FLAT TAX “SOCIALISTA”/ Per far aumentare il Pil e non aiutare solo i ricchi

Si discute molto di flat tax. DINO CRIVELLARI e ROBERTO TIEGHI spiegano come modularla per far sì che abbia un significativo impatto positivo sul Pil

29.07.2018 - Sergio Luciano
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Ma questa benedetta flat tax, ammesso e non concesso che la facciano, sarà poi così utile al Pil da ridurre il maledetto peso del debito pubblico che ci schiaccia? Sì, ma alla condizione che sia una flat-tax molto sociale, quasi “socialista”: cioè che aiuti soprattutto i redditi bassi, della piccola borghesia industriale e impiegatizia. Parola di Dino Crivellari, già direttore di recupero crediti di Unicredit, e di Roberto Tieghi, avvocato tributarista e partner dello studio legale tributario Fantozzi. “Il nocciolo della questione”, spiegano, “è che un contribuente con reddito di 55.000 mila euro, quindi un italiano di classe media abituato a non concedersi lussi, oggi ha un reddito spendibile di 35.879 euro perché subisce un carico fiscale del 34,8%. Con la flat tax (nell’ipotesi che la si applichi con un tasso del 15% oltre alle attuali addizionali) il suo reddito spendibile aumenterà a 44.849 euro. Novemila euro in più, che spenderà tutto in beni e servizi”.

E invece, come si comporterà un contribuente molto facoltoso, rispetto al salto di introiti che avrà passando all’aliquota al 20%?

Le rispondiamo con altri esempi. Un contribuente con reddito di 100.000 euro oggi ha un reddito spendibile di 60.046. Con la flat tax al 20% più le attuali addizionali, il suo reddito spendibile aumenterà a 76.216 euro. Anche in questo caso, è presumibile che se li spenderà tutto in beni e servizi. Quindi siamo di fronte all’effetto virtuoso che si prefigge la flat tax: incentivare i consumi e incrementare il Pil.

E chi guadagna mezzo milione o un milione di euro?

Chi guadagna mezzo milione prima delle imposte oggi intasca netti 271.126 euro: se li vedrà lievitare a quota 379.296, ma sicuramente non li spenderà tutti in ulteriori acquisti. Perché la sua propensione al consumo non seguirà questo incremento reddituale. Idem per chi guadagna un milione lordo e intasca un reddito spendibile di 534.976 euro. Con la flat tax il suo reddito spendibile salirebbe a 758.146 euro. Ma specie se ha un’età non giovane, è probabile che abbia già a disposizione beni e servizi in quantità per lui più che soddisfacente. Questo fenomeno cresce in progressione geometrica, per cui, per redditi estremamente elevati, la propensione aggiuntiva al risparmio cresce sempre di più, mentre la propensione aggiuntiva al consumo ben presto si azzera.

Va bene, ma dovranno pur farne qualcosa, di questi soldi in più che intascheranno, e questo qualcosa andrà a contribuire al Pil!

Come dicevamo: risparmieranno! Ovvero, destineranno i maggiori introiti netti a investimenti finanziari (depositi bancari e postali, sottoscrizioni di titoli e quote di fondi di investimento) che hanno una tassazione del 26% (12,5% per i titoli di Stato). Dunque, il maggior reddito spendibile frutto della flat tax che, per i più ricchi, si trasforma in maggiore propensione al risparmio, farebbe sì che aumenterebbero gli investimenti meno tassati e non i consumi, e il Pil non se ne gioverebbe. Insomma, il danno per gli introiti erariali ci sarebbe, il vantaggio per il rapporto Debito/Pil no!

E cosa consigliereste al governo?

Un provvedimento di questo genere sarebbe iniquo se non estendesse l’area tax free (redditi non tassati) in modo significativo. Ma ancor prima che iniquo, sarebbe controintuitivo perché, se vogliamo favorire i consumi, bisogna favorire i redditi dei cittadini che hanno la maggiore propensione al consumo, cioè i redditi più bassi che sono anche la popolazione più numerosa. Dagli esempi appena fatti risulta evidente che, perché i consumi crescano con i benefici attesi per Pil e gettito fiscale, non basta che il reddito spendibile di ciascuno aumenti, ma è anche indispensabile che ci sia un numero molto elevato di cittadini il cui reddito spendibile sia aumentato e che abbiano bisogno di spenderlo! Ed è indispensabile dunque che questi cittadini appartengano alla categoria di quelli che hanno una propensione al consumo più alta di quella al risparmio e che sono certamente il numero maggiore.

Quindi la flat tax dev’essere orientata al sociale, per dir così?

Certamente, più la flat tax favorisce i redditi più elevati, minore sarà il beneficio sul Pil e sul gettito aggiuntivo atteso. La soluzione, secondo noi, potrebbe ricercarsi in una significativa, ancorché oculata, rimodulazione degli scaglioni di progressività delle aliquote, ad aliquote immutate, per esempio. In sostanza si tratterebbe “semplicemente” di aumentare gli importi degli scaglioni. Se la free zone venisse portata fino a un reddito massimo di 15.000 euro, il numero di contribuenti (su un totale di 40,7 milioni) che beneficerebbe della detassazione passerebbe da 10,6 milioni a 18,5 milioni. Se il limite massimo che distingue l’attuale secondo scaglione Irpef (reddito da 15.000 a 28.000 euro) fosse portato a 55.000 euro, il numero di contribuenti che beneficerebbe, per via dell’aumento dello scaglione, di un maggiore reddito spendibile, sarebbe di 7 milioni di unità. Sette milioni di cittadini contribuenti che improvvisamente si troverebbero con 9.000 euro netti da spendere in più all’anno!

Altro che gli 80 euro di Renzi! E l’aliquota massima, quella del 43%, a chi la si potrebbe applicare?

Ai redditi oltre il milione di euro. Comunque, sono solo numeri esemplificativi, non proposte concrete. Quello che qui interessa è delineare l’ipotesi di un provvedimento di alleggerimento fiscale, favorendo la propensione al consumo piuttosto che quella al risparmio. Questa impostazione ha il merito di superare il dibattito circa il rispetto o meno del criterio costituzionale di progressività, aumenta senz’altro il numero dei contribuenti a basso reddito per i quali cresce il reddito spendibile, e quindi la propensione al consumo, e evita che i contribuenti ad alto o altissimo reddito (non in grado di aumentare i consumi) beneficino di un reddito spendibile aggiuntivo da utilizzare per investimenti finanziari le cui rendite sono tassate meno del loro reddito derivante dalla produzione di beni e servizi o dal lavoro e pensioni.

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