SPY FINANZA/ Usa vs Cina, la battaglia va avanti nel silenzio generale

- Mauro Bottarelli

Lo scontro finale ed esistenziale per gli equilibri futuri del mondo tra Cina e Usa prosegue e coinvolge anche le altro potenze globali. MAURO BOTTARELLI

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Migranti e pallone, pallone e migranti. C’è poco da fare, l’informazione in Italia è questo. Anzi, è stata questo fino a ieri, per oltre un mese. Prima i Mondiali di calcio, poi l’arrivo di Cristiano Ronaldo. In mezzo, gli sbarchi e le loro conseguenze politiche interne ed europee. Un vero e proprio lavaggio del cervello, una conventio ad excludendum di qualsiasi altra notizia, di qualsiasi raziocinante senso della proporzione: soprattutto, quelle di natura economica. Perché il popolo va ammansito con falsi allarmi e oppio, va tenuto buono. Ma – ed è il caso di dirlo – anche perché il cosiddetto e mitologico “popolo”, vuole e chiede questo. Quindi, non si lamenti poi, quando sarà tardi per cercare di capire cosa accade. Anzi, cosa sia accaduto. Ignorantia non excusat, l’ignoranza non ha mai una giustificazione. Qualsiasi sia il colore della propria parte politica. Perché è ovvio che domenica tutta l’attenzione fosse per il trionfo della Francia multietnica al Mondiale, motivo di dispute contrapposte fra chi sogna una nazionale transalpina fatta tutta da prototipi 2.0 di Asterix e Obelix e chi non ha vergogna di sfruttare per fini politici quello che è stato un processo di alienazione e ghettizzazione forzata, il quale infatti ha dato sfogo al suo libero istinto durante i saccheggi sugli Champs Elysée (a cui hanno partecipato anche palidissimi vurgulti della gioventù transalpina): l’odio puoi nasconderlo sotto il tappeto, ma, alla prima scintilla, esplode. E brucia il tappeto. 

Quindi è comprensibile che nessun tg abbia dato la notizia del downgrade del rating di credito della Turchia operato con enorme tempismo da Fitch, una sforbiciata che ha portato il debito di Ankara ulteriormente in area junk a livello BB, di fatto una spinta ben assestata alle spalle del Paese per agevolare lo scivolamento della valuta verso l’iper-inflazione potenziale. Quali siano le conseguenze di una crisi economica e valutaria in Turchia ve l’ho spiegato chiaramente la scorsa settimana, ma ragionare in prospettiva non va di moda, molto più comodo parlare di immigrazione limitandosi alla contabilità di sbarchi e respingimenti. Garantendosi, in questo modo, la loro matematica prosecuzione. Anzi, il loro moltiplicarsi. Ma se in questo caso il silenzio dei media è imputabile alla loro storica e strutturale miopia, ieri mattina mi è parso alle soglie del criminale vedere dirette dalla clinica dove Cristiano Ronaldo sosteneva le visite mediche e non sentire un fiato sul fatto che a giugno la crescita cinese si sia fermata all’8% contro l’8,3% di maggio e attese dell’8,4% da parte degli economisti: si tratta del tasso più basso di sempre, ma, ovviamente, noi viviamo di percezioni pavloviane. Quindi, essendo abituati a festeggiare un +1,1% come fosse davvero la vittoria ai Mondiali, quel dato di rallentamento cinese ci fa ridere. E invece da ridere c’è pochissimo. 

Anzi, nulla. E ce lo mostrano questi grafici, i quali ci offrono le perfetta percezione di quanto sta accadendo: la seconda economia mondiale, infatti, non sta solo rallentando a livello di crescita, sta operando in maniera sempre più marcata un deleverage interno che presuppone da un lato la liberazione di risorse monetarie attraverso tagli dei requisiti di riserva per le banche, ma che, contemporaneamente, sta anche annullando mese dopo mese il suo ruolo di bancomat globale, come ci mostra il dato dell’impulso creditizio. E anche il dato sul sistema bancario ombra parla chiaro: Pechino vuole sgonfiare la bolla del credito interno facile, un qualcosa che si sostanzia nel dato di aumento dei prestiti regolari in yuan e in quello contemporaneo del crollo di quelli “paralleli” in dollari. A oggi e nel silenzio generale, in Cina sono già occorsi default aziendali per un controvalore di 22,2 miliardi di yuan, fallimenti che hanno riguardato anche 5 aziende a controllo totalmente privato e 15 quotate in Borsa: lo Stato, di fatto, lascia fallire i soggetti più deboli in quello che pare un misto di atteggiamento darwinista e schumpeteriano, tamponando il fallout esterno con iniezioni di liquidità mirate, al fine di controbilanciare i contraccolpi. Ma per fare questo, serve un’attitudine chiara: il mondo non conti più su di noi e sul nostro impulso creditizio per mascherare la crisi macro e soprattutto di liquidità che sta prendendo il sopravvento sui mercati. Ognuno per sé e Dio per tutti. 

 

E che la Cina sia ormai arrivata al punto di svolta, ce lo dice un’altra notizia che ieri è stata completamente ignorata: l’ulteriore spinta di Pechino verso la de-dollarizzazione del proprio commercio, di fatto la vera guerra commerciale contro gli Usa. Le raffinerie cinesi, in ossequio alla battaglia dei dazi, ma anche con un chiaro intento geopolitico (non a caso la comunicazione è giunta nel giorno dell’incontro fra Trump e Putin), stanno sostituendo il petrolio importato dagli Usa con quello comprato proprio da Teheran, non solo facendosi beffe delle sanzioni che gli Stati Uniti vorrebbero in grado di portare a zero le esportazioni iraniane entro novembre, ma anche bypassando l’uso del dollaro nello scambio, tutto denominato in yuan: parliamo di 300mila barili al giorno, stando a dati non smentiti della Dongming Petrochemical Group.

Insomma, la questione sta sempre più polarizzandosi, arrivando al nocciolo del problema, allo scontro finale ed esistenziale per gli equilibri futuri del mondo: Cina contro Usa, con la Russia di fatto comprimaria di una partita che rischia di diventare ogni giorno più rischiosa. Prima che l’incontro di Helsinki avesse iniziato, il consigliere della Casa Bianca, John Bolton, ha parlato chiaro: Washington resterà in Siria fino a quando la guerra all’Isis non sarà vinta e fino a quando ci sarà influenza iraniana nell’area. 

Contemporaneamente, due fatti: Israele, dopo aver colpito la Striscia di Gaza nella sua eterna lotta contro Hamas, ha bombardato in un raid una base militare fuori Aleppo, proprio in Siria. Il timore, non confermato, è che nell’azione abbiano perso la vita proprio militari iraniani di stanza accanto alle milizie di Assad. Inoltre, sta salendo – anche in questo caso nel silenzio generale – la tensione anti-iraniana in Iraq, dove il vincitore delle ultime elezioni, il chierico estremista Moqtada Al-Sadr, sta infiammando le folle contro Teheran e la sua influenza nella zona, dopo che da giorni si susseguono disordini legati a continue interruzioni del flusso di energia nel Paese. Stranamente, quanto sta accadendo in Iraq non deve stupire, nonostante l’intensità stia aumentando, con aeroporto e uffici di aziende straniere presi d’assalto e operatori economici di altri Paesi che già preparano l’evacuazione del personale: non più tardi del 12 luglio scorso, infatti, per risolvere il cronico problema energetico del Paese, Al-Sadr aveva proposto la privatizzazione dell’intero sistema. E sapete a chi vorrebbe appaltarla, un business miliardario? Ad aziende straniere non occupanti. 

Stiamo entrando in un risiko di pericolosità potenziale enorme per la destabilizzazione dell’intera area ma anche nel redde rationem finale, quello che mostrerà al mondo chi stava con chi nella strumentale “guerra civile” siriana e nell’ancora più patetica e criminale campagna contro l’Isis. E l’Europa, in tutto ciò? Pensa ai migranti. Anche perché gli Usa hanno detto “no” alle esenzioni dalle sanzioni contro l’Iran richieste da tre Paesi europei – Gran Bretagna, Francia e Germania – in una lettera del 4 giugno scorso e reiterate al vertice Nato della scorsa settimana: sia il capo del Dipartimento di Stato, Mike Pompeo, che il segretario al Tesoro, Steven Mnuchin, sono stati chiari al riguardo, chiunque opererà con Teheran, dovrà pagare dazio. E, casualmente, tanto per far capire che aria tira contro Teheran, l’Arabia Saudita ha già tagliato fuori le ditte tedesche da ogni appalto nel settore energetico, proprio perché Berlino pare troppo riottosa nei confronti delle sanzioni contro gli aytollah. 

Cosa significa l’interscambio commerciale con l’Iran per l’Italia, ce lo mostrano questi grafici: avete sentito una parola al riguardo da Conte o Moavero? No, zero. Si parla solo di migranti. Casualmente, però, tanto per dimostrare all’Europa quanto sia serva e quanto poco conti, il Financial Times venerdì parlava a chiare lettere dell’intenzione della Russia di investire circa 50 miliardi di dollari proprio nel comparto energetico dell’Iran: reazione di Washington? Nessuna. Dite che c’entra il vertice di Helsinki di ieri? No, c’entra la volontà spartitoria, a livello energetico, geopolitico e strategico. C’entra il doppiogiochismo di Vladimir Putin, come d’altronde quello di altro genere di Recep Erdogan. E l’Europa in mezzo, silente a subire. 

 

La Cina, invece, tace e fa i fatti. E come ha risposto l’Ue agli accorati e diretti appelli di Pechino verso una maggiore collaborazione bilaterale per contrastare la politica di dazi e guerra commerciale degli Usa? Picche. Di più, domenica Donald Trump ha definito l’Ue una nemica degli Usa a livello commerciale ed economico e per tutta risposta Donald Tusk è corso a piagnucolare, ribadendo amicizia e fedeltà sempiterna, quasi fossero la Benemerita, verso i nostri vassalli d’Oltreoceano. Pagheremo, pagheremo un prezzo all’altissimo alla mancanza di coraggio di questi pusillanimi. Il mondo sta precipitando, a passi sempre più spediti, verso uno scontro finale per gli equilibri dei prossimi 50, 100 anni e noi ci preoccupiamo unicamente di quattro barconi in arrivo dalla Libia o dei 40 milioni risparmiati con il ricalcolo dei vitalizi. Tanto, c’è Cristiano Ronaldo che sostiene le visite mediche ad allietarci la giornata e riempire le trasmissioni tv. 

Non so se vale la pena di ridere o piangere. Certamente, meritiamo tutto ciò che ci accadrà. Perché, ripeto, ignorantia non excusat. 

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