CARIGE/ Il risiko tra banche e Stato per evitare il crac

Il Governo ha varato un decreto per cercare di aiutare Carige, alle prese con una situazione non facile per portare avanti la sua attività di banca

13.01.2019 - Fabio Accinelli
Lapresse

Il Governo è sceso in capo con il suo primo Decreto “salva banche”, atto che ipotizza la garanzia statale su nuove emissioni di strumenti di liquidità, con anche garanzie su finanziamenti straordinari erogati da Banca d’Italia e Bce. La vigilanza della Bce ha già nominato i neo Commissari nelle persone di Innocenzi, Modiano e Lener. Il Governo ha deciso di istituire un fondo ad hoc con una dotazione di 2 miliardi di euro per il 2019, tramite il quale poter offrire garanzie per la ricapitalizzazione di Carige, più un’altra disponibilità di 3 miliardi di euro destinati a coprire le passività che potrebbero derivare dalle emissioni di nuove obbligazioni. A tutto ciò si dovrebbe aggiungere una ricapitalizzazione della banca a carico delle casse pubbliche e quindi di fatto da parte dei contribuenti. Detto ciò, si sono messi sul piatto, nella aspettativa più realistica, ben 5 miliardi di garanzie.

A differenza delle vicende che hanno visto coinvolti gli Istituti Veneti, Banca Etruria e Mps, quello che si paventa su Carige non è un salvataggio vero e proprio, bensì una mossa giocata in anticipo affinché la situazione non precipiti. Infatti, i tempi sono senza dubbio alcuno molto stretti. Bisogna riconsolidare la banca immettendo liquidità, incominciare a ricercare sul mercato un possibile compratore a cui aggregarla e quindi rimborsare il prestito che Carige è stata costretta a richiedere per evitare il “bail in”. Nel dettaglio, proprio questo bond risulta essere un nervo scoperto. Infatti, trattasi di un bond subordinato da 320 milioni che gran parte del sistema bancario, raggruppato sotto l’ombrello dello “schema volontario”, ha sottoscritto lo scorso dicembre. Doveva essere rimborsato con i 400 milioni dell’aumento di capitale previsto, ma tutto è decaduto causa l’astensione in assemblea da parte della famiglia Malacalza azionista di maggioranza.

Tale obbligazione avrebbe dovuto pagare una cedola annua del 13%, oggi salita al 16% annuo a causa del fattore rischio della Banca Carige. In soldoni, sono più di 50 milioni di euro all’anno di rimborsi, un importo assolutamente fuori dalla portata dell’istituto bancario ligure. Da questo punto si è partiti nel tentativo sviluppato dai vertici della banca di ridefinire gli accordi con un dimezzamento del tasso dal 16% all’8% annuo e una parziale conversione del bond in una sorta di finanziamento, dovendo poi andare tale importo in una riserva specificatamene indirizzata al futuro aumento di capitale. Questa operazione permetterebbe così alla famiglia Malacalza di mantenere inalterata la propria quota al 27,5%. Con il cerino in mano, però, resterebbe il sistema bancario che ha sottoscritto e finanziato il bond a dicembre, perché si troverebbe in mano un prestito  con condizioni contrattuali completamente modificate rispetto agli accordi iniziali di sottoscrizione.

Altro punto fondamentale dell’intervento su Carige è attinente ai crediti deteriorati: infatti l’istituto ligure si trova oggi con 2,8 miliardi di tali crediti di cui 1 miliardo di sofferenze e 1,8 di Utp (inadempienze probabili). Questo importo deve essere per forza azzerato per poter riportare l’Npe ratio (il rapporto tra crediti deteriorati e il totale dei crediti erogati) in equilibrio. Si tratta di un’operazione complessa che però permetterebbe di riportare Carige ad avere una parvenza di appetibilità per un possibile acquirente.

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