REVOCA CONCESSIONE AUTOSTRADE/ L’ultima balla sulla fuga degli investitori stranieri

Da qualche settimana si sta consolidando sui giornali una previsione borsistica venduta come certa senza che si capisca come e perché. Ce ne parla PAOLO ANNONI

12.09.2018 - Paolo Annoni
Autostrade_Aspi_Lapresse
Polemiche contro Autostrade (LaPresse)

Da qualche settimana si sta consolidando sui giornali una previsione borsistica venduta come certa senza che si capisca come e perché; la previsione borsistica è questa: “Se il Governo nazionalizza la concessione di Atlantia gli investitori scapperanno”. Questa previsione ce ne ricorda moltissimo altre due. La prima è quella sulle conseguenze borsistiche di una vittoria di Trump, la seconda è quella sulle conseguenze per borsa e spread di una vittoria del no al referendum costituzionale italiano. Erano previsioni popolarissime proprio perché ritenute due rigori a porta vuota che avrebbero dato “lustro” a posteriori a chi faceva la previsione. Sappiamo come è andata… Su questa nuova previsione vorremmo dare alcuni elementi che sui giornali non hanno mai trovato spazio.

Gli “investitori” sanno benissimo quanto profittevole sia la concessione che il Governo italiano ha dato ad Atlantia. Non c’è nessun investitore in Europa che si sia, anche per poco, occupato della questione che non lo sappia. Solo in Italia e a un pubblico non specializzato si può vendere con successo l’idea che dietro agli incredibili risultati finanziari di Autostrade per l’Italia che gestisce un monopolio in cui non si determina né il prezzo, la tariffa, né le quantità vendute, il traffico, ci sia un’abilità “imprenditoriale”. Vedere il concessionario di un Paese che si dà per morto e sepolto sui mercati almeno una volta all’anno fare un bid a prezzi molto generosi sul principale concorrente franco-spagnolo senza che nessun fondo sovrano si faccia avanti per rilanciare può significare solo una cosa nella mente semplice degli investitori: lo Stato italiano si è “fatto fregare” oppure, per qualche ragione, è “complice”.

L’offerta del monopolista pubblico italiano sulle autostrade spagnole e francesi di Abertis a quei prezzi è la prova provata di una concessione generosissima e senza alcun meccanismo di aggiustamento rispetto al mutato, in peggio, contesto macroeconomico rispetto a quello in cui la concessione era nata. Non c’è nessun investitore che si stupisca che, a un certo punto, un Governo italiano provi ad aprire il pentolone. Gli investitori sanno perfettamente chi c’è dall’altra parte di un trade così vantaggioso.

Secondo punto. Gli “investitori” sanno benissimo che la concessione autostradale affidata ai privati non è un dogma di fede. Abbondano casi sia in Europa che negli Stati Uniti in cui queste attività sono rimaste di esclusiva competenza pubblica. Che uno Stato decida di “tenersi” la gestione di queste attività non è uno scandalo per nessuno. Gli aeroporti americani, uno Stato dove il socialismo reale ha avuto i suoi migliori successi, sono, per dire, ancora gestiti dai comuni; anche quelli grandissimi.

Terzo punto. Provate, se ci riuscite, a convincere un investitore di New York che da qualche settimana sta leggendo delle simpatiche vicende di Monsanto o che ha appena finito di leggere quelle di Volkswagen in un’ampissima letteratura sulle “cause” societarie che il crollo di un ponte affidato in gestione a un concessionario non determini alcuna conseguenza oppure che siano escluse, a priori, quelle più drastiche. Penseranno che abitate in uno Stato del terzo mondo, con tutto il rispetto per il terzo mondo, oppure applicheranno anche a voi l’antichissimo adagio che si riserva a Manhattan ai nostri cugini d’oltralpe: “too french to fail” perché, come noto, le società francesi che stanno per fallire o che ne hanno combinata qualcuna vengono puntualmente salvate dal loro Governo. Se il crollo del ponte Morandi fosse successo a New York… altro che revoca della concessione!

Ma poi, i difensori degli “investitori”, della fiducia del mercato sapranno bene che sul mercato ci sono, legalmente, anche i venditori allo scoperto e che anche loro vanno tutelati come parte fondamentale del processo di “price discovery”. O no? Ci risulta che il giorno del crollo del ponte, un evento palesemente grave e foriero di pessime notizie, si potesse vendere il titolo con una perdita del 5-10% sostanzialmente equiparabile ai dividendi distribuiti dalla società annualmente. Cioè niente di niente rispetto a quello che si vedeva in televisione. E quindi chi ha tenuto le azioni su cosa scommetteva? Lo diciamo noi: sulla comprovata debolezza politica del Governo e della politica italiana.

I commenti dei lettori