BREXIT/ Referendum bis? Un’altra prova che per l’Ue la democrazia è un ostacolo

Sembra che si voglia disattendere il voto sulla Brexit del 2016 con un nuovo referendum. Sarebbe un’altra prova che la democrazia è un ostacolo per l’Ue, dice PAOLO ANNONI

14.07.2018 - Paolo Annoni
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La visita del Presidente americano Trump in Inghilterra ha mantenuto vivo il dibattito sulla Brexit dopo le dimissioni di Boris Johnson di lunedì. L’Inghilterra non ha dimostrato di aver preso particolarmente sul serio la scadenza per le trattative con l’Unione europea e molti dubitano, a ragione, che abbia tempo, sempre ammesso che abbia voglia, di affrontare un hard Brexit senza accordo con l’Ue. Più si avvicina la scadenza, più appare irrealistico un accordo e più sarebbe necessario mettere in atto i preparativi per affrontare l’evento.

È anche da queste considerazioni, tutte ragionevolissime peraltro, che si arriva alla conclusione che, in qualche modo, verranno neutralizzati gli effetti del referendum del 2016. L’unica considerazione che ci sentiamo di aggiungere è che l’Inghilterra si è tenuta in mano un jolly nei confronti dell’Unione in una fase particolarmente delicata; l’unica questione su cui concordano europeisti e anti-europeisti è che oggi l’Europa non è attrezzata per affrontare una crisi “sistemica” o un altro evento “Lehman”.

A prescindere da quello che si pensi della Brexit o dell’Europa rimane irrisolta la questione di come sorvolare sul referendum del 2016. Si è chiesto un voto, il voto è stato dato e si decide di ignorarlo. Forse non si doveva chiedere quel voto, però per 6/12 mesi non si è parlato d’altro. Potremmo dire che si sia trattato di un incidente di percorso, ma purtroppo la costruzione dell’Unione europea è costellata di episodi di questo tipo in cui si è chiesta un’opinione e in caso negativo si è deciso di ignorarla. Ne citiamo alcuni: referendum sul trattato di Maastricht nel 1992 in Danimarca (si rivota); referendum sul tratto di Nizza in Irlanda nel 2001(si rivota); referendum sulla Costituzione europea in Francia nel 2005 (ignorato); referendum sulla Costituzione europea in Olanda nel 2005 (ignorato); referendum sul trattato di Lisbona in Irlanda nel 2008 (si rivota); referendum sul salvataggio europeo nel 2015 in Grecia (ignorato).

Una riedizione del referendum sulla Brexit, perché la prima volta è uscito un “voto sbagliato”, o il fatto che venga disatteso è in realtà solo uno dei molti episodi simili. Non si ricordano episodi uguali e contrari; cioè non ci sono stati referendum o consultazioni con un esito positivo verso l’Europa che si è scelto di ignorare. In questo caso tra l’altro cosa avrebbero detto i vincitori? Se al secondo referendum sulla Brexit vincerà il remain siamo a posto così o c’è lo spareggio? Nel caso i sostenitori del leave possono chiederne un terzo? In alcuni Paesi consultazioni di questo tipo non sono mai avvenute. Se si considera la sostanziale mancanza di poteri del Parlamento europeo si capisce la velocità con cui “populismi/sovranismi” sono emersi e la rapidità con cui si è passati a un diffuso malessere nei confronti delle istituzioni europee.

Possiamo dire che il processo di costruzione dell’Europa oggi vada avanti allo stesso modo, sostanzialmente ignorando il parere della gente, o “in segreto” senza premurarsi di rendere chiari quali siano le condizioni del gioco. Per esempio, a noi italiani non era chiaro che saremmo dovuti “diventare tedeschi” con l’euro, nessuno ce l’ha detto, non c’è stato alcun dibattito e quando l’abbiamo scoperto era troppo tardi; forse saremmo entrati con una volontà più forte di cambiare registro su molti nostri difetti. Oggi per qualcuno dell’euro non si dovrebbe parlare nemmeno sui quotidiani e nemmeno come dibattito se no il mercato ci punisce; non si dovrebbe parlare nemmeno del rapporto strategico con la Francia, ecc. Ci sembra che in questo modo si produca un’impalcatura strutturalmente fragile che viene usata in maniera opportunistica dato che non è una cosa comune.

Il rischio è che si crei una struttura per la cui costruzione non c’è bisogno della democrazia e che non la contiene e che forse la giudica pericolosa. La democrazia che si esercita abbastanza pienamente a livello di Stato nazionale non si esercita nella sostanza a livello europeo e non viene sostituita da qualcosa di simile. Non si cerca di sostenere che non serva una mediazione, ma non si può nemmeno sostenere che questo processo possa continuare ignorando sistematicamente i pareri espressi e con un dibattito tenuto all’oscuro per evitare opposizioni. Chi si pone questi problemi e chiede una pausa rispetto a questa logica è un sovranista, immediatamente nazionalista e subito dopo “fascista”; ci sembra un po’ miope.

A meno che non si sia già disposti fin dall’inizio ad andare avanti contro o nonostante quello che pensa la gente con alcuni interessanti corollari sulla bassissima opinione riservata ai luoghi (lo Stato nazionale?) e ai momenti (le elezioni?) in cui qualsiasi puzzone illitterato può dire la sua; pazienza tra l’altro se tra le vittime ci mettiamo il welfare state (che come noto sopravvive a livello nazionale, ma di cui non c’è alcuna traccia europea, neanche per i greci). Chi si faccia carico di tutelare o difendere il puzzone illitterato di cui sopra privato di qualsiasi potere sostanziale non è chiarissimo. Forse i burocrati o i manager filantropi miliardari. Auguri…

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