e famiglie che pensano di correre agli sportelli per portare i loro risparmi all’estero. Quindi, la prima esigenza è stabilire un rapporto di fiducia con tutti gli italiani, tenendo presente che la piccola maggioranza parlamentare su cui regge il Governo è dovuta in parte al meccanismo elettorale e in parte all’alto tasso di astensione.

Ciò significa, in primo luogo, evitare di fare scattare le “clausole di salvaguardia” di aumento dell’Iva. So che mediamente in Italia l’Iva è più bassa che in gran parte degli altri Paesi europei. Sembra anche che all’interno del Governo c’è chi parteggia per l’incremento delle aliquote delle imposte indirette (che compenserebbe in parte la riduzione delle imposte dirette tramite la semi flat tax e la conseguente perdita di gettito). Tuttavia, l’aumento Iva graverebbe principalmente sui ceti a basso reddito, parte importante del “blocco sociale” che sostiene l’Esecutivo. Inoltre, l’economia comportamentale ci insegna che un aumento delle imposte indirette implica una riduzione dei consumi più che proporzionale (all’incremento delle imposte medesime), nonché quel nervosismo tra gli italiani che si vorrebbe proprio evitare.

In secondo luogo, occorre predisporre un bilancio programmatico possibilmente quinquennale su come finanziare i costi aggiuntivi, facendo ipotesi molto moderate di crescita dell’economia reale. Non siamo nell’America della prima Amministrazione Reagan dove il ministro del Bilancio David Stockman pilotò un forte aumento del disavanzo federale e un marcato deprezzamento internazionale del dollaro per ottenere, nell’arco di pochi anni, una crescita strabiliante. Non solo non possiamo utilizzare la leva del cambio, ma la produttività dell’Italia è da due decenni rasoterra e il fardello del debito pubblico frena l’espansione. Per la tranquillità degli italiani (e di chi investe in Italia anche solamente acquistando i nostri titoli di Stato) sarebbe utile se tale documento venisse vidimato e “bollato” dalla Ragioneria Generale dello Stato. Un corpo tecnico coeso e rispettato. E ovviamente analizzato dall’Ufficio parlamentare di bilancio.

Sono due suggerimenti per meglio pedalare. Nell’interesse di tutti.

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