VENDERE BTP AI CINESI?/ La Germania ci ha già tagliato fuori anche a Pechino

- int. Francesco Sisci

Per collocare i titoli di Stato italiani anche dopo la fine del Quantitative easing, Giovanni Tria starebbe pensando di rivolgersi alla Cina. Il commento di FRANCESCO SISCI

Tria_Giovanni_Camera_Lapresse
Giovanni Tria (Lapresse)

In un retroscena firmato Federico Fubini, pubblicato sul Corriere della Sera, viene spiegata quella che sarebbe la strategia messa a punto da Giovanni Tria per non avere problemi nel collocare i titoli di stato italiani dopo la fine del Quantitative easing della Bce e non far così aumentare i rendimenti dei Btp e i relativi costi di servizio del debito pubblico nel bilancio dello Stato: rivolgersi alla Cina. Il ministro dell’Economia, avendo contatti a Pechino e Shanghai, sarebbe già pronto a partire per incontrare degli investitori e iniziare questa sua missione. Abbiamo chiesto un commento a Francesco Sisci, editorialista di Asia Times e docente nella Renmin University of China.

Collocare titoli di stato italiani, fino a 400 miliardi l’anno, ai cinesi è realmente possibile?

Mah, con tutto il rispetto e l’affetto per Giovanni Tria, un caro amico, la cifra è enorme, anche per le capaci tasche della Cina. Per avere un metro di paragone, la Cina ha comprato e detiene circa 1.000 di dollari di debito americano, circa 850 miliardi di euro. Però è una partita di giro: la Cina presta soldi all’America che con quei soldi compra un deficit commerciale di 500 miliardi di dollari, secondo le stime americane, oltre 300 secondo le stime cinesi. Quindi a spanne se la Cina comprasse 400 miliardi di euro di nostro debito, l’Italia poi dovrebbe avere un deficit commerciale con la Cina di circa 100-200 miliardi di euro in proporzione, cioè circa il 5%-10% del Pil italiano. Ciò sarebbe un cambiamento storico, epocale per l’Italia. Non so quindi se ciò sia possibile, ma poi non so quali sarebbero le ramificazioni anche politiche e sociali per l’Italia di una tale scelta. Ciò detto, va dato merito a Tria di avere riconosciuto l’importanza strategica della Cina nella politica nazionale italiana. Ma forse andrebbero chiariti tanti altri elementi.

Al di là della fattibilità, ci sarebbe una convenienza politica nel rafforzare i rapporti economico-finanziari con Pechino nel momento in cui è in atto uno scontro tra Usa e Cina?

Infatti, questo è un punto politico molto delicato. Il 6 luglio è scattata la guerra dei dazi tra Cina e Usa, che pare destinata a esacerbarsi nei prossimi mesi. Poche ore dopo è sbarcato a Berlino il Premier cinese Li Keqiang per firmare una serie di importanti accordi strategici con la Germania per una collaborazione industriale e anche avanzando la possibilità di una specie di fronte unico sino-tedesco contro i nuovi dazi Usa. Subito dopo, il 16, il Presidente americano Donald Trump si è visto con Vladimir Putin in un vertice che poteva essere un avvertimento sia a Berlino che a Pechino. Inoltre, la Germania è l’unico Paese sviluppato che ha un surplus commerciale con la Cina, e spirito dell’accordo con Pechino è aumentare ancora questo surplus tedesco. Con questa idea di Tria, l’Italia entra a gamba tesa in un gioco grandissimo. 

Una scelta rischiosa?

Ottima scelta, forse, purché sia stato tutto pensato e sia gestito. Ma mi sembra che l’Italia voglia chiedere un favore alla Cina e solo chiederlo urta politiche in corso sia degli Usa che della Germania. L’irritazione americana e tedesca peraltro è certa, mentre la risposta della Cina, per il poco che io so, è assolutamente incerta. Pechino vorrebbe scegliere Roma rispetto a Berlino come suo interlocutore in Europa? E perché? Ne siamo certi? 

Se Washington offre a Pechino l’importazione di suoi beni in cambio dell’acquisto di debito pubblico, cosa potrebbe offrire l’Italia alla Cina?

A mio modestissimo avviso queste sono idee che devono essere sondate prima con i partner e gli alleati e poi con la Cina, fuori dalla canea dell’opinione pubblica. Ma sono idee, rendiamoci conto, che comportano comunque dei contraccambi, dei costi. È giusto pensare al problema dell’economia italiana in termini globali, ma bisogna forse anche avere un polso chiaro della situazione e della direzione di politica internazionale in generale e dei vari paesi. Altrimenti si rischia di fare più danni che bene. Inoltre, il mio timore è che questa uscita possa forse anche aumentare ancora i dubbi e i timori che già si stanno accumulando sulla prossima Legge di bilancio. 

In che senso?

La Legge di bilancio del governo è un punto interrogativo. C’è chi teme che Lega e M5s vogliano uscire dall’euro, chi ha paura che Roma sfondi parametri di bilancio dell’Ue Un piano così ambizioso, ma anche chiaramente forse non bene meditato nel profilo di politica internazionale, non fa crescere timori sull’Italia?

In questi giorni c’è stata una missione dei rappresentanti Ue in Cina: ne è uscito qualcosa di buono? 

L’Ue non è un’entità politica in Europa e tantomeno in Cina. La Germania, che ha una vera politica di lungo termine con la Cina, è ben attenta a essere il punto di raccordo centrale dell’Ue in Cina. La visita di Li Keqiang a Berlino è stata l’ultima prova di questo.

(Lorenzo Torrisi)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori