GEO-FINANZA/ Usa e Cina decidono i destini del mondo (e l’Ue resta al palo)

- Ugo Bertone

I destini del mondo si giocano tra Cina e Stati Uniti, mentre l’Europa pare impegnata a farsi la guerra sui barconi e a evitare di riformarsi

Donald Trump
Donald Trump (Lapresse)

Ma si rende conto che 800 mila dipendenti dell’amministrazione non ricevono stipendio da più di un mese? Il flusso di persone che si rivolgono alle mense pubbliche per un piatto di minestra è più che raddoppiato a Washington. Non si sente di dover dire qualcosa al Presidente? Wilbur Ross, il miliardario che Donald Trump ha chiamato per guidare la guerra dei commerci a Pechino, in tv risponde così: “Non capisco perché questa gente non chiede un prestito, i tassi sono molto convenienti”. Una battuta degna di Maria Antonietta (“Il popolo non ha il pane? Che mangi brioches”) che ha fatto indignare una parte di americani. Ma non tutti.

Dalle cronache di questi giorni emerge un Paese sempre più diviso in due in cui i margini di mediazione sono sempre più ridotti. Dall’immigrazione al welfare, le distanze tra le due Americhe sono sempre più marcate, anche se non sempre evidenti al primo approccio. In questa cornice prendono corpo strategie e teorie destinate a influenzare il resto del mondo, a partire dalla vecchia Europa, condannata all’impotenza dalle proprie divisioni, così come l’altrettanto vecchio Giappone.

I vertici delle banche centrali di questa settimana hanno certificato che sia la Bce che la Bank of Japan altro non possono fare che mantenere il sistema liquido anche a costo di tenere in piedi aziende zombie. I destini del mondo si giocano tra Cina e Stati Uniti, divisi sulla leadership delle tecnologie piuttosto che sui commerci, un terreno su cui anche l’Europa ha molto da temere: pende sul nostro capo la spada di Damocle dei dazi sull’auto. Tutto avrà un’accelerazione a partire dal 16 febbraio, quando una commissione di studio stabilirà se la difesa della produzione domestica di auto è di interesse strategico per gli Stati Uniti. Alla fine di febbraio, scadenza delle trattative con la Cina, capiremo qualcosa di più. Ma già oggi possiamo dire che l’Europa gioca ormai in difesa in uno dei pochi campi da gioco, forse l’unico, in cui fino a ieri ha potuto contare su una leadership tecnologica, quella del diesel, in grave crisi con ricadute dolorose per la Germania, ma anche per noi.

È possibile pensare a una riscossa del Vecchio Continente? È più una speranza che una convinzione, se si guarda agli sviluppi dell’Intelligenza Artificiale o alle modalità del confronto, durissimo, sulla tecnologia 5 G. Ma, ancor di più, è difficile ipotizzare che l’Europa, impegnata a farsi la guerra sui barconi, possa immaginare un grande piano di innovazione tecnologica e di investimenti. Per muoversi in quella direzione sarebbe necessario un confronto sulla politica fiscale a livello europeo di cui non s’intravvede per ora nemmeno l’ombra, anche se le difficoltà della locomotiva tedesca fanno intuire che qualcosa si è rotto in un modello di sviluppo basato sull’export e sulla moderazione nelle spese domestiche. Ma, al momento, tutte le riforme ipotizzate per l’Eurozona si sono concentrate sui vincoli da opporre ai Paesi spendaccioni (guardati con giusto sospetto) e nulla di più.

E così, tanto per tornare al tema iniziale, non ci resta che assistere al conflitto ideologico che si sta riaccendendo negli Usa. Dopo quasi mezzo secolo di prevalenza del principio del “meno tasse, meno Stato” che ha ridotto le prestazioni del welfare e l’efficienza del sistema scolastico pubblico, in Usa qualcosa si muove in direzione opposta. Tra i/le candidati/e (altra novità) alla Casa Bianca spuntano programmi di sinistra. La star della politica Usa, la 29 enne Alexandria Ocasio Campos, seconda solo a Trump per popolarità sui social media, è pronta a sfidare il Presidente. Lui, che non vuol sentire parlare di aumento delle tasse, non avrà problemi a far correre il debito. Lei, o un altro dei candidati democratici di sinistra, replicherà con la richiesta della sanità per tutti e sul Green New Deal che elimini l’America dai fossili entro dieci anni. Ci vorranno tasse più alte (il ritorno a prelievi oltre il 70% per i redditi milionari, come capitava prima di Ronald Reagan) oltre a un disavanzo pubblico di far inorridire gli economisti ortodossi.

Idee astratte o segnali di un mondo che cambia? Difficile dirlo, ma la mole del debito che cresce a livello planetario assai più della ricchezza promette colpi di scena all’orizzonte. Speriamo siano meno indigesti delle brioches di Maria Antonietta.

© RIPRODUZIONE RISERVATA