TRIA E LA MANOVRA/ Un deficit al 2,2% per scacciare l’austerity (e Padoan)

Tria ha confermato che, dalla flat tax al reddito di cittadinanza, si muoverà con gradualità. “Ma rispetto a Padoan si vuole puntare sulla crescita” spiega ANTONIO MARIA RINALDI

12.09.2018 - int. Antonio Maria Rinaldi
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Giovanni Tria (LaPresse)

Gradualità, rispetto dei vincoli europei, riforme a piccoli passi, facendo “di tutto un po’”. Così, ancora ieri, il ministro Giovanni Tria ha parlato della prossima manovra. Alla luce di tutta questa cautela, non è che si sta profilando – come hanno evidenziato alcuni osservatori – una legge di Bilancio “alla Padoan”? Dov’è il cambiamento? “Non credo proprio che sia così – risponde Antonio Maria Rinaldi, professore di finanza aziendale all’Università “Gabriele D’Annunzio” di Pescara ed economista vicino a Paolo Savona -. Padoan avrebbe rispettato sull’attenti il limite dello 0,9% di deficit. Questo governo ha tutta la volontà di fare una manovra non più incentrata sull’austerity, ma sulla crescita dell’economia”. E il rapporto con la Ue come avverrà? “A Bruxelles sono già con gli scatoloni in mano. Se fanno esternazioni è più per motivi interni che esterni e ho la certezza che commissari Ue come Oettinger, che adesso si agita tanto, dopo maggio 2019 non sarà più al suo posto. Parto anche dal presupposto che se l’Italia ha bisogno dell’Europa, l’Europa ha ancor più bisogno dell’Italia, seconda potenza manifatturiera del continente, contributore netto dell’Unione e mercato di sbocco importante per i prodotti tedeschi. Se ci sarà un tentativo credibile di rilancio dell’economia italiana credo che debba essere vista con favore proprio dalla Ue”.

Il ministro Tria ha però escluso manovre in deficit spending. Questo vuol dire tarpare le ali ai cavalli di battaglia di Lega e M5s, cioè flat tax, reddito di cittadinanza e riforma della Fornero?

Una premessa: ma cosa significa sforare il deficit? Bisogna vedere da quale punto si parte. Il deficit programmato per il 2019 è dello 0,9%, quello che oggi potrebbe essere concesso dalla Commisione Ue potrebbe ruotare intorno all’1,5-1,6%, ma noi sappiamo che le regole europee indicano il 3%. Cosa significa allora sforare: lo 0,9%, l’1,6% o il 3%.

Secondo lei?

A mio avviso, se prendiamo il valore del 3%, previsto dalle regole Ue e non dal Fiscal compact, che comunque rimane nel limbo normativo non essendo ancora entrato nel corpus normativo dei Trattati europei, la manovra non supererà certamente questo tetto. Molto probabilmente, invece, supererà la soglia dell’1,6% per attestarsi al 2,2%, che è un buon compromesso per poter realizzare almeno inizialmente le promesse elettorali confluite nel contratto di governo. Questo 2,2% significherebbe 22 miliardi aggiuntivi rispetto allo 0,9% programmato. E a tutto ciò andrebbero aggiunte anche le risorse che si raccoglieranno con la pace fiscale, che – si badi bene – non vuol dire condono, bensì regolamentazione di posizioni in cui per motivi contingenti economici chi ha dichiarato, non chi ha evaso, non si trova fino ad ora nelle condizioni di poter pagare tutte le cartelle e tutte le dilazioni. Una misura che potrà finalmente ridare quella verginità creditizia che oggi impedisce l’acceso al credito a molte famiglie e a moltissime aziende.

“Il centro della manovra sono gli investimenti” ha detto ieri Tria. Con 9 miliardi si può colmare metà del gap di crescita con gli altri Paesi Ue. Ma non le sembrano un po’ pochini 9 miliardi per dare la scossa a un Paese che sta perdendo smalto nella ripresa del Pil?

Guardi, sono io il primo a dire che dovremmo procedere a uno shock di investimenti. Naturalmente dipende da quali investimenti, perché a seconda degli interventi messi in atto scatta un moltiplicatore diverso. Inizierebbero a manifestarsi concreti risultati positivi che, certo, non ci consentirebbero di raggiungere i tassi di crescita degli altri Paesi, ma almeno di rafforzare la ripresa del nostro Pil, solo se almeno si approntassero una quindicina-ventina di miliardi di investimenti. Naturalmente riuscendo anche a scomputarli dal calcolo del deficit da parte della Ue.

Sta facendo riferimento alla cosiddetta “golden rule”?

Anche sulla “golden rule” si registra, purtroppo, un enorme gap normativo. Per quanto sia prevista dal Patto di stabilità e crescita ma non nel Fiscal compact, la “golden rule” non è mai stata applicata. Però, per analogia, mi appello al fatto che nei precedenti anni si è consentito/imposto ai Paesi di accantonare risorse per il fondo salva-Stati, in particolare per il sostegno finanziario ai Paesi in difficoltà l’Italia ha messo a disposizione più di 60 miliardi, scoporandoli dal computo del deficit. Non si capisce perché non si segua la stessa filosofia per gli investimenti pubblici produttivi.

“Sarebbe equilibrato fare un po’ di tutto e vedere se c’è coerenza”. Con queste parole, secondo lei, Tria, che non può accontentare in tutto Salvini e Di Maio, cerca almeno di non scontentarli per non trovarseli contro o l’uno o l’altro?

Tria è un tecnico, non un politico, quindi deve sottostare ai numeri, mentre i politici devono confrontarsi con le promesse elttorali fatte ai cittadini. Alla fine si troverà il giusto compromesso tra le due esigenze, cioè si inizierà con una forma di reddito di cittadinanza e una formula di flat tax che vanno a sostegno delle fasce di popolazione più colpite dalla crisi, e si avvierà anche una forma di smantellamento della legge Fornero, più incisiva di quanto fatto in passato. Se poi aggiungiamo la volontà di fare la pace fiscale – e stiamo parlando di 459 miliardi di importi esigibili – penso che si possano trovare le risorse per poter avviare la realizzazione delle promesse del contratto di governo, sul cui rispetto effettivo dovremo però aspettare la fine della legislatura. Non possiamo avere tutto e subito.

Tria ha aperto al taglio dell’Irpef, purché gradualmentye, e pure a un accorpamento delle aliquote. Converrà che non è quella flat tax sbandierata in campagna elettorale…

La promessa è quella di realizzare la flat tax nell’arco di cinque anni. È chiaro che noi purtroppo abbiamo dei vincoli europei e quindi abbiamo dei problemi di immediata esecuzione. La volontà di questo governo è quella di invertire il paradigma finora perseguito: su indicazione dell’Europa e delle sue regole abbiamo perseguito l’austerity come sistemazione dei conti pubblici, ma abbiamo visto i risultati. Questo governo ha vinto le elezioni anche perché vuole puntare sulla crescita e se la crescita si avvierà, anche i famosi numeri dei parametri di Maastricht dovrebbero rientrare, visto che sono sempre percentuali sul Pil.

L’impressione è che il recente cambio di tono del Governo sia stato indotto anche dall’aumento dello spread, che ha spinto Salvini e Di Maio ad abbasare il livello di scontro e le pretese. Insomma, il braccio di ferro ha dei costi, non crede?

Ribalto la prospettiva: è la Ue che è giunta a più miti consigli, perché se la Ue dovesse stringere ancora di più i bulloni, il prossimo maggio invece che votare per le Europee, in molti Paesi, tra cui l’Italia, si andrà alle urne con lo spirito di un referendum. Quindi se il governo porterà a casa una manovra che contempli un deficit intorno al 2,2% avrà riportato un’enorme vittoria sulle politiche di austerity.

Il reddito di cittadinanza non si sta trasformando in un reddito d’inclusione potenziato?

No, dovrebbe essere innanzitutto un supporto alle persone che sono state escluse dal lavoro a causa della crisi economica. Però non deve essere un “assegno di mantenimento”, i beneficiari dovranno dare la disponibilità a lavori socialmente utili e, in caso di chiamata dai Centri per l’impiego, dovranno aderire alle proposte, altrimenti perderanno il beneficio. Con questa formulazione sono d’accordo sul reddito di cittadinanza, che non deve indurre la gente a stare sul divano per guardare la tv. Il governo non ha alcuna intenzione di varare una misura simile.

C’è il nodo delle coperture. In molti nutrono perplessità sul reale gettito che potrà derivare dalla pace fiscale, visto che le voluntary non hanno dato risultati clamorosi…

Sì, ma la voluntary disclosure riguardava situazioni ben diverse, regolarizzare consistenze economiche all’estero non dichiarate al fisco. La pace fiscale intende regolarizzare situazioni più polverizzate, cioè famiglie e aziende anche micro che non possono più accedere al credito.

È dunque una misura che può stimolare la crescita?

Soprattutto. Quante aziende hanno chiuso proprio perché non avevano la possibilità di regolarizzare la loro posizione con il fisco? Se dai 459 miliardi si incasserà anche solo il 2%, vuol dire reperire una decina di miliardi. Dunque i numeri ci sono.

Restano sempre da sterilizzare gli aumenti dell’Iva per 12,5 miliardi…

Sono i regalini che hanno lasciato in eredità i governi precedenti.

…e grosso modo altri 8-10 legati a spese indifferibili ed extra costi sugli interessi del debito dovuti all’aumento dello spread. Ballano una ventina di miliardi. Come reperire le risorse?

Il calcolo dello spread valutato in 4 miliardi è aleatorio, si basa su dati incerti. E’ stato fatto quando lo spread era a 280-290, mentre oggi è sotto 230. Sono quelli che io chiamo calcoli politici, non tecnici. Con i numeri che abbiamo ricordato prima le coperture ci sono.

La gradualità è la parola d’ordine di Tria. Così ha calmato i mercati e ha rassicurato la Ue. Ma i cittadini che hanno votato Lega e M5s per avere flat tax e reddito di cittadinanza come la prenderanno?

La legge di Bilancio per ora la stiamo leggendo sui giornali, è un po’ come il calciomercato estivo sui quotidiani sportivi. Aspettiamo, anche perché le manovre devono passare al vaglio parlamentare. Siamo abituati anche a stravolgimenti.

(Marco Biscella)

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