TIM/ La formula di Orange e Deutsche Telekom che conviene all’Italia

In termini di sistema-Paese è intollerabile una situazione di instabilità e di sperpero di risorse e di tempo come quella che si vede in Tim

23.01.2019 - Sam Wise
Lapresse

La vicenda Telecom Italia (Tim) ogni giorno si va ad arricchire di nuovi colpi di scena e di novità, perdurando una fortissima instabilità interna a livello di governance. Così negli ultimi tre anni abbiamo visto passare quattro amministratori delegati, da Patuano, che ha chiuso nel 2016, a Cattaneo che dopo poco più di un anno è stato sfiduciato nel 2017, ad Amos Genish, che è stato allontanato e rimpiazzato dall’attuale Consiglio di amministrazione nel novembre 2018. Da pochi mesi, quindi, Luigi Gubitosi è diventato il nuovo amministratore delegato. È chiaro che una tale situazione di instabilità è negativa e perniciosa per qualsiasi azienda, ancora di più lo è per una che tutt’ora conta circa 50 mila addetti e che ha dei tempi abbastanza lunghi per poter realizzare un cambiamento delle proprie strutture organizzative, processo che ogni turnover al vertice porta necessariamente con sé.

Il cambio di conduzione avvenuto con l’assemblea degli azionisti dello scorso 4 maggio, dove il fondo Elliott – alleato di Cassa depositi e prestiti (che aveva acquistato azioni della società per il 4,262% del capitale ordinario, con una visione di lungo respiro, non speculativa) insieme ad altri fondi – ha ottenuto l’approvazione del 49,84% dei voti, scalzando Vivendi dal vertice, la cui lista ha ottenuto il 47,18%, nonostante che col 23,943% del capitale sociale sia sempre il maggior azionista, non ha perciò a oggi portato ancora frutti, ha solo fermato una conduzione “spregiudicata” di Vivendi.

Ma l’instabilità di conduzione è rimasta: in un primo tempo, Elliott aveva confermato Amosh Genish amministratore delegato, nominato precedentemente da Vivendi, ma lo scorso novembre il consiglio di amministrazione lo ha sfiduciato in modo abbastanza brusco – mentre era in una missione di lavoro in Cina, segno che qualcosa si era rotto in modo irreparabile: in questi ultimi giorni, sulla stampa, sono emerse accuse pesanti “licenziato perché ha nascosto i conti” (da Repubblica 16 gennaio 2019). Tutto questo porta a farsi una domanda di fondo: è accettabile che un Paese industriale avanzato come l’Italia possa continuare a far andare alla deriva, in balia di compagnie straniere evidentemente legate al proprio ritorno finanziario immediato, un settore come quello delle telecomunicazioni, strategico sia dal punto di vista dello sviluppo industriale che da quello della sicurezza nazionale?

In termini di sistema-Paese, ovvero dal punto di vista del bene comune, è intollerabile una situazione di instabilità e di sperpero di risorse e di tempo come questa a cui stiamo assistendo ormai da molti mesi, per la principale compagnia del settore, ex-incumbent. Il settore delle telecomunicazioni, come quello dell’energia e dei trasporti, strategico per il sistema-Paese, ha alcune caratteristiche che difficilmente possono essere gestite da un “privato”: richiede infatti investimenti a lungo termine, spesso molto onerosi, che poi si ripagano nel tempo. D’altra parte, senza questi investimenti, in particolare rispetto al rinnovamento della infrastruttura della rete, lo sviluppo economico del Paese è gravemente limitato.

Per perseguire questa stabilità e questa capacità di portare avanti obiettivi di lungo periodo, di supporto al sistema-Paese, noi vediamo soltanto due strade: o l’instaurarsi di una vera “public company” o un coinvolgimento molto più marcato, capace di dare stabilità e indicare chiare direttive strategiche, da parte della Cassa depositi e prestiti, o forse, ancora meglio, un mix delle due.

È probabile che l’attuale configurazione del Consiglio di amministrazione, 12 consiglieri su 15 indipendenti (tutti i 10 della lista Elliott e 2 della lista Vivendi), permetta di dire che si ha una gestione da “public company”. Però, come possiamo constatare, esiste tutt’ora un azionista di maggioranza, intorno al 23-24%, che può bloccare o fortemente condizionare le scelte aziendali. Quando diciamo una vera “public company” intendiamo perciò un’azienda che veda un azionariato diffuso fatto da fondi di investimento a lungo termine, senza azionisti predominanti, magari con una forte o almeno significativa presenza di azionisti dipendenti. Questa configurazione permetterebbe di poter perseguire gli obiettivi di lungo periodo allontanando gli investitori speculativi o le compagnie predatorie: ricordiamo che in Borsa o sulla stampa Vivendi di Bollorè viene descritta come uno “squalo” e il fondo Elliott come un “avvoltoio”.

Soluzione ancora più solida sarebbe perciò quella di un maggiore e convinto coinvolgimento di Cassa depositi e prestiti che dovrebbe diventare il principale azionista dell’azienda, per dare quella “stabilità” che subito è stata indicata nel comunicato di spiegazione della operazione azionaria dello scorso aprile. Non possiamo perciò che sposare in toto quanto recentemente riaffermato da Asati, l’associazione di piccoli azionisti: E in merito alla prospettiva di una nuova governance, Asati ha formulato un vivo apprezzamento per l’avvenuto intervento nel capitale di Telecom Italia di Cdp, auspicando una partecipazione azionaria più rilevante dello Stato per meglio tutelare una infrastruttura strategica per il sistema di difesa e sicurezza nazionale, mirando alla trasformazione della Società in una vera public company, che garantirebbe una più efficace ed effettiva creazione di valore.

Naturalmente, sappiamo perfettamente che questa proposta suscita l’opposizione di tutte le “cassandre” neoliberiste: sommessamente, vogliamo ricordare che in due paesi europei come Francia e Germania, la presenza dello Stato nazionale – in varie forme – in Orange (ex-France Telecom) e in Deutsche Telekom, ovvero i due principali operatori di Tlc, è ampiamente consolidata e fuori discussione.

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