FINANZA/ Euro e franco Cfa, prove di colonialismo che funzionano

- Giovanni Passali

Le parole sul Franco Cfa pronunciate da Di Battista e Di Maio hanno provocato persino un caso diplomatico. Ma i numeri sembrano parlare chiaro

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Emmanuel Macron (Lapresse)

Mettere in ridicolo quanto affermato da qualche deputato del M5S sembra ultimamente diventato uno sport nazionale. Per carità, spesso anche quei deputati forniscono del materiale abbondante per questo sport, però in tema di economia, quando tentano di difendere questa Unione europea o l’euro, a collezionare figuracce sono gli altri.

La cosa si è ripetuta recentemente, quando Di Battista e poi Di Maio hanno accusato la Francia di colonialismo in Africa attraverso l’uso del Franco Cfa, una moneta utilizzata da 14 paesi africani e però gestita dalla banca centrale francese. Anzi, per la precisione gestito da due banche africane, ma dove risiedono obbligatoriamente rappresentanti francesi; la regola è quella delle decisioni prese solo all’unanimità, quindi la minoranza francese è sempre decisiva. Queste affermazioni hanno provocato la dura reazione del Governo di Parigi, il quale ha addirittura convocato l’ambasciatrice italiana per protestare vigorosamente. E Macron ha detto di non voler rispondere a Di Maio e che l’Italia è un Paese amico che merita leader all’altezza della sua storia. Ancor di più, Macron ha affermato che l’adesione al Franco Cfa è libera.

Strana idea di libertà, quella di Macron: la storia dalla parte africana del Franco Cfa è una lunga scia di sangue e di colpi di Stato. Nel 1963 Sylvanus Olympio, primo presidente eletto del Togo, si rifiuta di sottoscrivere il patto monetario con Parigi e prepara il Paese a una moneta propria. Dopo tre giorni viene rovesciato e assassinato in un golpe condotto da ex militari dell’esercito coloniale francese. Nel 1968 Modioba Keita, primo presidente della Repubblica del Mali, annuncia l’uscita dal Franco Cfa che considera una trappola economica, ma è subito vittima di un colpo di Stato guidato da un ex legionario francese. Nel 1987 Thomas Sankara, primo presidente del Burkina Faso indipendente (a cui ha cambiato nome, prima si chiamava Alto Volta), viene detronizzato e ucciso subito dopo aver espresso la necessità di liberarsi dal giogo del Franco Cfa. Nel 2011 il presidente della Costa d’Avorio, Laurent Gbagbo, decide anche lui di abolire il Cfa sostituendolo con la Mir, Moneta ivoriana di resistenza. Anche il quel caso intervengono le forze speciali francesi e lo arrestano dopo aver bombardato il palazzo presidenziale. Infine, c’è la storia di Gheddafi: secondo le email desecretate dai servizi americani, a provocare la decisione di Parigi di intervenire militarmente in Libia sarebbe stata la volontà del dittatore di creare una nuova valuta panafricana, il dinaro libico, sostenuta dalle ingenti riserve auree di Tripoli, proprio in alternativa al Franco Cfa.

Gli storici hanno calcolato che negli ultimi 50 anni vi sono stati 67 colpi di stato in 26 paesi africani, 16 dei quali erano ex colonie francesi. È la prova concreta che, dal 1945 in poi, la Francia ha fatto di tutto, con qualsiasi mezzo e a qualsiasi prezzo, pur di tenere sotto controllo le sue ex colonie. Quindi la storia del Franco Cfa è una brutta storia, una vergogna nazionale per i francesi: e non è un caso che la piattaforma politica dei “gilet gialli” preveda tra le altre cose l’abolizione del Franco Cfa.

Da un punto di vista monetario, il Franco Cfa è qualcosa di molto simile all’euro in salsa africana: una moneta forte che deprime l’economia reale, gestita da una istituzione “straniera” rispetto a tutti i paesi che la usano come propria moneta. E come nel caso dell’euro, il problema non è solo la moneta, ma è tutto il sistema monetario, cioè l’insieme di regole che determinano la fruibilità e il funzionamento del sistema monetario e bancario. Lo determinano tanto da determinare poi tutta l’economia reale. Di fatto oggi la politica monetaria del Franco Cfa, essendo legato a un cambio fisso con l’euro, è determinato dalle politiche monetarie della Bce. Ma qualcuno crede che se ne tenga conto, nelle riunioni della Bce?

Così avviene che con l’accordo che ha sancito l’indipendenza delle colonie francesi sè stata sancita anche l’istituzione di questa moneta ed è stata sancita la prevalenza degli interessi francesi sulle risorse naturali di questi quattordici paesi africani. Tra questi c’è anche il Niger, che ha ingenti risorse di uranio, prezioso carburante per le centrali nucleari francesi. E nel 2005 la Francia ha deciso la svalutazione del 50% del Franco Cfa, iniziando così a pagare la metà le proprie forniture di uranio.

La Francia non tassa i paesi africani per l’utilizzo della moneta. Tuttavia richiede ai paesi che ne fanno uso di convogliare il 50% di tutte le loro riserve valutarie presso la Banca di Francia. A tali risorse i paesi africani possono accedere quando vogliono. Ma su queste riserve viene applicato un tasso di interesse: queste nazioni africane pagano le banche francesi perché detengano i loro soldi. Una sorta di pizzo, anche se ammantato dalle regole di accordi internazionali e di regole bancarie.

Nonostante tutto questo, sul Sole24Ore è apparso un articolo dove si afferma che “i dati dicono però un’altra cosa, del tutto compatibile con quanto insegna la scienza economica (ortodossa): nel lungo periodo la moneta non incide sulla crescita che dipende da altri fattori, come il capitale, il lavoro, le tecnologie e la capacità di usarle”.

Intanto la “scienza economica ortodossa” è la stessa che ha appoggiato la nascita dell’euro, non ha visto arrivare la crisi, non ha capito la crisi, non è riuscita a risolvere la crisi e ha proposto e continua a proporre ricette sbagliate (come nel caso clamoroso della Grecia) e a fornire numeri sbagliati (come le previsioni sul Pil italiano negli ultimi dieci anni, quelli della crisi che non hanno capito).

Ma quali sarebbero questi numeri? “Il Burkina Faso è cresciuto a un ritmo annuo – in quasi 40 anni – del 4,9%, il Ciad del 4,6%, il Mali del 3,9% il Benin del 3,8%, la Repubblica del Congo del 3,8%… La media dei tassi di crescita delle due aree Fca è comunque superiore a quella degli altri paesi africani (la mediana è appena inferiore)”.

Diamo qualche altro numero. Tasso di disoccupazione: Repubblica del Congo 36%, Benin 1%, Mali 8%, Togo 7%, Ciad 6%, Niger 3%, Burkina Faso 77%, Senegal 48%. Pil pro capite: Congo 6700 dollari, Benin 2200, Mali 2200, Togo 1600, Ciad 2400, Niger 1200, Burkina Faso 1900, Senegal 2700. Speranza di vita alla nascita: Congo 60 anni, Benin 62, Mali 60, Togo 65, Ciad 51, Niger 56, Burkina Faso 56, Senegal 62.

Per fare un paragone con un Paese che non è certo tra i migliori in Africa, in Tunisia il Pil pro capite è di 12000 dollari, la disoccupazione è al 13% e la speranza di vita alla nascita è di 77 anni. In Egitto la disoccupazione è al 12%, il Pil pro capite di 13000 dollari e la speranza alla nascita è di 73 anni. Con tutti i loro problemi, questi ultimi sono sicuramente in situazioni economiche e sociali rispetto a quelli che usano (costretti) il Franco Cfa.

Insomma, chi ha criticato Di Maio e Di Battista per la loro uscita sul Franco Cfa ha fatto un clamoroso autogol e si è messo dalla parte del colonialismo. Sono gli stessi sostenitori del libero mercato a tutti i costi, sostenitori di quell’ideologia per cui “nel lungo periodo la moneta non incide sulla crescita” e per cui noi non dovremmo occuparci di moneta, perché se ne occupano loro, la gestiscono loro, tanto vale rinunciare alla sovranità monetaria che non conta nulla e anzi potremmo farci del male.

Ma il tempo delle menzogne distribuite con facilità è finito e ormai i popoli iniziano a tirare le somme: non è un caso che i maggiori leader europei sostenitori dell’assetto attuale, trovino sempre maggiori difficoltà quando si presentano alle urne o quando si fanno sondaggi sul gradimento o sulle intenzioni di voto. Vero Macron e Merkel? Vero Renzi e Berlusconi?

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