SPILLO/ I conti pronti a bocciare Tria (e l’Italia)

Stando alle ultime dichiarazioni del ministro Tria, sembra che l’Italia non cambierà molto la politica economica rispetto agli ultimi anni. Un brutto segno, dice GIOVANNI PASSALI

10.07.2018 - Giovanni Passali
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Giovanni Tria (LaPresse)

Stando alle ultime dichiarazioni del ministro dell’Economia Tria, direi che non ci siamo proprio. Già con l’occasione della presentazione del Def c’erano state dichiarazioni che escludevano particolari impegni di spesa e ribadivano l’intento di arrivare a una qualche forma di flat tax (come chiesto dalla Lega) e di reddito di cittadinanza (come richiesto dal M5S) rispettando però i vincoli di bilancio. Era un modo elegante, o se volete politichese, di dire “non se ne fa nulla”.

Ora, a conferma di questa impostazione, arriva anche una intervista rilasciata a Bloomberg, nella quale ribadisce che l’attuale governo si distinguerà dai precedenti non per il deficit, ma per una diversa allocazione di tasse e spese. Insomma, sul bilancio in sostanza non cambia nulla, come da manuale applicato da Monti in poi, cioè dal 2011 a oggi. Monti, Letta, Renzi e ora Conte sono passati inutilmente, la ricetta economica è sempre la stessa. Ed è la ricetta di austerità disegnata in questi anni dalla Merkel e dai poteri finanziari che la sostengono, che sostengono la Bce, che hanno promosso prima Duisenberg, poi Trichet e infine Draghi come governatori della medesima.

Strana parabola quella di Duisenberg. Inizialmente keynesiano convinto, in seguito modifica “leggermente” le proprie convinzioni. Prima di diventare governatore della Bce, presiede per quindici anni la banca centrale dell’Olanda. Fu in quel periodo che si mise a copiare le politiche monetarie tedesche, guadagnandosi il soprannome “signor Quindici Minuti”, con evidente allusione al tempo medio impiegato ad adeguarsi alle politiche monetarie della Bundesbank.

Fu protagonista di un sottile battibecco con l’allora ministro dell’Economia Tremonti, il quale proponeva di far stampare banconote da 1 e 2 euro: Duisenberg da governatore della Bce ammise che il problema era “allo studio” (un modo di dire per dire che non se ne sarebbe fatto nulla) e argomentò che nel caso l’Italia avrebbe perso il signoraggio relativo alla stampa delle monete da 1 e 2 euro. Il fatto fu notevole non per il valore monetario in gioco (pochi miliardi), ma perché in genere il signoraggio è un tema tabù sulla bocca dei banchieri centrali. Nel 2005 morì in circostanze misteriose, annegato nella piscina di casa sua in seguito a un malore.

La storia è piena di personaggi che, quando si occupano di studi, hanno certe idee, ma quando arrivano al potere, queste idee cambiano “leggermente”. Non vorrei che il ministro Tria fosse l’ennesimo caso. Quello che è certo è che le politiche di austerità non funzionano e, matematicamente, non possono funzionare. Tanto più non possono funzionare in periodi di crisi. Il conto è semplice: se lo Stato spende 100 (miliardi) in più, il Pil aumenterà almeno di 100 (almeno perché, una volta in circolo, potranno circolare ancora, secondo un circolo virtuoso più probabile quando vi è una disoccupazione sensibile). Ma vi sono anche le tasse che faranno riaffluire nei conti dello Stato il denaro speso. Con una tassazione al 60%, 60 tornano nelle casse dello Stato. Quindi alla fine lo Stato avrà aumentato il debito di 40, col quale avrà finanziato un aumento di Pil di almeno 100, con importanti effetti benefici nel rapporto debito/Pil.

Esattamente l’opposto avviene nel caso di un taglio della spesa: se lo Stato spende 100 di meno, avrà un calo del Pil pari a 100 (almeno), ma avrà anche un minore incasso dalla tassazione, pari a 60 (sempre nella ipotesi che la tassazione sia al 60%). Quindi il risparmio reale dello Stato sarà solo 40, ma il Pil sarà calato di almeno 100, con conseguenti effetti disastrosi sul rapporto debito/Pil. Questo è proprio quello che sta accadendo in Germania, favorita dai grandi surplus di questi ultimi dieci anni. Lo Stato ha utilizzato la congiuntura favorevole per diminuire il rapporto debito/Pil, ma ha smesso di investire e la Germania in prospettiva si avvia a essere un Paese arretrato per la mancanza di investimenti perseguita in tanti anni.

I numeri di questi ragionamenti possono cambiare, ma la sostanza no. L’austerità non paga, almeno finché la matematica non è un’opinione.

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