FINANZA E POLITICA/ All’Italia non resta che sperare (ancora) negli Usa

I segnali di una nuova crisi aumentano e la debolezza europea costringe ancora una volta a sperare che siano gli Stati Uniti a poter evitare il peggio

06.01.2019, agg. alle 09:07 - Stefano Cingolani
Donald Trump (Lapresse)

Confusion de confusiones, così il mercante spagnolo José de la Vega raccontava le follie della borsa di Amsterdam nel 1688. E non c’è definizione migliore per illustrare questo inizio di 2019. La Cina compra meno iPhone e iPad, il titolo Apple scivola in basso e insieme a lui tutte le borse. Pechino riprende i colloqui con gli Stati Uniti sul commercio, Wall Street risale. Il governo cinese annuncia nuove misure per stimolare una domanda interna fiacca mentre l’economia americana continua a creare più posti di lavoro, forse una nuova recessione è scongiurata. Non ci sarà nessun accordo per la Brexit, la Banca d’Inghilterra prevede sfracelli. In Italia, una banca di medie dimensioni, la Carige, viene commissariata dalla Bce (è la prima volta che Francoforte prende una decisione tanto drastica) e suona un altro campanello d’allarme: le banche italiane, con pochi capitali e troppi di titoli di stato, sono una fonte di instabilità e di potenziale infezione per l’economia della zona euro.

Insomma, in pochi giorni abbiamo subito una doccia scozzese dopo l’altra, aumentando ansie, preoccupazioni, incertezze. I segnali di una nuova crisi ci sono tutti e, quel che è peggio, sembra che siano rimaste poche cartucce da sparare per evitarla. Le banche centrali sono allo stremo, mentre i governi dei paesi più forti, paralizzati dai loro conflitti interni, sono incapaci di reagire in modo coordinato, come ci sarebbe bisogno.

La Cina rallenta e questo è un dato di fatto, confermato proprio dall’annuncio che il premier Li Keqiang ha chiesto alle banche di aumentare i prestiti all’economia privata mentre la banca centrale allarga i cordoni monetari. Ma la cassetta di attrezzi keynesiana alla quale Pechino attinge a man bassa almeno dallo scoppio della grande crisi in poi, questa volta non è sufficiente se è vero che a impiombare l’economia è il debito (pubblico e privato) più o meno nascosto nelle banche e nelle amministrazioni locali e la carenza di riforme per allargare il mercato interno.

L’Europa a sua volta è in piena frenata, lo dimostrano anche gli ultimi dati sull’inflazione: i fattori strutturali che deprimono i prezzi (dalle nuove tecnologie alla concorrenza dei paesi in via di sviluppo) non vengono contrastati dalla domanda interna. E la Bce deve constatare che i tassi d’inflazione sotto zero e l’acquisto consistente di titoli pubblici e privati, dunque una politica monetaria molto espansiva, non sono bastati; l’obiettivo di un aumento annuo medio del 2% è ancora lontano. Anche questa cassetta, dunque, sembra aver esaurito i suoi attrezzi.

Gli Stati Uniti restano un grande punto interrogativo. Tra svolte improvvise, scossoni e sobbalzi, sembrano l’autobus guidato dai fratelli Marx e Donald al volante appare persino peggio di Groucho. La battaglia dei dazi ha danneggiato le multinazionali americane più di quanto abbia avvantaggiato i settori protetti. Il taglio alle tasse ha dato un impulso consistente alla domanda interna, ma una volta esaurito il suo effetto si scopre il buco nel bilancio pubblico. Il muro anti-immigrati doveva essere pagato dal Messico, invece ha scatenato lo scontro al Congresso che ha provocato lo shutdown, il blocco delle attività amministrative.

L’economia reale si dimostra ancora solida, ma la borsa ha chiuso il 2018 con il peggior risultato dalla grande crisi di dieci anni fa. Trump ha attaccato la Federal Reserve, la quale ha aumentato il costo del denaro per cinque trimestri consecutivi e il presidente Jerome Powell venerdì scorso ha cercato di calmare le acque mostrandosi ottimista sull’andamento della congiuntura, ma promettendo di essere pronto a tagliare i tassi d’interesse se l’economia rallenterà. Davvero difficile capire quale direzione prenderà la prima potenza mondiale, ogni previsione equivale a un vaticinio degli aruspici.

Ci vorrebbe, a questo punto, una risposta coordinata dei principali attori internazionali, in grado di orientare le scelte dei risparmiatori e degli investitori, ma di questi tempi non c’è aria di politiche economiche e monetarie multilaterali. Eppure, è successo nel recente passato con risultati positivi: per esempio in risposta alle due crisi petrolifere degli anni ‘70, per sgonfiare il superdollaro che aveva scassato gli equilibri monetari internazionali a metà degli anni ‘80, per lanciare un nuovo round di crescita mondiale dopo la caduta del comunismo. Non è successo, invece, con la bolla dei subprime e si è scatenata la peggiore recessione dopo quella del 1930.

In questo nuovo scenario, l’Italia si presenta ancor più impreparata. Quando si è formato il governo, c’era ancora la ripresa e i giallo-verdi promettevano di spingere il piede sull’acceleratore. Invece, la Legge di bilancio prevede una dinamica del prodotto lordo nel 2019 inferiore a quella del 2017 (aveva segnato più 1,5%), mentre ormai da tre trimestri siamo in crescita zero. La politica economica non sembra in grado di invertire la tendenza perché non riduce le tasse (anzi alla fine della fiera le aumenterà), non investe e non alleggerisce il costo del lavoro.

È possibile reagire? L’Italia non può certo farlo da sola, ormai anche i più incalliti sovranisti l’avranno capito. L’Unione europea è paralizzata in vista delle elezioni del prossimo maggio, mentre i principali paesi sono alle prese con acuti conflitti interni, sociali, politici, ideologici. Si può immaginare che Trump trasformi il suo “America first” in “America leader”? Allo stato attuale no, tuttavia proprio il rischio di una nuova seria recessione potrebbe consigliare una svolta, recuperando il ruolo che gli Usa hanno avuto per buona parte del “secolo americano”. Una marcia indietro del presidente è fuor di questione, una qualche resipiscenza non è affatto impossibile.

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