FINANZA E POLITICA/ I dati economici pronti a far vacillare Conte

Le prospettive economiche appaiono preoccupanti in questo inizio 2019. Tanto da potere avere implicazioni negative sulla stabilità del Governo

07.01.2019 - Giuseppe Pennisi
Palazzo_Chigi_Lapresse
Palazzo Chigi (Lapresse)

Il 31 dicembre, nel delineare le prospettive per il 2019, su queste pagine avevo sottolineato che nonostante una manovra di politica economica presentata come una vera e propria svolta “espansionista” rispetto alle strategie di “austerità” del recente passato, i pronostici dei maggiori centri di analisi, sia italiani che stranieri, fossero di un ulteriore rallentamento dell’economia e di una stagnazione che sarebbe potuta cadere in recessione. Ancora prima avevo già dimostrato come “l’austerità” degli ultimi anni sia stata una “narrazione” che non si basava su evidenza quantitativa: l’Italia ha arrancato, nonostante la ripresa in atto in Paesi vicini, a ragione della bassa produttività nonostante una politica monetaria “accomodante” (il Quantitative easing della Banca centrale europea) e saldi primari di bilancio molto bassi e in alcuni anni negativi.

A una sola settimana di distanza da quelle previsioni, le prospettive appaiono ancora più preoccupanti. Tanto da potere avere implicazioni negative sulla stabilità del Governo in carica. Le spinte verso una recessione vengono da lontano, principalmente dall’estero, ma anche la manovra varata frettolosamente a fine anno fa la parte sua nell’avvicinare la recessione prossima ventura.

La prima spinta viene dagli Stati Uniti d’America e ha tre determinanti. Una è strettamente economica ed è connessa alla “teoria dei cicli”: è la prima volta che, in periodo di pace, l’economia americana ha un’espansione così lunga e così consistente. Come già detto la settimana scorsa, il downturn (lo scivolamento verso una recessione) era previsto per il 2020 dai maggiori centri-studi Usa, ma è probabile che venga accelerato da ragioni politiche e tecnologiche.

Sotto il profilo politico, il doppio confronto (da una lato, tra Casa Bianca e autorità monetarie e, dall’altro, tra Casa Bianca e Congresso) non promette nulla di buono per l’andamento dell’economia. Sotto il profilo tecnologico, le difficoltà di Apple sono un indicatore eloquente che si sta esaurendo o è già esaurita la maggiore determinante del progresso tecnologico americano (e dell’aumento della produttività) dell’ultimo quarto di secolo: l’aver saputo cogliere, prima e meglio degli altri Paesi, i “guadagni” della fine della Guerra fredda, riconvertendo a usi civili le enormi risorse, pubbliche e private, destinate, per decenni, alle “guerre stellari”.

La seconda spinta viene dalla Cina, in forte rallentamento, celato, non molto bene, da conquiste spaziali e da toni aggressivi nei confronti di Taiwan. Tra poche settimane, poi, scade l’armistizio commerciale tra Washington e Pechino. È difficile fare pronostici. È, però, noto, che Paesi con difficoltà interne tendono a scaricarle sull’estero. Una “guerriglia commerciale” tra Usa e Cina potrebbe avere effetti devastanti sul commercio mondiale e, in particolare, su Paesi tradizionalmente esportatori come l’Italia.

Infine, la Germania. Tormentata da difficoltà politiche interne, con l’ascesa di sovranismi e populismi in vari Länder, e con la leadership di Angela Merkel sul viale del tramonto, potrà mantenere il dinamismo interno che ha fatto da traino al convoglio europeo negli ultimi decenni?

In questo contesto, l’Italia adotta una politica economia che presenta il disavanzo delle pubbliche amministrazioni in percentuale al Pil del 2% (sempre che si realizzi l’improbabile tasso di crescita dell’1%) come “espansivo”, mentre il suo finanziamento in deficit lo rende “recessivo”, poiché aggrava il fardello del debito pubblico sulla crescita. C’è poi un aumento della pressione fiscale stimata dall’Ufficio parlamentare di bilancio al 42,5% del Pil, ma che rischia di essere più elevata dato che i Comuni hanno già annunciato che saranno costretti ad aumentare le loro imposte, tasse e tariffe a ragione dalla riduzione dei trasferimenti da parte dello Stato. Infine – tema su cui si è poco ragionato – la perdita di potere d’acquisto da parte di circa 12 milioni di consumatori, i pensionati a cui – in attesa di pronunciamento da parte della Corte Costituzionale – viene “raffreddato”, ossia ridotto, l’aggancio all’andamento degli indici del costo della vita, e per una parte di loro, applicata un’imposta di scopo sotto il nome di “contributo (obbligatorio) di solidarietà”.

Gli economisti del Governo, e lo stesso ministro dell’Economia e delle Finanze, si dicono certi (ma non forniscono una dimostrazione o simulazione econometrica) che gli effetti del reddito di cittadinanza più che controbilanceranno tali effetti recessivi. Gli altri avvertono che il Governo del cambiamento verrà ricordato come quello della “iperausterità”. Potrà ciò non acuire le tensioni già presenti nella maggioranza?

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