SPY FINANZA/ La tattica Usa per mettere le mani sul petrolio sudamericano

Gli Stati Uniti potrebbe presto agire in Sud America sfruttando l’arrivo di Bolsonaro al potere e mettendo le mani su grandi quantità di petrolio

01.01.2019 - Mauro Bottarelli
Donald Trump
Donald Trump (LaPresse)

Prima di tutto, buon anno. Come sapete, cari lettori, non credo alle coincidenze. Ma credo, fermamente e fortemente, al simbolismo. E non è un caso che questo primo giorno del 2019 coincida con un ideale cambio di marcia in uno degli angoli di mondo più stupidamente ignorato dai grandi media: l’America Latina, il giardino di casa degli Usa. O, come spesso accade, la loro dependance. Oggi, 1 gennaio 2019, si compirà di fatto una staffetta che, state certi, non tarderà a sortire effetti. Temo nefasti. Ma, temo altresì, strategicamente fondamentali a livello geopolitico. Proprio in questo giorno di sessanta anni fa, correva l’anno 1959, il dittatore cubano Fulgencio Batista abbandonava Cuba e l’Ejército Rebelde di Fidel Castro ed Ernesto Che Guevara entrava a Santa Clara e a Santiago. La rivoluzione cubana era compiuta. Una data storica, comunque la si pensi politicamente, non fosse altro perché quell’esperimento politico, seppur cambiato e fiaccato, è ancora vivo oggi nella sua radicalità e alterità. E fu una cocente sconfitta degli Usa, dopo gli sforzi della Cia per stroncare la guerriglia marxista, fra cui il supporto all’Operazione Verano di fine maggio 1958.

Sempre oggi, a Brasilia si terrà la cerimonia di insediamento ufficiale di Jair Bolsonaro come presidente del Brasile, di fatto un atto che sancisce la fine del multilateralismo brasiliano in politica estera e la nascita di quello che appare sempre più un enorme e strategico protettorato statunitense in America Latina, perfettamente allineato ai desiderata e alle linee guida di Washington, vedi l’annuncio della scorsa settimana di trasferire l’ambasciata brasiliana da Tel Aviv a Gerusalemme. Ovviamente, la grande stampa non ha trovato di meglio che focalizzare l’attenzione sull’evento attraverso la volontà del neo-presidente di “armare” i cittadini brasiliani contro la criminalità dilagante: ora capite perché il ministro Salvini ha un consenso generale degno di Ceausescu dei tempi d’oro, perché i suoi detrattori gli garantiscono con la loro pochezza – più o meno inconsciamente – campagna di propaganda a reti unificate e senza soluzione di continuità. Un intero cambio di paradigma, invece, quello che sta accadendo. Che ci dice, già così, molto riguardo a quanto sta per succedere. E che offre anche un altro punto di vista rispetto alla decisione improvvisa di Donald Trump di ritirare le truppe statunitensi dalla Siria e di dimezzare il contingente in Afghanistan, da 14mila a 7mila unità. Il tutto, alla luce di due sviluppi dell’ultim’ora, bellamente ignorati dai nostri media.

Primo, dopo 18 mesi in cui ha tentato l’impossibile, ovvero tenere ordine in quel coacervo di interessi che è West Wing, l’ala operativa della Casa Bianca, il capo dello Staff del presidente, John Kelly, domani lascerà il suo incarico. L’ex generale dei Marines, quattro stelle sulla sua giacca, dice addio. Sconsolato. Deluso. Amareggiato («Avevo il Secret Service sempre alle calcagna, non potevo nemmeno andare a bere una birra a fine giornata», ha rivelato). E preoccupato. In un’intervista esclusiva di due ore con il Los Angeles Times ha detto tanto, tantissimo ma uno solo è il messaggio che recapita alla nazione, di cui è stato servitore, prima sui campi di battaglia e poi in politica: Donald Trump non è adatto per il ruolo di Presidente. E sgancia una bomba: il muro con il Messico è da tempo una bufala propagandistica, non c’è nessuno muro reale che l’amministrazione intenda davvero costruire. Di fatto, un atto d’accusa pesantissimo, poiché è proprio formalmente per quella ragione che il Paese è in shutdown da oltre una settimana. Poi, l’accusa: un errore madornale ritirarsi dall’Afghanistan.

Secondo sviluppo, Donald Trump starebbe già riconsiderando la sua decisione di ritirare le truppe dalla Siria, «dopo che la sua visita lampo in Iraq gli ha aperto gli occhi sulla situazione generale e visto che lo Stato islamico, nella regione, non è affatto battuto». Parole del senatore Lindsay Graham, membro del Comitato per le Forze armate del Senato Usa e critico della prima ora delle scelte isolazioniste di Trump in politica estera, con il quale il Presidente avrebbe avuto un pranzo privato domenica. «Dopo quel pranzo, mi sento molto meglio riguardo la Siria», ha dichiarato Graham alla Cnn, lasciando la Casa Bianca. Casualmente, nel corso della stessa intervista, il potente senatore del South Carolina ha invece difeso l’idea del muro con il Messico, dicendo che «non c’è nulla di immorale riguardo una barriera fisica lungo il confine».

Al netto dell’impulsività ontologica della decisioni di Trump, cosa sta succedendo davvero nell’area più strategica del potere reale Usa, quella che tiene insieme intelligence, comparto bellico-industriale del warfare e politica estera, di fatto il regno del Deep State? C’entra qualcosa l’addio prematuro del generale Jim Mattis, capo del Pentagono, con questo caos? E se sì, cosa? Il fatto che, da almeno due mesi, il Pentagono stesso, di fatto, fosse commissariato da una Troika composta dal Presidente, dal capo del Dipartimento di Stato, l’ex direttore della Cia Mike Pompeo e da quello che è il vero uomo forte del governo statunitense, il nuovo e potentissimo consigliere per la Sicurezza nazionale, John Bolton. E a confermare come sia stato il precipitare preoccupante degli eventi attorno alla metà di dicembre, ci ha pensato un’altra coincidenza fatta notare dai ben informati: il 20 dicembre, giorno precedente alla comunicazione delle polemiche dimissioni del generale Mattis, il Dipartimento di Stato aveva firmato in fretta e furia il cosiddetto Nica Act (Nicaragua Human Rights and Anticorruption Act), di fatto l’ultimo avvertimento di Washington al governo di Ortega, contenente azioni dirette per la reinstaurazione della democrazia nel Paese. Visti i precedenti storici, un atto di guerra coperto dal maquillage dei diritti civili.

Rivoluzione colorata in vista, con Cnn pronta al seguito? Molto probabile. Non a caso, nel suo messaggio Urbi et orbi nel giorno di Natale, papa Francesco ha voluto ricordare in maniera chiara “l’amato Nicaragua”. E se da oggi le redini del Pentagono finiranno nella mani del vice del generale Mattis, l’ex presidente della Boeing, Patrick Shanahan, il cui compito sarà quello di mantenere appunto i rapporti con i grandi contractors, il punto di riferimento del complesso bellico-industriale e gestirne i rapporti con le istituzioni politiche e con quelle finanziarie (Wall Street), c’è dell’altro nell’aria. Che ha molto a che fare con le missioni estere Usa, i loro interessi strategici e l’arrivo al potere ufficiale di Jair Bolsonaro.

Permettetemi, prima di entrare nel vivo, un ultimo richiamo alla cronaca ignorata di questi giorni. Per l’esattezza, il 30 dicembre scorso, quando i media davano senza troppo risalto la notizia dell’accusa mossa dalla Colombia verso il Venezuela, il quale avrebbe ordito un complotto per uccidere durante un comizio pubblico il presidente colombiano, Ivan Duque, filo-statunitense della prima ora. Tre cittadini venezuelani, infatti, sarebbero stati arrestati il 21 dicembre scorso a Valledupar, in possesso di tre fucili e una mitraglietta Uzi. Stranamente, stessa dinamica dello strano attacco che vide vittima – questa volta, a colpi di coltello – Jair Bolsonaro durante la campagna elettorale e che si rivelò vincente, sondaggi alla mano, per la sua elezione. E cosa c’entra tutto questo con gli Usa? Il fatto che da oggi in poi, pressoché ufficialmente, alla politica di Difesa – in senso molto ampio – ci penserà la Troika. E nella fattispecie dell’America Latina, John Bolton. Il quale sarebbe a capo del progetto di rilancio in grande stile al Pentagono della cosiddetta “dottrina Cebrowski”, ovvero un piano di destabilizzazione/stabilizzazione di governi stranieri che vide la luce per volontà diretta dell’allora segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld e prese il nome appunto dall’ammiraglio Arthur Cebrowski, cui la mente dei neo-con affidò il neonato Office of Force Transformation, ennesimo addentellato neo-con della grande strategia post-11 settembre.

La teoria si basava su due capisaldi: il Medio Oriente, da stabilizzare in base agli interessi statunitensi e degli alleati nell’area, e il cosiddetto Caribbean Basin, ovvero un grande piano di eliminazione di soggetti “comunisti” dall’America Latina, quasi una fase due delle grandi operazioni della Cia nel sub-continente, a partire proprio dai contras anti-sandinisti in Nicaragua. E in molti sono certi che il disimpegno da aree calde, ma potenzialmente troppo dispendiose e pericolose per gli Usa, sia però finalizzato anche ad altro: lo spostamento in grande stile degli equilibri e degli sforzi verso la fase due della “dottrina Cebrowski”. Ovvero, la più vicina, spendibile e gestibile agenda relativa all’America Latina. Due i bersagli: il Venezuela di Maduro e il Nicaragua di Ortega. Alleati principali nel piano di Washington, appunto la Colombia e il Brasile, entrambi ora con governi dichiaratamente filo-statunitensi e anti-comunisti.

Ecco perché appare di fondamentale importanza per l’implementazione del piano, l’arrivo al potere di Jair Bolsonaro. Il quale, soprattutto, porterà con sé al governo come braccio destro (e operativo) l’uomo che già oggi starebbe lavorando a stretto contatto con il team di John Bolton e del Dipartimento di Stato guidato da Pompeo, il generale golpista e neo vice-presidente, Hamilton Mourão. Il 12 dicembre scorso fu proprio il presidente venezuelano, Nicòlas Maduro, a rivelare come John Bolton stesse gestendo il coordinamento fra i team del presidente colombiano, Ivàn Duque e quello del vice-presidente brasiliano per far entrare il progetto in fase operativa. Circa 750 mercenari sarebbero già sotto programma di addestramento specifico a Tona, nel dipartimento di Santander in Colombia, mentre la strategia che dovrebbe spianare la strada al loro intervento si baserebbe proprio sull’organizzazione di un falso attentato, la più classica false flag, appunto contro il governo colombiano e da attribuire direttamente al Venezuela per scatenare il casus belli. In supporto ai mercenari ci sarebbero le forze speciali Usa di stanza nelle basi di Tolemaida in Colombia ed Eglin, in Florida e il piano avrebbe come primo atto la conquista di tre basi dell’esercito venezuelano: Palo Negro, Puerto Cabello e Barcelona. Di fatto, una guerra lampo, nella speranza che, una volta conquistati i tre avamposti, saranno le diserzioni di massa e la rabbia popolare contro Maduro a far capitolare a tempo record il presidente e i suoi fedelissimi.

Poi, toccherebbe al Nicaragua di Ortega, di fatto accerchiato politicamente. E se la Colombia si presterebbe all’operazione sia per ragioni ideologiche che di accreditamento verso Washington, una sorta di assicurazione politica dopo anni di contrapposizione legate ai cartelli dei narcos e alla lotta contro le Farc, il Brasile ha una ragione in più. Anzi, 30 miliardi di ragioni in più. La cifra che, infatti, il governo Bolsonaro vorrebbe introitare nelle esangui casse statali dai diritti di esplorazione e sfruttamento del vero tesoro brasiliano, quello mostrato in questa cartina: il progetto pré-sal nell’area off-shore localizzata fra gli Stati di Santa Catarina ed Esperito Santo, nel golfo di Santos. Si tratta di rocce sottomarine con potenzialità effettive di generazione e rilascio di greggio, chiamate in quel modo perché tale strato roccioso si trova sotto un esteso sedimento di sale che, in alcune zone della costa, può essere spesso anche più di 2.000 metri.

Fino a oggi, sono stati molti i soggetti esteri interessati a quel tesoro sottomarino, ultima la saudita Aramco, ma il controllo è rimasto saldamente nella mani del gigante energetico statale Petrobras, attraverso un azienda-veicolo denomimata Presal. L’obiettivo dichiarato di Brasilia ora sarebbe il raggiungimento di un’estrazione quotidiana di 4,4 milioni di barili di greggio entro il 2020 e, per questo, Jair Bolsonaro pare intenzionato a velocizzare le operazioni, al fine di garantirsi contratti per almeno 120 miliardi di reais, 31 miliardi di dollari appunto, attraverso capitali privati esteri. Nemmeno a dirlo, statunitensi in prima fila.

E per avere un’idea della strategicità del progetto, in un evento tenutosi a metà dicembre a Rio, l’analista per il ramo energetico di Ubs, Luiz Carvalho, ha confermato che i progetti in essere per il bacino, stante le sue potenzialità, resterebbero profittevoli addirittura con il prezzo del greggio al minimo storico di 20 dollari per barile. Una miniera d’oro che, unita alle potenzialità della produzione e delle riserve strategiche di un Venezuela filo-Usa e senza più Maduro, come ci mostrano questi grafici, porterebbe in dote a Washington un doppio colpo da maestro: l’indipendenza energetica totale e, di più, addirittura lo status di Paese esportatore a livello globale, in un periodo di piena crisi dell’Opec a guida saudita. La sfida del XXI secolo, ben superiore a quella – per ora vinta – della rivoluzione dello shale oil. Il Brasile, contemporaneamente, farebbe respirare il proprio spaventoso deficit e riconquisterebbe il ruolo perduto ormai dai tempi della mitica B maiuscola dell’acronimo Brics.

Attenzione a cosa potrebbe accadere nel giardino di casa di Washington, lontano dall’Africa ormai in mano cinese e dal Medio Oriente che vede Turchia e Russia come grandi players di un risiko pericolosissimo e temo finale in Siria, in attesa delle elezioni politiche in Israele del prossimo aprile. Si gioca in casa, sperando di non subire gol e facendo punteggio pieno. Poi si tenterà il gol in trasferta, quello che vale doppio. Bolton docet.

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