REFERENDUM SULL’EURO/ La trappola nascosta nelle parole di Beppe Grillo

Beppe Grillo è tornato a parlare di referendum sull’euro, un tema molto serio, considerando che l’Italexit potrebbe causare più danni che benefici. PAOLO ANNONI

28.07.2018 - Paolo Annoni
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Beppe Grillo contro i media (LaPresse)

La notizia della proposta di Beppe Grillo di un referendum sull’euro in Italia ieri pomeriggio si è fatta sentire sui mercati sotto forma di un aumento dello spread. In questa “sparata” estiva ci sono una serie di elementi che vale la pensa sottolineare. Il primo è trovare Grillo ospite di Ian Bremmer, un interlocutore prestigioso che scrive regolarmente per i maggiori quotidiani americani e sicuramente inserito nel giro che conta in America; un acerrimo “nemico” di Trump e di Putin. Il comico Grillo si ritrova su un palcoscenico serissimo a parlare di cose serissime in una fase molto particolare.

L’intervista viene preceduta da una “premessa” sul fallimento di una certa idea di allargamento dell’Europa e del suo modello di democrazia liberale a tutto l’Est europeo e al Medio Oriente. Oggi, dice Bremmer, si constata il fallimento di questa idea che potrebbe essere riformulata in modo diverso partendo da chi è più convinto di certi valori: a tendere “l’Europa occidentale, quella del nord e una parte dell’Europa del sud”; per farlo funzionare si può anche partire da città o regioni importanti che siano più allineate a questa idea. È a questo punto che fa la sua comparsa Grillo che poi finisce sui giornali con l’idea di un referendum sull’euro.

Siamo in una fase particolare di scontro sia tra Stati Uniti ed “Europa tedesca”, sia tra Stati Uniti e Russia. È uno scontro che passa dentro e sopra l’Europa in un continente che può apparire come ingessato e finora saldamente in mano alla Germania. L’euro e la Bce sono sicuramente una forza, forse la principale, che tiene unita la costruzione europea. Oggi chiunque parla di uscita dell’Italia dall’euro indica una ridefinizione profonda di tutta la costruzione e inietta dosi massicce di volatilità e fibrillazioni. Questo, ripetiamo, avviene in un contesto particolare: guerra per procura in Medio Oriente, ridefinizioni di storici e consolidati rapporti commerciali, Brexit, tensioni con Russia e Cina. Oggi in Italia il governo è formato da due forze che alludono nemmeno troppo velatamente a una uscita dall’euro; Grillo che propone un referendum non è esattamente estraneo al Movimento 5 Stelle. In questa fase particolare riemerge con forza o viene fatta riemergere la questione dell’euro.

Ci sono alcune tesi su cui, più o meno tutti, concordano: l’euro è nato male e ha dei difetti strutturali; l’Europa sembra impreparata ad affrontare una crisi; la diffidenza tra Paese europei è aumentata e non sempre si intravede una volontà di rimanere insieme nonostante tutto. La questione dell’euro o dell’Europa si potrebbe porre con forza in una fase di criticità: una guerra commerciale, tensioni geopolitiche, rallentamento economico, volatilità sui mercati finanziari. Un elenco che non suona nuovissimo.

Una rottura disordinata dell’euro sarebbe una tragedia in particolare per i Paesi più deboli o indebitati. La rottura dell’euro anche ordinata aprirebbe una fase delicatissima. Soprattutto sfugge questa cosa: uscire dall’euro non risolve tutti i nostri problemi. Anzi, ci sarebbero alcuni problemi che diventerebbero più urgenti: uno su tutti quello di un’amministrazione pubblica che in alcune regioni sembra fuori controllo, anche economicamente, e poi l’incapacità di portare avanti progetti di crescita o infrastrutturali di largo respiro. L’Italia da questo punto di vista ha molto da dimostrare. La contrarietà alla Tav, un progetto già instradato, non può essere ben vista in un mondo dove tutti invocano più infrastrutture così come la leggerezza con cui si amministra a certi livelli; non ci riferiamo alla corruzione dei “politici”, ma alla incapacità amministrativa e a una certa irresponsabilità anche a livelli bassi.

Così come siamo entrati nell’euro senza aver capito cosa ci stava succedendo a partire da un cambio sbagliato fino alla mancanza di consapevolezza sul fatto che stessimo sposando un modello molto diverso dal nostro, oggi si rischia di considerare l’uscita in modo incosciente perché ci ritroveremmo in un mondo che non conosciamo da venti anni, con un’economia che sta peggio e con enormi problemi nella gestione della macchina pubblica. Che l’Europa abbia dei limiti è noto, così come sono noti gli squilibri tra Paesi. Vorremmo però evitare di essere strumento inconsapevole di progetti altrui o di fare scelte senza che siano chiari i termini della questione.

Se qualcuno pensa che uscendo dall’euro si possono evitare riflessioni sull’inefficienza della macchina pubblica, o sul mancato controllo delle risorse spese, si sbaglia di grosso perché sarebbe esattamente l’opposto, pena una fine ingloriosa. Questo non elimina la dialettica con le istituzioni europee che spesso hanno dosato l’applicazione delle regole in modo iniquo, che non affrontano il problema della crescita, a partire dalla Germania vittima del suo surplus commerciale in un mondo che sembra non permetterlo più, e che in alcuni frangenti, per esempio in Italia nel 2011, sono state usate per operazioni molto poco trasparenti. La domanda però che ci poniamo è se alcune questioni legittime possano essere usate per fini che non hanno niente a che fare con i nostri interessi.

C’è qualcuno a cui conviene cambiare l’Europa oggi? E in che modo? Perché? Noi italiani che ruolo avremmo in questo cambiamento? Siamo pronti per affrontarlo nei termini in cui rischia di porsi? Nel dubbio sulle domande che ci verranno fatte, sempre meglio fare tutti i compiti a casa.

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