CRESCITA?/ Tutti i numeri che obbligano a ripensare la Ue

I dati riguardanti le prospettive di crescita formulati dall’Economist non sono confortanti. Nondimeno indicano una via all’Europa

06.01.2019, agg. alle 09:03 - Amedeo Lepore
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LaPresse

Secondo le indicazioni di questo inizio d’anno dell’Economist Intelligence Unit (Eiu) il tasso di crescita del Pil reale a livello globale dovrebbe passare dal 3% del 2017 e dal 2,9% del 2018 al 2,7% del 2019, per scendere ulteriormente al 2,4% nel 2020 e riprendersi leggermente con una previsione del 2,7%, del 2,8% e del 2,6% rispettivamente per il 2020, il 2021 e il 2022. L’andamento negativo dei mercati azionari dell’anno scorso, prolungatosi all’inizio del nuovo anno, è ritenuto, in parte considerevole, frutto di una sempre più forte incertezza e inquietudine per lo stato dell’economia mondiale e, in particolare, per la condizione delle due maggiori potenze.

L’Eiu prevede che gli Stati Uniti avranno una crescita del Pil del 2,3% nel 2019 (e addirittura dell’1,3% nel 2020), in discesa rispetto al tasso stimato per lo scorso anno (del 2,9%) anche per le ripercussioni della politica monetaria della Federal Reserve sull’economia americana, oltre che per le scelte di chiusura del mercato interno; mentre la Cina dovrebbe attestarsi su una crescita pur sempre consistente, del 6,3% nel 2019 e del 6,1% nel 2020, ma in calo rispetto alla performance del 2018 (6,6%), a causa della guerra commerciale con gli Usa e dell’iniziativa interna per arginare il debito.

Tuttavia, guardando all’Europa, secondo il rapporto il quadro si fa ancor meno confortante, visto che la decelerazione è espressione di un’economia già troppo lenta rispetto ai competitori del resto del mondo. A parte le prestazioni di Polonia e Irlanda, la Germania vede comunque ridimensionarsi il suo ruolo, la Gran Bretagna e la Francia presentano un incremento del Pil molto limitato. L’Europa dovrebbe crescere complessivamente dell’1,8% nel 2019 e nel 2020, in diminuzione rispetto al 2% del 2018 e al 2,7% del 2017, mentre l’area dell’euro dovrebbe crescere dell’1,7% e dell’1,6% rispettivamente nel 2019 e nel 2020, in discesa rispetto all’1,9% del 2018 e al 2,5% del 2017. Il Paese che nelle previsioni si colloca al limite più basso della crescita, non solo in Europa, è l’Italia, che pare destinata a segnare un tasso di appena lo 0,4% nel 2019, rispetto alla stima dello 0,9% dell’anno precedente, rappresentando il settimo peggiore perfomer nella classifica dell’Eiu, dopo Venezuela, Yemen, Iran, Guinea Equatoriale, Argentina e Nicaragua.

La parte alta del ranking internazionale vede una crescita sostenuta soprattutto dei Paesi esterni all’Ocse, che distanziano, con il loro ritmo, tutti gli altri. In particolare, si stima che l’India sarà, tra le economie di maggiori dimensioni, quella in più rapida crescita nel 2019, conservando lo stesso tasso del 2018 (il 7,4%) anche per l’anno in corso. Il Vietnam, che, in tempi di scontri tariffari, offre un’alternativa alla Cina per le dislocazioni produttive, dovrebbe avere un incremento del Pil del 6,7% nel 2019. Il vertice della classifica (la Siria, con una crescita prevista del 9,9%; il Bangladesh, con un incremento del 7,9%; il Bhutan, che, pur incarnando il paradigma della Felicità Interna Lorda, progredirà in termini di Pil a un ritmo del 7,4%; il Ruanda, con un aumento del 7,3%) rimanda a seri interrogativi sulle modalità di sviluppo di Paesi tormentati o drammaticamente alla ribalta, come l’area del vicino Oriente; a una valutazione delle differenze esistenti tra posizioni di partenza e dinamiche di crescita; a un esame attento delle possibilità di affermazione di nuove economie emergenti, soprattutto nel territorio tumultuoso dell’Africa.

La posizione dell’Europa, a un esame più approfondito, appare sotto due diverse prospettive, che solo il concreto svolgimento dei fatti e delle politiche potrà dipanare. Da un lato, la ripresa europea iniziata nel 2013 – dopo che Draghi, nel luglio dell’anno precedente, si era impegnato fare whatever it takes per preservare l’euro – proseguirà a un ritmo più lento e senza lo schermo protettivo del programma di “alleggerimento quantitativo”. Dall’altro, come è indicato dall’Economist Intelligence Unit, si ritiene “che la regione abbia più spazio per crescere”. Infatti: “Rimangono significativi spazi vuoti in altre parti della zona euro, e l’inflazione non è una minaccia”, elementi che potrebbero consentire una strategia più coraggiosa. Tuttavia, anche se l’eurozona ha imparato qualcosa dalla crisi, allentando il “circolo vizioso” dal punto di vista finanziario tra debito sovrano ed esposizioni bancarie, il sistema rimane vulnerabile e – si può aggiungere – ancora insensibile alla necessità di avviare politiche organiche di sviluppo.

A questi temi si affianca il rischio di un no deal sulla Brexit, una rottura fra Londra e Bruxelles priva di qualsiasi accordo bilaterale, che contribuirebbe a una destabilizzazione ulteriore dell’area britannica, ma anche a un percorso più accidentato per l’Unione Europea. In questo caso, secondo il Fondo Monetario Internazionale, fino al 2020 il Regno Unito perderebbe il 4%, mentre il resto della Ue sarebbe costretta a rinunciare all’1,5% del Pil.

L’Europa, infine, pur non potendo sperare, nelle condizioni date, in una ripresa in grande stile delle relazioni con gli Stati Uniti e la Russia, deve guardare ai dati del rapporto dell’Eiu, che prevedono una modesta crescita russa nel periodo 2019-2023 e l’abbassamento del tasso di sviluppo degli Usa al di sotto di quello europeo a partire dal 2020, come a un’opportunità per riprendere terreno dal punto di vista economico e, forse, un ruolo nello scenario geopolitico globale. Si tratta di una mera possibilità, che deve fare i conti con lo stato della vicenda europea, con l’appuntamento imminente delle elezioni, con i pericoli della persistenza di una ipoteca populista e di aspre divisioni sul futuro dell’Europa. Perciò, sarebbe il momento di un ripensamento di tutta la prospettiva dell’Unione, riprendendo il filo dei padri fondatori e rinnovando culture, metodi e contenuti di un riformismo democratico ed europeista, di cui, nel momento di maggiore assenza, si avverte più fortemente la necessità di una rinascita. Chissà che dai fatti, dalle idee e da una nuova spinta alla coesione di tanti uomini e soggetti sociali in movimento non possa nascere un fiore.

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