NOMINE/ Cdp e Tesoro, è Mattarella il vero vincitore

- Nicola Berti

Lo sblocco delle nomine in Cdp e al Tesoro è il primo test significativo di pesi e misure nella governance giallo-verde. Vincono Mattarella e le Fondazioni. NICOLA BERTI

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Sergio Mattarella

Lo sblocco delle nomine in Cdp e al Tesoro, maturato ieri, è senz’altro un test significativo (il primo) di pesi e misure nella governance reale del Paese nella stagione giallo-verde. Sette settimane fa Lega e M5s si scontrarono clamorosamente con il Quirinale sulla candidatura di Paolo Savona alla poltrona strategica di ministro dell’Economia. Sembrò il capolinea del “tentativo impossibile” di Salvini e Di Maio ma poche decine di ore dopo il governo Conte era nato: con Giovanni Tria in Via XX Settembre. Finora guardingo e apparentemente laterale, il nuovo ministro è diventato negli ultimi giorni protagonista del primo importante assestamento negli alti organigrammi pubblici. 

Fabrizio Palermo amministratore delegato di Cdp, Alessandro Rivera direttore generale del Tesoro. Le due designazioni — all’interno di uno stesso pacchetto — sembrano confermare la sostanza dell chiarimento preventivo avvenuto sul “caso Savona” fra Sergio Mattarella, Luigi Di Maio e Matteo Salvini. L’esito del voto ha sancito il diritto democratico di Lega e M5s a governare l’Italia ma vi sono fronti delicati sui quali i due partner di maggioranza non possono eludere la moral suasion ultima del Quirinale.

Il Capo dello Stato, del resto, era stato singolarmente esplicito intervenendo all’apertura dell’ultimo congresso Acri di Parma. Il governo Conte era in carica da poche ore e il Presidente — rivolgendo un caloroso saluto finale a Giuseppe Guzzetti, leader storico delle Fondazioni — aveva fatto un riferimento diretto alla Cdp: su alcuni snodi strutturali del sistema-Paese, come Fondazioni e Cdp ma non solo, nessuno doveva e deve aver dubbi sull’alta vigilanza del Quirinale.

Ieri è stato il ministro Tria ad applicare a valle lo “schema Mattarella”, grazie anche alla mediazione ultima del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti. Sia in Cdp sia soprattutto al vertice tecnocratico del Tesoro sono stati chiamati due interni: Palermo è stato chief financial officer della Cassa, diretto collaboratore dell’ex amministratore delegato Fabio Gallia: Rivera da tempo era direttore centrale del ministero con la specifica delega alle Fondazioni di origine bancaria. Molto difficile vedere segni di “rottura”. Più facile cogliere scelte di merito, soprattutto sul nome di Rivera, perfetto conoscitore di tutte le crisi bancarie che hanno messo sotto pressione l’Azienda-Paese. Non da ultimo, Palermo e Rivera dovranno gestire in tandem quelle che un tempo venivano definite “partecipazioni statali”: Eni, Enel, Poste, Fs e oggi anche Mps. Oggi sono ripartite fra il portafoglio diretto del Tesoro e quello della Cdp, ma non vi sono dubbi che una nuova stagione di privatizzazioni (Poste e Fs in testa) non potrà che essere gestita in modo organico.

Al di là di quelli che saranno commenti e reazioni di circostanza, l’indicazione di Palermo e Rivera da parte di Tria sembra segnare un punto a favore delle istanze di Guzzetti e delle Fondazioni. Oltre all’indicazione di Massimo Tononi a presidente della Cdp — approdata senza intoppi — la nuova governance costruita attorno alla Cassa sembra nettamente “moderata” rispetto agli input del “contratto di governo” alla base dell’alleanza giallo-verde. Il contratto identificava apertamente nella Cdp una “nuova Iri” naturalmente votata ad assumere partecipazioni nell’Alitalia o nell’Ilva (se non addirittura in Mps). Una posizione — caldeggiata soprattutto da M5s — che da sempre ha registrato la freddezza della Fondazioni.         



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