MANOVRA/ Tasse e pensioni, le mosse giustizialiste del Governo

La Legge di bilancio è stata finalmente approvata e al suo interno emerge un certo atteggiamento sommariamente “giustizialista”

01.01.2019 - Gian Luca Barbero
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Laura Castelli, Luigi Di Maio, Giuseppe Conte e Danilo Toninelli (Lapresse)

Il modo rocambolesco con cui si è giunti alla Legge di bilancio offre qualche spunto di riflessione sui metodi finora seguiti, più che sui contenuti, molto disorganici e sparpagliati, non del tutto noti nelle implicazioni operative che si chiariranno soltanto strada facendo nei prossimi mesi (c’è appunto chi dice che aumenterà la pressione fiscale nel prossimo triennio). A partire dalla bagarre parlamentare: sarebbe eccessivo, infatti, chiamarlo “iter”, vista l’assenza di voto nelle competenti commissioni, bozze proteiformi di provvedimenti in esame, che hanno logicamente affossato il confronto politico, di cui, invece, ci sarebbe un gran bisogno, soprattutto in momenti di confusione generale come quello che stiamo attraversando.

A mio parere, da inizio legislatura, emerge un certo atteggiamento sommariamente “giustizialista”; non saprei come definirlo altrimenti. Così, ad esempio, per “punire i furbetti del volontariato” si pensa di eliminare l’agevolazione Ires sul Terzo settore, equiparando l’aliquota di tassazione a quella prevista per le società. La spiegazione data, cioè che l’intendimento non è quello di “tassare la beneficienza”, ma i profitti, che non dovrebbero esserci, ignora che la redditività non si riduce esclusivamente allo scopo di conseguire utili. Nella norma, peraltro, vengono inclusi diversi soggetti, tra cui anche gli enti ospedalieri e ciò si tradurrà in una nuova stretta alle prestazioni sanitarie, dopo i tagli subiti negli ultimi anni. Il Governo ha già promesso di porvi rimedio nei primi provvedimenti utili del 2019, ma preoccupa l’idea con cui è stata scritta la norma, essendo potenzialmente un segnale di altri colpi di testa, diciamo, un po’ troppo sbrigativi.

La stessa cosa si può osservare in materia previdenziale. La sostituzione per il triennio 2019-2021 del ritorno al vecchio meccanismo di perequazione automatica per scaglioni di indicizzazione con un nuovo meccanismo per fasce di pensioni fino a nove volte il trattamento minimo (circa 500 euro al mese) risulta più vantaggioso rispetto a quello in vigore nel periodo 2014-2018, ma meno di quello precedente che avrebbe dovuto essere ripristinato dal 2019; tuttavia, la penalizzazione massima sembrerebbe aggirarsi intorno a 30 euro al mese su una pensione di 6.000 euro mensili: pur non condividendo l’infelice battuta del Presidente del Consiglio sull’Avaro di Molière, non me la sento nemmeno di gridare allo scandalo del “pensionato bancomat” sollevato dai sindacati, vista la scarsa perdita di potere di acquisto in cui si tradurrebbe la disposizione.

Viene poi introdotta una riduzione quinquennale sulle pensioni di importo elevato eccedenti la soglia di 100.000 euro: la decurtazione va dal 15% fino alla soglia compresa tra 100.001 e 130.000 euro, al 25% da 130.001 a 200.000 euro, fino a raggiungere il 40% sulla quota eccedente i 500.000 euro. Anche in questo caso, al di là del numero di persone interessate, non molte, colpisce l’idea-guida della misura, che tende, in fondo, a considerare, per così dire, “illegittimi”, o quanto meno ingiustificati determinati importi, conseguiti magari con una brillante carriera alle spalle – per cui, a torto o a ragione, ci si è spesi tutta la vita – e in vigenza di regimi previdenziali certamente troppo generosi, ma comunque approvati da parlamenti democraticamente eletti: insomma, dopo “i furbetti del volontariato” verrebbero “i furbetti delle pensioni d’oro”, dividendo così di nuovo i “buoni” dai “cattivi”, gli “onesti” dai “disonesti”.

Dall’altro lato, si introduce un regime opzionale di imposta sostitutiva del 7% sui pensionati esteri che decidono di trasferire la residenza in Comuni poco popolati di alcune regioni del Sud Italia, sul modello del Portogallo. Potrebbe anche essere una buona idea, ma qualora la misura attragga molte persone – cosa su cui sono scarsamente fiducioso – genererebbe una spaccatura tra pensionati italiani mal perequati o decurtati ed enclavi di ricchi pensionati stranieri praticamente esentasse, con la conseguenza che uno potrebbe domandarsi che senso ha continuare a vivere in Italia, se non perché, a una certa età, diventa più difficile emigrare. Tutto ciò, in mezzo a rumorosi proclami su una manovra finalmente per gli italiani, dove si vede che la politica, in fondo, riflette la frammentazione dell’uomo e della società.

Verrebbe da sintetizzare la difficoltà in cui ci si trova arenati con le parole di Z. Bauman: i valori che si perseguono sono calcolati “per il massimo impatto e l’obsolescenza istantanea. Per il massimo impatto, perché nel mondo iper-saturato dall’informazione, l’attenzione diventa la risorsa più scarsa e solo un messaggio scioccante e ancor più forte del precedente ha una probabilità di catturarla e l’obsolescenza istantanea in quanto lo spazio dell’attenzione ha bisogno di essere sgombrato non appena riempito, per lasciare il posto ai nuovi messaggi che scalpitano dietro i cancelli”.

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