FINANZA & NOMINE/ Cdp in cerca di identità (e di presidente) dopo gli errori di Monti e Renzi

Claudio Costamagna ha deciso di non ricandidarsi per un secondo mandato alla guida di Cassa depositi e prestiti, un ente arrivato a uno snodo decisivo. SERGIO LUCIANO

06.06.2018 - Sergio Luciano
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Giovanni Tria (LaPresse)

Volpone lo è sempre stato, nel business come nelle relazioni, Claudio Costamagna: e come la mitologica volpe della favola di Esopo, quella che proclamò di non voler mangiare l’uva solo dopo aver constatato che il tralcio era fuori dalla portata dei suoi salti, si è chiamato fuori da una rosa per un secondo mandato presidenziale in cui, in teoria, nessuno lo avrebbe mai inserito, visti i nuovi chiari di luna politica: “Non sono disponibile per un secondo mandato”, ha detto, per prevenire un’offerta inesistente. Va bene: lo stile non è stato brutto. E comunque, vista la natura di esordienti assoluti dei nuovi governanti, e le straordinarie capacità di adattamento che Costamagna ha sempre dimostrato in materia di potere, nulla avrebbe concettualmente impedito che qualcuno, al ministero dell’Economia, si fosse svegliato e avesse proposto di rinnovare l’ex attor giovane della Goldman Sachs. Adesso, oggettivamente, Costamagna si è messo fuori. Volpi a parte, chapeau.

Ma resta il nodo sostanziale della Cassa depositi e prestiti, del suo futuro vertice e della sua futura missione. Anzi, meglio: di una missione, purché sia, perché finora non s’è capito quale fosse. Per la cronaca: per la presidenza salirebbero le quotazioni di Massimo Tononi – anche lui, come Costamagna, vicino a Prodi, ex presidente della Borsa e del Montepaschi. Ma la nomenclatura è un problema relativo, com’è relativo – salvo che per il futuro interessato e i suoi amici o collaboratori -il nome del futuro amministratore delegato che sarà scelto al posto di Fabio Gallia (da tempo chiamatosi fuori da ipotesi di rinnovo).

Il punto lasciato aperto dai governi Renzi e Gentiloni e “toccato” con un po’ di energia solo dall’ex ministro Calenda è chiarissimo: cosa ci sta a fare, la Cassa depositi e prestiti? Cos’è questa linea di condotta da “semivergine” dell’economia, che entra nell’Ilva ma solo con una puntina del piede sinistro e si fa pure battere dalla cordata avversaria, che non salva il Montepaschi, che non salva l’Alitalia, che non compra gli immobili pubblici, che entricchia, per fortuna (e qui che va reso onore a Calenda) in Tim, ma solo grazie al fatto che qualcun altro ha preso l’iniziativa?

È una Cassa senz’anima, né carne né pesce. A chi ne paventava l’abnorme crescita a rango di “nuovo Iri” appare in realtà la caricatura di quel che fu il poderoso “Istituto per la ricostruzione industriale” di via Veneto. Oltre alla funzione storica di intermediare i soldi tra lo Stato, il risparmio postale e gli enti locali, la Cassa avrebbe potuto e forse dovuto giovarsi della natura privatistica che la funambolica creatività finanziaria dell’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti le fece conquistare per esercitare un ruolo proattivo nella bizzarra economia mista del nostro Paese.

Nonostante la campagna di privatizzazioni più cospicua d’Europa, e tutta a vantaggio dei “padroni del vapore” anglosassoni, tutte le aziende infrastrutturali che contano oggi in Italia sono ancora pubbliche: le Ferrovie, le Poste, l’Eni, l’Enel, Terna, le strade statali, gli acquedotti, molte aziende energetiche municipali. Grandi industrie efficienti come la Fincantieri o la Finmeccanica, oggi infelicemente ribattezzata Leonardo, genio universale che con le armi fabbricate dall’azienda ebbe nulla a che fare, a parte alcuni progetti, sono pubbliche. Per quale ragione sia giusto privare quest’enorme e mediamente sana rete di imprese di un coordinamento, di una regia unica, non si sa. È un’eredità di quell’odio feroce verso lo “Stato padrone” che ha ispirato l’azione di alcuni poteri forti, dall’accordo Andreatta Van-Miert del ‘93 fino a Mario Monti?

Non si sa. È chiaro però che così la Cassa serve a poco. Ha sviluppato – e gestito mediamente con onore, va detto a vantaggio del tandem in uscita – una serie di strumenti tattici di intervento nell’economia, del genere private equity, che però non hanno avuto una natura “sussidiaria”, perché hanno fatto scelte che avrebbero tranquillamente potuto essere fatte da aziende private: ma allora perché farle con la mano pubblica? Altro sarebbe intervenire, con la poderosa forza della Cassa, in imprese impegnative, dal ritorno finanziario lungo, difendendosi solo dall’accusa europea di erogazione surrettizia di aiuti di Stato, ma per il resto utilizzando i soldi nostri per promuovere realmente lo sviluppo.

Non è colpa di Costamagna e Gallia se la Cassa l’ha fatto, come dire, per eccezioni e non per regola. È colpa di Monti, che non l’avrebbe mai concepito, di Letta che non ha avuto neanche il tempo di occuparsene, e di Renzi, col suo forsennato e insensato neoliberismo antistatalista. Che ne dirà Tria, cosa ne penserà Di Maio, come medierà Conte? Belle domande: ma le risposte, quali che possano essere, saranno incisive.

I giochi si faranno dalla prossima settimana, quando il ministro dell’Economia Giovanni Tria, azionista di maggioranza di Cdp con i quattro quinti del capitale, metterà a punto con le Fondazioni (titolari dell’ultimo quinto e per questo influenti garanti verso l’Europa della natura privatistica dell’ente) la lista comune del nuovo consiglio da depositare entro il 16 giugno, in tempo per l’assemblea del 20 (28 in seconda chiamata).

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