CASO MARCHIONNE/ Fca, quando la vita vale meno delle stock options

Sergio Marchionne è morto a Zurigo. Fca è riuscita a evitare il peggio per i suoi titoli in Borsa. Con il tempo i numeri incontrovertibili ci parleranno ancora del manager. GIULIO SAPELLI

26.07.2018 - Giulio Sapelli
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Sergio Marchionne nello stabilimento Fiat di Melfi nel 2012 (Lapresse)

Dinanzi al mistero della morte si rimane attoniti, soprattutto quando essa è attesa e certa in quel tempo sospeso dove l’anima piccoletta, come diceva T.S. Eliot ne Il sermone di fuoco, ancora vaga sperduta, lontana dall’eterno ma da esso irrimediabilmente attratta. Per il povero Marchionne deve essere stata certamente la stessa cosa. Ma attorno a lui e alla sua anima non silenzio bensì obituari mentre il cuore invece batteva ancora. Una grande tragedia greca nel cuore della modernità digitale e di mercato: una vicenda che chiede a gran voce per essere raccontata il cuore di un poeta come non ce ne sono più, almeno di quelli grandi come Eliot. Sarà un case study da manuale della comunicazione economica che si rivela anche questa volta essere una delle chiavi di volta del capitalismo finanziarizzato. 

La specificità della tragedia su cui meditiamo sta nel fatto che questo capitalismo di Fca è un mix di managerial capitalism e di family capitalism, dove il peso del possesso azionario ha giocato un ruolo essenziale dietro la cortina di silenzio e riservatezza sulla sofferenza di colui la cui anima stava per prendere il volo e il gran clangor di buccine mediatico, invece, sull’operato del top manager e sull’azienda da lui diretta. Lo spaesamento è stato profondo per chi pensa che la dimensione soprannaturale della vita sia un valore essenziale. Ma così è e forse questa vicenda sarà ricordata per designare le grandi mutazioni antropologiche di questo tempo, che sempre più va desacralizzandosi.

Ma questa volta è la rapidità con cui la mutazione si è inverata che ha colpito e colpisce. Tutto doveva procedere secondo le regole di una corporate governance che ha sì scontentato non pochi, ma che ha realizzato certamente lo scopo: stabilità dell’azionariato grazie a trattative esoteriche e messa a riparo dalle potenzialmente gravi menomazioni borsistiche. Ma vi è un’altra cosa sconcertante: salvo poche voci ininfluenti non per intelletto ma per copertura mediatica, la vicenda di cui diciamo segna un’acme mai raggiunta di distruzione dell’opinione pubblica, se per essa si intende quell’agorà di discussione su cui Habermas e Benedetto XVI discussero in un dialogo che è tra il più alti del Novecento.

Del resto dirà la storia. Tra qualche tempo tutto emergerà alla luce dei fatti e dei numeri incontrovertibili: gli occupati, le quote di produzione, i finanziamenti del Tesoro nordamericano, il ruolo dei sindacati dell’auto Usa che si ergono come giganti dinanzi ai cantori temporis acti. E poi ci sarà da studiare il caso fiscale, le perdite dello Stato italiano, dinanzi certo all’universo mondo per la sottrazione epocale del monopolio sull’imposta. Tempo al tempo: si depositerà la polvere del tempo e la verità verrà a galla. La storia nulla insegna agli uomini, ma la storiografia sì e molto. Basterà leggere.

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