SPY FINANZA/ La recita di Trump e la guerra per soldi più importante di tutto

- Mauro Bottarelli

Stupiscono gli atteggiamenti di Donald Trump. Per meglio capire quel che avviene negli Usa occorre avere degli elementi in più, come quelli suggeriti da MAURO BOTTARELLI

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Donald Trump (LaPresse)

Non capisco lo stupore attorno all’ennesima capriola politica di Donald Trump: cos’altro poteva fare? Signori, ricordatevi sempre di partire da un presupposto: quella in atto negli Usa è una recita a soggetto, lo scontro reale esiste soltanto nella società. E, proprio per questo, la situazione è sì potenzialmente pericolosa, ma a livello interno: cosa pensate che accadrebbe se il Presidente, a causa della questione russa o di quant’altro, finisse sotto procedura di impeachment? E non dico a New York o Los Angeles, dove si assisterebbe a manifestazioni di giubilo e liberazione simili a quelle che nel novembre 2011 salutarono l’addio forzato di Silvio Berlusconi da palazzo Chigi, intendo l’America vera, quella profonda. Quella armata. Pensate che la Fema abbia, negli anni, dato vita a decine e decine di esercitazioni d’emergenza in caso di rivolta e acquistato migliaia e migliaia di bodybags perché non sapeva come ingannare il tempo? Davvero lo credete? 

Donald Trump era un miliardario sull’orlo della bancarotta, proprietario sì di un impero, ma di debiti e con alcuni fallimenti già alle spalle: ora è l’uomo più potente del mondo. Pensate che abbia ottenuto quello status solo per volontà popolare? Pensate che un Paese che ancora oggi non sa chi abbia ucciso l’uomo della svolta, JFK, avrebbe permesso che arrivasse a fine campagna elettorale vivo? Pensate davvero che due filmatini osé, le denunce di quattro sgallettate e poi la pagliacciata del Russiagate siano stati il massimo che il Deep State sia riuscito a mettere in campo per cercare di fermare la corsa del tycoon verso Pennsylvania Avenue? Davvero lo credete? 

Beh, buon per voi che ancora avete fede nel mondo e nelle persone. Io so che per rendere credibile quanto accadrà, gli ultimi due giorni sono stati perfetti. Prima Helsinki che ha scatenato l’indignazione bipartisan della politica americana e, come dicevo ieri e ri-sottolineo oggi, lo sdoganamento della parola “traditore” da accostare alla figura del Presidente, una macchia senza possibilità di candeggio nel Paese che ha perdonato il bugiardo e fedifrago Bill Clinton. Poi, la ritrattazione appena rientrato in Patria, di fatto un’ammissione non solo di colpa, ma anche di palese e conclamata inadeguatezza al ruolo di capo della prima potenza del mondo. Poi, nel mezzo, la pubblicazione dei dati del Tic, ovvero le detenzioni di debito pubblico americano relative al mese di maggio. Puntualissime, perfettamente a metà strada fra la pantomima su sfondo finlandese e il mea culpa con Washington bagnata dal sole estivo a incorniciare la scena. 

Ed ecco qui, questi grafici parlano da soli: prima di recarsi a Helsinki per fumare pubblicamente il calumet della pace, Vladimir Putin si è premurato praticamente di azzerare le detenzioni russe di Treasuries. Per carità, non erano di principio una cifra folle, ma siamo passati dai circa 100 miliardi di controvalore di inizio anno agli attuali 9 miliardi! In aprile, Mosca ha liquidato 47,4 miliardi di debito Usa, portando il totale a 48,7 miliardi, minimo dal 2008. Ma a maggio ha proseguito, tagliando detenzioni per altri 40 miliardi, una sforbiciata dell’82%, arrivando alla cifra pressoché simbolica attuale. 

 

E in cosa si sostanziata questa mossa, almeno sui mercati? Lo spiega bene il secondo grafico: dal 2,7% di inizio aprile, il rendimento del decennale Usa a fine maggio è passato al 3,11%, massimo da sette anni. E che il rendimento del decennale Usa non sia mera questione di servizio del debito, lo sanno anche i sassi: è il benchmark del mercato, ciò che muove – o può muovere – tutto. Vista la quantità d’oro fisico comprata da Mosca in contemporanea, la mossa non stupisce, anche al netto del Budget 2019 tutto in deficit presentato dalla Casa Bianca: scappo da un debito potenzialmente destinato ad andare fuori controllo e compro bene rifugio per antonomasia, magari un domani per legarci la moneta, in caso di crisi globale. Ma qui più che di diversificazione degli investimenti, si tratta di segnali politici. E temo che Mosca non abbia agito unicamente di sua sponte, anche visto il timing: è più che probabile, infatti, che un suggerimento al riguardo sia giunto da Pechino come mossa d’anticipo sulla politica di dazi annunciata e poi messa in pratica dagli Usa. Come dire, avete visto come si è mosso il rendimento del vostro titolo benchmark con le vendite, su volumi non certo spaventosi, della Russia? Ecco, pensate cosa succederebbe se fossimo noi cinesi a cominciare a scaricare in grande stile Treasuries, avendo 1.183 miliardi di debito Usa in detenzione, stando ai dati di maggio. 

Guerra, insomma. E guerra che colpisce dove fa male, più male che una politica protezionistica che a oggi ha colpito solo per l’aumento dei prezzi alla produzione, data dai costi maggiori dell’import statunitense di metalli: insomma, è la siderurgia della Pennsylvania a pagare per ora, non Pechino. In parte, certo, sta pagando anche l’industria tedesca, quella che è parsa la vera vittima dalle attenzioni di Trump durante il suo tour europeo, ma anche qui, qualcosa si è mosso e lo certifica prima la ratifica del Trattato di libero scambio fra Ue e Giappone e poi il Forum bilaterale Ue-Cina, definito “incoraggiante” dalle stesse autorità di Pechino. Insomma, Trump si sta facendo male da solo. Tanto più che quei dati sul debito pubblico, i quali confermano come siano state le vendite russe a far salire sopra la quota psicologica del 3% il Treasury a 10 anni, potrebbero sostanziare davvero una campagna in grande stile rispetto al “tradimento” del Presidente verso la nazione: perché al netto di bandiera e famiglia, non toccare all’americano medio il portafoglio d’investimento. 

E qui arriva il vero nodo della questione, il succo della partita che si sta giocando. Perché ci sono solo due spiegazioni, ad esempio, al fatto che due giganti dell’investimento come BlackRock e Templeton ieri abbiamo detto chiaro e tondo che è il momento di puntare sui mercati emergenti, poiché il loro punto di under-performance delle equities rispetto a quelle Usa ha toccato ormai un estremo storico. O sanno qualcosa che noi non sappiamo (ma che intuiamo, ovvero la Fed torna a muovere il mercato) oppure siamo al pump’n’dump più classico, scarico sul parco buoi in cerca di rendimento per saldare il mutuo scolastico del figlio ciò che mi sta impestando i bilanci e facendo impazzire gli indici di VaR. Tertium non datur, penso. 

Ma c’è dell’altro e, paradossalmente, di più interessante a conferma del disperato tentativo in atto di far sgonfiare un po’ la bolla senza che scoppi, almeno non prima di essersi messi al riparo. Guardate questi grafici: il primo ci mostra come senza l’apporto delle mitologiche azioni Faang (Facebook, Amazon, Apple Netflix e Google), l’indice Standard&Poor’s dei miracoli sarebbe in negativo. Il secondo, invece, ci mostra il cash-flow tutt’altro che entusiasmante presentato l’altro giorno all’interno della trimestrale di Netflix, la quale ha confermato contemporaneamente una netta contrazione nella crescita di abbonati, ma anche un aumento degli investimenti nei medesimi format annunciati l’anno scorso. Insomma, unite il tutto, date una shakerata e, al netto della sovra-valutazione di quei titoli, avremmo dovuto assistere a dei bei tremori in Borsa. E invece?

 

E invece ce lo mostra il terzo grafico, dal quale scopriamo che non solo l’indice tech di Wall Street (Nasdaq) non è calato, ma, mentre il debito sembrava aver poco da festeggiare, martedì pomeriggio ha toccato il suo record storico intraday! Come per Templeton e BlackRock, cosa sanno i titoli che i bond (e noi) non sappiamo? E, tanto per capirci e per capire che forse qualcuno in Germania (magari non esattamente a Berlino) si è stufato di subire soltanto le angherie statunitensi, cosa ne dite del timing con cui ieri l’Ue ha comminato una sanzione da 4,3 miliardi di dollari a un altro baluardo Faang, ovvero quella Google multata per Android, dopo la sanzione da 2,4 miliardi di dollari per Google Shopping? 

Che l’Europa si stia svegliando? Che abbiamo capito finalmente la recita Usa e il fatto che Washington minaccia perché ha paura, avendo in casa il grande casinò globale? O forse è solo disperazione da crisi in arrivo a livello globale, quindi tutti in trincea? Sicuramente, non è come raccontano i giornali o i tg. Questo è assicurato. 

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