SPY FINANZA/ Brexit, il fantasma dei gilet gialli sul voto di Londra

- Mauro Bottarelli

Oggi il Parlamento di Londra voterà sull’accordo relativo alla Brexit. Una scelta su cui grava la presenza di un fantasma

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Brexit (LaPresse)

Ora che con il ritorno in Italia di Cesare Battisti tutti i problemi di questo disgraziato Paese sono risolti e anche le eventuali perplessità dei 5 Stelle e del premier sul “decreto sicurezza” – all’esame dell’Aula e dei sindaci che devono applicarlo – sono svanite come neve al sole del tripudio popolare per la vendetta dello Stato, possiamo pensare ad altro. Ad esempio, il Brexit. Oggi è il giorno del giudizio, salvo rinvii ulteriori dell’ultima ora. Ho letto tutta la stampa britannica possibile negli ultimi due giorni e devo essere sincero: dovessi puntare il proverbiale euro simbolico sull’esito del voto odierno a Westminster, tirerei a mia volta la monetina per decidere. È il più classico dei 50% tondi di possibilità.

Primo, perché la gestione francamente dilettantesca dell’intera vicenda posta in essere dal governo May ha aperto una miriade di falle politiche, in primis proprio nel fronte conservatore. E secondo, perché in ballo c’è un enorme calcolo politico: bocciare l’accordo raggiunto dalla premier significa seppellirne il governo. E tornare con ogni probabilità alle urne anticipatamente. E questo, contemporaneamente, spaventa e ingolosisce. E non solo i laburisti. Anzi, chiedere a Boris Johnson per delucidazioni al riguardo. Non starò quindi a ipotizzare scenari e sviluppi, perché veramente questa volta siamo di fronte a uno snodo tanto epocale, quanto intricatissimo. Il classico meccanismo elefantiaco che, proprio perché tale, può essere mandato fuori uso da uno stuzzicadenti piazzato al posto giusto. E, calcoli della stampa britannica alla mano, ce ne sono almeno una ventina pronti a entrare in azione in casa Tories per sgambettare la primo ministro.

Molto più interessante, anche per ampliare il quadro del dibattito, mi pare questo grafico, contenuto nel report al riguardo pubblicato nel fine settimana dagli analisti di Deutsche Bank. Il quale ci dice due cose, una nota e l’altra un po’ meno.

Quella nota è che, in caso si tornasse al voto con il senno di poi, vincerebbe quasi certamente il fronte del Remain. E fin qui, nulla di sconvolgente. La seconda però è data dagli andamenti delle due linee. Guardate cosa accade a cavallo fra ottobre e dicembre scorsi: un picco massimo a favore del giudizio erroneo relativo alla scelta di dire addio all’Ue e poi un’inversione netta di tendenza. Ovvero, se in termini generali rimane maggioritario il fronte di chi pensa che quello compiuto nel maggio 2016 sia stato un errore, a livello parziale è il fronte di chi rivendica come positiva e giusta quella scelta ad aver vissuto un trend di aumento sul breve termine. Cos’è accaduto negli ultimi 60 giorni dell’anno scorso per mettere in atto quella dinamica, a vostro avviso? L’esplosione del fenomeno gilet gialli in Francia. Il quale, senza troppa eco mediatica, sabato scorso ha fatto il suo esordio proprio nelle strade di Londra: poche migliaia di persone, certo ma caratterizzate dal giacchetto catarifrangente e da un messaggio identico a quello dei colleghi d’Oltremanica, ovviamente traslato alla loro realtà.

A Parigi si grida “Via Macron”, a Londra si gridava “Via la May”. Ma esattamente come in Francia, per le strade del centro della capitale britannica, non si evocava il Labour come alternativa gradita e amica: ci si limitava alla pars destruens del processo, all’eliminazione della politica istituzionale e classica, quella novecentesca, dalla stessa faccia della terra simbolica dell’orizzonte di governo. Si chiede, da un parte e dall’altra del Channel, la democrazia diretta. Non Melénchon o la Le Pen, non Corbyn o i LibDem: si vuole contare come cittadini, in prima persona. Apolitici, apartitici, a-rappresentati. Siamo nel periodo storiografico e politologico dell’a privativa come nuovo ideale da perseguire, come orizzonte cui volgere lo sguardo. Siamo, insomma, alla contemplazione dell’abisso. E questo, a mio avviso, è un pericolo enorme. Molto più della recessione alle porte. Perché dietro quella a privativa, non si sa cosa e chi ci sia: la Rete? I social network come nuovo soggetto di aggregazione e risoluzione? O qualche consorteria di potere che opera via proxy? Agenti provocatori, magari? Rabbia auto-organizzata e genuina, ma, proprio perché priva totalmente di direzione, destinata a una fiammata autodistruttiva e niente più?

Paradossalmente, è questo il fantasma che grava con tutta la sua spaventosa presenza sul voto di Westminster. A livello ufficiale di rapporti fra Londra e Bruxelles, parliamoci chiaro, una soluzione la si troverà, pasticciata quanto volete, raffazzonata, compromissoria al ribasso, ma si troverà. E comunque vada a finire. Troppi gli interessi – finanziari, in primis – in ballo perché la linea della fermezza, quasi sprezzante, espressa finora da Jean-Claude Juncker si tramuti in azioni realmente concrete e ultimative. Non foss’altro perché a fine maggio si vota e Jean-Claude Juncker tornerà in Lussemburgo a coltivare i suoi hobbies: difficile che possa arrogarsi il diritto di decidere il futuro di un organismo che sta per abbandonare e di un sistema continentale che già sta vivendo una preoccupante deriva. Più che altro, difficile che chi di dovere – leggi, le banche e le istituzioni finanziarie, alle prese con un nuovo credit crunch e una nuova recessione alle porte – glielo permettano.

L’opinione pubblica, però, occorre blandirla. A meno che la ricetta non sia quella di provocare il caos, tirare la corda proprio affinché si spezzi, lasciare libero sfogo per un po’ alle orde di barbari più o meno organizzate, salvo poi tornare in sella su richiesta diretta della maggioranza di cittadini spaventata dal rischio, quasi l’ossimoro, di un’anarchia strutturale, in cui tutti decidono tutto. E quindi, nessuno decide niente, lasciando precipitare la situazione. E non serve l’appello a doppia pagina di Alessandro Baricco su Repubblica della scorsa settimana per capire che o le élites sono di fatto composte da completi imbecilli o stanno giocando al gatto col topo. Bastano questi due grafici, i quali mettono in relazione i tonfi del titolo azionario proprio della stessa Deutsche Bank che ha condotto lo studio sul Brexit con il livello di bonus pagato ai suoi dirigenti e manager per raggiungere di fatto quello straordinario -56% nel 2018. Certo, sempre più in calo, ma si tratta pur sempre di 2 miliardi di euro a gente che ha ottenuto come unico risultato un bagno di sangue azionario, senza stare ad addentrarci nelle obbligazioni (soprattutto le convertibili, vero incubo). Io non dico di mandarli alla Caienna, ma magari evitare i bonus per quest’anno sarebbe stato un bel gesto, a fronte di un Pil tedesco in contrazione e di una rabbia popolare che vede Alternative fur Deutschland flirtare con il secondo posto a livello nazionale.

 

Che dite, ci sono o ci fanno? Il test del Brexit di oggi, paradossalmente, potrebbe darci una prima risposta ad ampio spettro. Meno male che noi in Italia non abbiamo questi problemi e dobbiamo limitare gli sforzi della politica alla caccia di fantasmi del passato, come annunciato dal ministro Salvini. Il quale, pur di non dover affrontare tematiche serie, pare intenzionato a trasformarsi in un cacciatore di taglie stile vecchio West e dedicare l’intero mandato di governo al recupero di latitanti del terrorismo rosso e nero. D’altronde, ieri mattina la Borsa ha festeggiato alla grande il ritorno in patria di Cesare Battisti e l’annuncio della crociata vendicativa del Viminale. O forse no?

In effetti, mentre il ministro stava tutto tronfio sulla pista di atterraggio di Ciampino con il suo bel giubbotto della polizia, a Piazza Affari i titoli bancari si schiantavano perché, oltre ai pessimi dati cinesi diffusi all’alba, la bozza delle richieste di requisiti patrimoniali per il 2019 della Bce nei confronti di Mps contiene a sorpresa una raccomandazione più stringente, riguardo al trattamento dei crediti cosiddetti problematici: il rischio è quindi quello che sia estesa anche agli altri istituti di credito. L’Eurotower, infatti, chiede di aumentare la copertura sui non-performing loans al 100% in sette anni, non solo sui nuovi flussi di crediti deteriorati, ma anche sullo stock. Cosa pensavate, che il salvataggio sull’orlo del precipizio di Carige non avesse un costo? E altresì, pensavate che la pantomima con la Commissione Ue sui conti della manovra non avrebbe avuto conseguenze, ancorché indirette?

Vi piace il costo parziale che stanno già presentando pagliacciate come il reddito di cittadinanza e quota 100? Preparatevi, perché siamo solo all’aperitivo. Ma cosa importa, quando le fabbriche cominceranno a licenziare e la gente farà la fila per ottenere soldi dallo Stato che in realtà non ci sono, al Governo si inventeranno qualcos’altro: magari, dopo aver tramutato i servizi d’intelligence in globetrotters per rintracciare primule rosse in giro per il mondo, troveranno l’assassino di Kennedy nascosto in una sede del Pd di Massa Carrara o i resti trafugati dell’Arca di Noé in un club di Forza Italia a Carate Brianza. In realtà, fidatevi, c’è davvero poco da ridere. Non fosse altro, perché come diceva Arthur Schnitzler e al netto dei guai economici che abbiamo di fronte, quando l’odio diventa codardo, se ne va mascherato in società e si fa chiamare giustizia. E farci sopra propaganda per coprire le proprie bugie, è oltraggio doppio. Al diritto e alla buonafede.

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