PENSIONI D’ORO/ Quei pifferai di Hamelin che portano via futuro ai giovani

Nessuno dei metodi proposti, dal ricalcolo al taglio attuariale e al contributo di solidarietà, può funzionare. Perché c’è troppo dilettantismo. MARIO CARDARELLI

31.08.2018 - Mario Cardarelli
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Luigi Di Maio e Matteo Salvini (LaPresse)

Basta con i pastrocchi, i pifferai mandateli via! Mi correggo: Mandiamoli via! Non ne possiamo più dei pifferai di Hamelin. Apparsi per cacciare topi, tanto roditori di ricchezze quanto appestatori del clima sociale (al pari di personaggi di vignette satiriche di sinistra e di destra da socialismo/nazionalismo/populismo primo novecentesco), finiranno per portare via futuro, quello vero, ai giovani del nostro Paese. Il tutto, alla fine della somma sui vari conti (o meglio della sottrazione) occultato con lo scambio di un assegno sociale, del suo livello di adeguatezza e con l’applicazione di un sistema fiscale, forse duale, confermando disordine e depauperamento delle capacità e delle risorse di un Paese come l’Italia.

Come dicevano gli anziani, che verranno parcheggiati prima nel limbo del minor tempo passato a lavorare e poi bastonati dalle alchimie boeriane, il problema comincia dal manico della ramazza. Quando i dati mostreranno che “lavorare meno, lavorare tutti” accompagnato dal “pagare meno, ma pagare tutti” non sono e non saranno brand di un successo politico, ma una delle tante formule, stavolta più che trita, tritata dagli slogan di coloro che l’hanno pronunciata, allora sarà problematico gestire. Lo stesso accade al pari in un intervista condotta su queste pagine dove si segnala che per invertire il ciclo basta dire: “Rispondo con semplicità: investimenti pubblici e privati che portino crescita. Come? Con un sistema d’approccio anti-ciclico, dove prima vi era scritto austerità va messa la parola crescita. Questa operazione farà svoltare il paese e calmerà i mercati una volta andata in porto. Gli Usa, del resto, come sono usciti dalla crisi? Investendo!”.

Fatte salve le penne… del cancella e riscrivi, magiche al pari delle bacchette, ricordo al notevole interlocutore che gli Usa battono moneta. L’Italia no. E questo non è un aspetto marginale. Figuriamoci gli altri.

Mi viene un moto di compassione per il povero Tria, il cui compito è ben più duro ed ingrato di quello che toccò a Pier Carlo Padoan. Lì almeno ci fu la sorpresa che, a conferma della mia previsione fatta nei primi mesi del 2017, ci sarebbe stata una crescita dell’1,5% contra Ocse e Fmi, che – a bastian contrario – la pensavano diversamente. Persino il nucleo economico di Palazzo Chigi, con a capo Tommaso Nannicini, se ne meravigliò. Ora è in corso un riposizionamento del ciclo con un orizzonte turbato da lampi e tuoni di guerre commerciali e valutarie.

E’ questo l’unico piccolo gettone che nell’attuale roulette (ben descritta da Mauro Bottarelli) potrebbe sostenerci, più che in un rilancio, per limitare una perdita. Confido, pertanto, a fronte di guasti attesi dai padroni del vapore, in un’europea politica monetaria intelligente qual è quella portata avanti da una gestione Draghi di volta in volta tanto criticata quanto apprezzata. Questo significa che nel percorso di ridimensionamento progressivo fino allo stop del Qe, con relativo work in progress legato alle evoluzioni circostanti, salgano di ruolo e d’importanza altre attenzioni rispetto al target di un’inflazione al 2% come livello di sana temperatura del sistema economico della Ue nel suo complesso. Il malato muore sia se la temperatura del suo corpo scende dai 36/37 gradi centigradi ai 33/34 che potremmo dire da deflazione, causa/effetto di un avvitamento via via più rigido temuto da Draghi, come pure se sale a 41/42 definibile da iperinflazione, con la quale il collasso è entropico.

Oops!, mi sono distratto dallo scopo iniziale di parlare di pensioni d’oro e relativi provvedimenti, articolazioni, colpi di archibugi da fuoco amico eccetera. Chi vuole può tornare a leggersi gli articoli del 10 e del 15 agosto (il Ddl D’Uva, Cinquestelle, e Molinari, Lega, è stato depositato il 6 agosto). Il 15 agosto scrissi su Twitter (@Cardarellimario oppure @popolari-p) “Ma si può fare politica in questo modo sciatto, dilettantesco e irrispettoso”, commentando i comportamenti degli estensori e confortato dal fatto che lo stesso capogruppo alla Camera dei deputati della Lega, Molinari, avesse confermato quanto era stato scritto su queste pagine.

Il nocciolo del Ddl, che è anche il suo vulnus, è stato ripreso mercoledì 29 agosto, nei giudizi finali, identici a quelli da noi già espressi, da Alberto Brambilla presidente di Itinerari Previdenziali (più di una volta sollecitato dallo scrivente a prendere una posizione ragionevole e ragionata sul problema).

Ma… c’è un ma. Come anticipato più volte, noi siamo convinti che né la platea individuata, né la metodologia scelta (che al pari della precedente sul ricalcolo contributivo prevedo sarà abbandonata prima di essere seppellita), né il livello di soglia desiderato, da Di Maio per finire a Brambilla, siano conformi a superare i giudizi negativi già espressi.

Tuttavia Brambilla una dichiarazione onesta da serio studioso l’ha fatta. Il motivo è semplice. Poiché lorsignori nel tramonto della politica (cui corroborano insieme ad altre forze) hanno fatto della politica una rivendicazione e con la rivendicazione hanno generato un programma/contratto di governo, esiste il serio dubbio che in questo modo non solo si crei una mala gestio di ciò che invece la politica dovrebbe risolvere, ma anche che non si vada con profitto da qualche parte su orizzonti nuovi. Se, come dice Salvini, parlando di orizzonti nuovi, fermare lui non fermerà la voglia di cambiamento di 60 milioni di italiani (accompagnato in questo da Di Maio che afferma “lo Stato siamo noi”), allora il cerchio totalizzante si chiude non su orizzonti nuovi, ma sull’orizzonte degli eventi, di cui Hawking qualcosa disse.

In ogni caso, poiché per natura e tradizione urgono soluzioni, risottolineo che nessuno dei metodi proposti, dal ricalcolo al taglio attuariale e al contributo di solidarietà, rientra nelle vie adatte individuabili sull’orizzonte degli eventi, sempre mutevole e al quale sempre così pericolosamente ci si può avvicinare. L’unica via adatta è quella fiscale. Inutile dire di più, sennò Di Maio la copia, la copia male e poi qualcuno come la Meloni va a lamentarsi dai direttori di giornali dicendo quello che ha detto.

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